Teramene di Stiria, o il trasformismo al potere

09/04/2016 di Simone Simeoni

La parabola controversa di un uomo ambiguo e camaleontico, in una quotidiana lotta per la sopravvivenza politica nell'Atene della Guerra del Peloponneso. Questa la vita di Teramene di Stiria, trasformista di successo, geniale approfittatore o sostenitore di un utopico, coerente programma politico

Teramene di Stiria

Che cosa può rendere speciale una goffa, tozza e frastagliata penisola che si protende incerta nelle calde acque del Mar Mediterraneo? Che cosa può esistere di speciale e meraviglioso in 132.000 km quadrati di terra, polverizzati in un pulviscolo di isole e arcipelaghi, travagliati da monti e punteggiati di rovine? La risposta a queste domande è già nel nome: Grecia, culla della nostra civiltà, della filosofia, dei nostri ideali, del nostro modo di pensare, della libertà, della democrazia.

Se è vero che l’Ellade è stata la nostra Grande Madre e prima Maestra, è altrettanto vero che non sempre ha impartito lezioni positive, insegnandoci anche i suoi vizi, i suoi difetti. Litigiosa, sospettosa, divisa, endemicamente incline al conflitto, caotica, subdola, spesso traditrice, la Grecia è stata per noi maestra ambigua e bifronte, capace di lasciarci un’eredità dal duplice volto, un lascito all’interno del quale c’erano già i germi della degenerazione. Perché nella democrazia, la grandiosa e inestimabile lezione della Grecia classica, ci sono tutte le tracce dei mali che più di frequente (anche oggi) affliggono la democrazia stessa: la demagogia, il populismo, le derive tiranniche, il trasformismo politico.

L'età di Pericle;
Philipp von Foltz, L’età di Pericle;

Non v’è uno solo di questi vizi che non fosse ben rappresentato nella Grecia classica, specialmente in quel particolarissimo laboratorio politico che era la polis per eccellenza: Atene. La patria di Pericle, di Fidia, di Aristofane ed Euripide, del Partenone e dei Propilei, ma anche di Cleone, di Alcibiade, di Crizia e di Pisandro, dei sicofanti e dell’ostracismo. Una città che, benché impegnata nel più devastante e risolutivo dei conflitti che la storia dell’Ellade abbia conosciuto, si trovava a essere prigioniera di se stessa e del sistema politico che aveva costruito; carnefice e vittima al tempo stesso.

Delle numerose e controverse figure che popolano la scena politica ateniese nell’ultima fase della Guerra del Peloponneso, una delle più interessanti è sicuramente quella di Teramene. Nato nel 450 a.C. sull’isola di Coo, nel Dodecaneso, ma di piena cittadinanza ateniese, Teramene era figlio di Agnone, del demo di Stiria, famoso politico e militare ateniese, che sarebbe stato stratego a Samo (440 a.C.) e Potidea (430 a.C.) e tra i fondatori, nel 437 a.C., della importantissima colonia di Anfipoli, sulle coste della Tracia. Stando a quanto di lui disse Crizia, fu proprio su impulso del padre (o padre adottivo, come “insinua” Aristofane) che prese avvio la carriera politico-militare di Teramene. Una carriera destinata a procedere nel solco dell’aristocrazia filo-oligarchica (proprio come Agnone) e che lo scagliò prepotentemente sulla scena nel 411 a.C., poco dopo la disfatta della spedizione ateniese in Sicilia. In quell’anno infatti fu, con Pisandro e Antifonte, uno dei principali artefici del colpo di stato oligarchico di Atene, che portò all’abbandono della democrazia e all’elezione della Boulé dei Quattrocento, una mossa compiuta con negli occhi il miraggio di un sostegno persiano nella guerra contro Sparta. Un tentativo audace, ma assolutamente privo delle basi necessarie per il successo, che servì soltanto ad aprire un breve periodo di caos, e per dare a Teramene una prima occasione per far mostra di una capacità di adattamento come minimo camaleontica.

Dopo essere stato tra i fautori della Boulé dei Quattrocento, infatti, Teramene si schierò con l’ala moderata degli oligarchi, chiedendo l’estensione della gestione del potere a una Assemblea dei Cinquemila e denunciando sospetti comportamenti collaborazionisti con Sparta dell’ala radicale di Pisandro. Atene arrivò, in soli quattro mesi, alle soglie della guerra civile, tra arresti e assassinii sulla pubblica piazza. Pisandro tentò di agevolare l’ingresso in città degli spartani, costruendo una fortificazione su un molo del Pireo, ma Teramene giunse a mettere fine ai suoi piani, costringendo così la flotta peloponnesiaca ad attraccare all’Eubea, dove gli ateniesi vennero sconfitti in battaglia. Ciò portò alla perdita di quasi tutti gli approvvigionamenti frumentari e al crollo dei Quattrocento. Ma nonostante avesse fatto parte del precedente regime, fu comunque Teramene a guidare la formazione dell’Assemblea dei Cinquemila che fu, a giudizio dello storico Tucidide, la miglior forma di governo mai instaurata ad Atene.

Arginuse
Una rappresentazione della battaglia di Arginuse

Dai Cinquemila Teramene ottenne la nomina a stratego, e sfruttando la sua posizione richiamò in patria dall’esilio Alcibiade. Atene entrò, anche grazie alla sinergia tra i due, in un periodo di grandi successi militari: nel solo 410 a.C. le flotte ateniesi ebbero la meglio ad Abido, in Eubea e soprattutto ottennero un successo totalizzante a Cizico, con Teramene sempre protagonista (assieme ad Alcibiade). Nel 409 a.C. ad Atene venne formalmente restaurata la democrazia, abolendo il governo dei Cinquemila, e nel 408 a.C. ancora le truppe attiche riportarono un successo nell’assedio di Bisanzio. Poi però, nel 406 a.C. tutto cambiò, di nuovo. La flotta ateniese e quella spartana si affrontarono in una sanguinosa battaglia navale alle Arginuse. Atene riuscì a prevalere, ma soltanto al gravissimo prezzo di venticinque triremi affondate. Quello che accadde subito dopo la battaglia segnò l’inizio della fine per gli ateniesi. Gli strateghi radunarono ciò che rimaneva della flotta per inseguire gli spartani in ritirata, ordinando a due trierarchi, Trasibulo e Trasimene, di rimanere indietro con le loro navi per soccorrere i naufraghi delle triremi affondate. Ma le Arginuse vennero investite da una tempesta e nessuna delle due navi riuscì a trarre in salvo gli uomini. In più di mille morirono tra i flutti, un numero di perdite che nessuna vittoria avrebbe potuto giustificare o oscurare. Al loro ritorno ad Atene gli strateghi vennero immediatamente messi sotto processo, e tentarono di scaricare la responsabilità di quanto accaduto proprio su Teramene, che non aveva adempiuto ai loro ordini. Ma Teramene era assolutamente preparato a una simile evenienza, la sua accurata educazione oratoria e sofistica gli servì (e gli bastò) a convincere i giudici.

Alla fine del processo gli otto strateghi vennero condannati a morte, mentre Teramene (e Trasibulo con lui) venne completamente assolto. La sentenza, eseguita con sconcertante rapidità, privò d’un colpo Atene dei suoi vertici militari. Fu così che nel 405 a.C., a Egospotami la flotta spartana del navarca Lisandro distrusse quella ateniese, ponendo fine, di fatto, alla Guerra del Peloponneso. Atene offrì a Sparta la sua resa, solo per poter mantenere il porto del Pireo e le Lunghe Mura che lo congiungevano alla città, ma non soltanto queste condizioni vennero rifiutate: gli spartani cominciarono a riflettere concretamente sulla possibilità di radere al suolo Atene.

Akropolis
Reconstruction of the Acropolis and Areios Pagos in Athens, Leo von Klenze, 1846

Fu allora, nel 404 a.C., che Teramene chiese di essere inviato come ambasciatore presso Lisandro per trattare i termini della resa. Anche in questo caso però il suo comportamento fu quantomeno ambiguo: mentre Atene era stretta d’assedio e stentava quasi a continuare a vivere, lui rimase dal navarca per tre mesi, salvo poi tornare e chiedere di essere mandato direttamente a Sparta, a trattare con gli efori. Non solo lo ottenne, ma l’Assemblea gli conferì anche i pieni poteri, e fu proprio sfruttando appieno questa facoltà che Teramene negoziò i termini della resa: l’abbattimento delle Lunghe Mura, la dismissione della flotta, la sottomissione politica a Sparta. In cambio Atene venne risparmiata. Si apriva un periodo cupo per la “scuola dell’Ellade”.

Sparta favorì il rientro dall’esilio dei fautori della fazione oligarchica, e appoggiò la creazione di un loro governo che collocasse il potere in una cerchia particolarmente ristretta di cittadini. Vennero così scelti i Trenta Tiranni, tra i quali spiccava proprio il nome di Teramene. Atene precipitò ancora una volta nel torbido, tra processi farsa ed esecuzioni, sicofanti, violenze e repressione. Crizia si dimostrò essere il più selvaggio e crudele esponente dei Trenta, mandando a morte senza particolari moventi un numero altissimo di cittadini. A quella overdose di potere cercò di porre un freno Teramene, chiedendo una estensione del governo su base più ampia, ma tutto quello che ottenne da Crizia fu la compilazione di una lista di tremila cittadini. Un magro risultato che non fermò i soprusi: quando i Trenta progettarono un massacro di facoltosi meteci (gli stranieri residenti ad Atene) allo scopo di incamerarne i beni, Teramene si oppose, segnando la sua fine. Crizia decise che quello sarebbe stato l’ultimo voltafaccia.

Nel 404 a.C. Teramene venne tradotto di fronte ai Trenta e sommariamente processato per trasformismo politico. A poco servì la sua accorata autodifesa, una pur convincente orazione nella quale egli rivendicava orgogliosamente una coerenza di fondo nelle sue azioni, nell’ottica dell’ottenimento di quella che considerava la miglior forma di governo, respingendo l’accusa mossa da Crizia di essere un coturno (una calzatura cioè che si adattava a entrambi i piedi). Crizia lo fece arrestare nonostante il malumore del popolo, lo escluse d’autorità dal novero dei Tremila, e dei Trenta e lo condannò a morte. Gli venne fatta bere la cicuta, ma Teramene ebbe anche lo spirito per un’ultima battuta, brindando col veleno alla salute di Crizia. Si concludeva così la vita di uno dei personaggi più controversi della grecità: cangiante, polimorfo, capace di spostarsi sinuosamente e senza imbarazzi, sul bordo sottile e tagliente di un’idea, tanto inafferrabile che persino gli autori che lo ricordano si dividono sul suo giudizio. Ma forse, per Teramene, è proprio il dubbio della grandezza la più vera e assoluta delle grandezze.

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Simone Simeoni

Nato a Rieti il 20 luglio del 1991, si laurea in Storia Romana presso l’Università Europea di Roma nel luglio 2013 e prosegue gli studi in Filologia, Letterature e Storia del Mondo Antico presso l’Università di Roma La Sapienza. Specializzato in storia antica, con specifica attenzione al mondo romano, si interessa di storia religiosa e di storia delle idee, analizzandole nel particolare panorama della Roma tardoantica.
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