Terapie riparative e omossessualità, arriva il no della Casa Bianca

09/04/2015 di Iris De Stefano

La Casa Bianca ha diramato un comunicato in cui si condannano le terapie riparative: secondo una ricerca americana, i ragazzi LGBT provenienti da famiglie conservatrici e ultracattoliche hanno l’8,4% di possibilità in più di tentare il suicidio rispetto ai loro pari cresciuti in ambienti più aperti. Un problema, però, che va ben oltre gli Stati Uniti

LGBT e terapie riparative

Se i tassi di suicidi di una particolare fetta della popolazione sono il doppio di quelli generali, c’è un problema. In uno stato democratico che si rispetti, la semplicità banale di una tale assunzione andrebbe contrastata. Eppure, la comunità LGBT continua a pagare un prezzo troppo alto a causa della chiusura mentale e ormai superate convinzioni religiose.

Il caso che ha fatto più scalpore negli ultimi mesi è certamente quello di Leelah Alcorn, conosciuta all’anagrafe di Kings Mills, in Ohio, come Joshua. La diciassettenne transessuale si è suicidata, buttandosi sotto un camion il 28 dicembre scorso. Poche ore dopo la sua morte sul profilo Tumblr della ragazza è apparso un post programmato in cui spiegava le ragioni della sua decisione. La lettera, tradotta dal Post, è molto commovente ma mostra anche una profonda consapevolezza delle difficoltà a cui i transessuali, in particolar modo quelli nati e cresciuti in ambienti estremamente conservatori e cattolici – come la famiglia di Leelah -, sono esposti.

Dopo averla portata da psicologi di varia natura (tutti ultra-cattolici), averla fatta partecipare a programmi di “riabilitazione”, ritirata da scuola, sequestrato cellulare, computer e ogni cosa che le permettesse contatti con il mondo esterno, i genitori di Leelah avevano scelto la strada dell’indifferenza. A rendere limpida la scelta di Leelah alcune delle parole sul suo post di addio:
Non completerò mai nessuna transizione, nemmeno quando andrò via di casa. Non sarò mai felice con me stessa, col modo in cui appaio e con la voce che ho. Non avrò mai abbastanza amici da esserne soddisfatta. Non troverò mai un uomo che mi ami. Non sarò mai felice. Potrò vivere il resto della mia vita come un uomo solo che desidera essere una donna oppure come una donna ancora più sola che odia se stessa. Non c’è modo di averla vinta. Non c’è via d’uscita. Sono già abbastanza triste, non ho bisogno di una vita ancora peggiore di così. La gente dice che “le cose cambiano” ma nel mio caso non è vero. Le cose peggiorano. Le cose peggiorano ogni giorno.”

Nella giornata dell’8 aprile, la Casa Bianca ha diramato un comunicato, tramite Valerie Jarrett, uno dei tre Consiglieri Anziani di Obama in cui si condannano le terapie riparative. Nel post di addio di Leelah infatti la ragazza spiegava che non sarà mai in pace fino a quando le persone transessuali non saranno trattate con il rispetto e l’equità che meritano. Dando seguito a tale richiesta è stata promulgata una petizione su Change.org per vietare le terapie riabilitative, la cui diffusione è aumentata esponenzialmente, superando –ad oggi- le 350.000 firme. L’amministrazione americana si è pronunciata a sostegno dell’introduzione del divieto, confermando, insieme all’abolizione del Don’t ask don’t tell e al fortissimo impulso a favore dei matrimoni gay, che il supporto per la causa LGBT rientra a tutti gli effetti nell’eredità Obama che inizia a diventar sempre più chiara.

Il problema dei suicidi in questa fetta della società però è tutt’altro che risolto. Secondo il Centro americano per il Controllo e la prevenzione delle malattie, uno studio rappresentativo degli adolescenti tra le scuole medie e il liceo indica che giovani omosessuali e bisessuali hanno un tasso di tentativi di suicidi duplicato rispetto ai loro pari eterosessuali. Un altro studio, compiuto su 55 giovani transessuali ha scoperto che circa il 25% di loro hanno alle spalle tentativi falliti di suicidio. Questi numeri però, già scarsi poiché poche indagini specifiche vengono fatte, secondo il Centro, vanno considerati anche alla luce del grado di omertà che vige in molte comunità rurali del centro e sud degli Stati Uniti. Secondo uno studio pubblicato da una rivista legata all’Istituto Nazionale di Salute americano i ragazzi LGBT provenienti da famiglie conservatrici e ultracattoliche hanno l’8,4% di possibilità in più di tentare il suicidio rispetto ai loro pari cresciuti in ambienti più aperti.

Sono dati estremamente preoccupanti e che non riguardano solo gli Stati Uniti. Gli studi effettuati sulle difficoltà della comunità LGBT sono sorprendentemente pochi, in America come in Europa e nel nostro paese. Per garantire i sacrosanti diritti umani a tutte le persone, a prescindere da razza, sesso o orientamento sessuale, l’informazione è più che mai necessaria. Promulgare leggi a favore dei matrimoni omosessuali potrà anche servire, ma non se una parte della popolazione non ci arriva all’età da matrimonio.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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