Terapia ormonale e cancro ovarico, nuovo collegamento

22/02/2015 di Pasquale Cacciatore

L’idea, a tal proposito, che la terapia ormonale potesse aumentare il ticchio di sviluppare un carcinoma ovarico era già presente da decenni nella letteratura, ma uno studio dell'Università di Oxford fa luce in materia

Terapia ormonale sostitutiva

Sui rischi ed i vantaggi della terapia ormonale sostitutiva (ovvero la terapia somministrata in fase perimenopasuale per combattere i disagi femminili di questo periodo) si è molto discusso negli ultimi decenni, spesso senza mai arrivare a conclusioni unanimi da parte del mando scientifico. Uno dei punti chiave è certamente quello relativo al rapporto tra terapia ormonale ed incidenza di tumori, considerando il ruolo chiave che queste ultime sostanze hanno nel modulare la crescita neoplastica nei tessuti femminili ad essi sensibili.

Tra i vari quesiti, uno dei principali è quello relativo al cancro ovarico, caratteristico delle donne in questa delicata fascia d’età; tumore che, sebbene si collochi al nono posto in Italia per incidenza, rimane comunque aggressivo e difficile da diagnosticare precocemente non essendoci ad oggi validi e codificati metodi di screening. L’idea, a tal proposito, che la terapia ormonale potesse aumentare il ticchio di sviluppare un carcinoma ovarico era già presente da decenni nella letteratura, senza però che arrivasse mai una decisa conferma; ora una nuova metanalisi, condotta dall’Università di Oxford e pubblicata sul Lancet, sembra aggiungere un tassello al quadro: effettivamente la terapia ormonale sostituiva sembrerebbe aumentare il numero di neoplasie ovariche nelle utilizzatrici. A detta degli epidemiologi oncologi che hanno condotto lo studio, dunque, sostenere che la terapia sostituiva sia priva di rischi per cancro ovarico sarebbe errato.

Un rischio che, tuttavia, diminuisce con lo stop all’assunzione degli ormonali, e che va certamente modulato (secondo la classica bilancia sempre valida in ogni terapia, ovvero quella tra rischi e benefici) con la possibilità di migliorare drasticamente i problemi di osteoporosi o di cancro intestinale (entrambi ridotti in incideva).

I dati dell’ultima analisi globale racchiudono 52 studi singoli, per un totale di oltre 21 mila donne con cancro ovarico; un rischio calcolato come un caso in più su quasi 1700 per le donne in terapia ormonale. Un rischio che, inoltre, cala con il diminuire dei mesi di terapia, ma che rimane comunque oltre il livello del “trascurabile”, come si era creduto per molto tempo.

Al netto dell’allarmismo mediatico che questa nuova, grande metanalisi può comportare, è evidente che dati più forti come quelli emersi confermano ancora una volta che la strategia della “leggerezza” nella somministrazione di terapia sostitutiva non è concepibile nell’interesse delle pazienti, tanto più se si considera l’allungamento dell’aspettativa di vita femminile a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni. La donna vive ormai quasi un terzo della propria vita in post-menopausa, e trattare i disturbi di questo critico processo rischiando di incrementare la patologia neoplastica non è certamente atteggiamento efficace. Allo stesso modo, per numerose donne perdere la riserva ormonale equivale a perdere una buona fetta di qualità di vita: è possibile rinunciare così ad una terapia tanto efficace che, oltre ai disturbi osteoporotici, ha effetti positivi anche sulle funzioni cerebrali?

Domanda che ogni donna (e ginecologo) deve, alla luce delle evidenze più aggiornate, necessariamente porsi. La nuova metanalisi di Oxford rafforza i dati del collegamento con tumore ovarico, ma allo stesso tempo è da sottolineare che il cancro ovarico non è un tumore “solito” (non parliamo insomma, di mammella, polmone o intestino), che l’aumento del rischio è minimo e dipende dalla dose di tempo di terapia, e che – soprattutto – ogni paziente (ogni donna, in questo caso) è differente. Ogni donna ha infatti una sua storia clinica ed una sua componente genotipica che possono fungere da substrato per la proliferazione tumorale (si pensi, ad esempio, ai gene BRCA. Ogni terapia ormonale, proprio per la sua delicatezza ed i nuovi dati, va necessariamente modulata, individualizzata e periodicamente sottoposta a follow-up, affinché, per l’appunto, i rischi non superino mai i benefici.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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