Tensioni crescenti nella Repubblica Democratica del Congo

03/06/2016 di Sabrina Sergi

Dopo le dichiarazioni del presidente Joseph Kabila sullo slittamento delle elezioni del prossimo novembre, alcuni cittadini congolesi sono scesi per le strade a manifestare contro il governo, aumentando il livello di tensione già presente nel Paese a causa dei conflitti locali.

Il 26 maggio scorso si è consumata una guerriglia urbana tra manifestanti antigovernativi e polizia in alcune città della Repubblica Democratica del Congo, tra le quali la capitale Kinshasa, Lubumbashi nel Katanga e Goma nel Nord Kivu, dove almeno un uomo ha perso la vita. Le ragioni del malcontento risiedono sostanzialmente nell’escalation antidemocratica cominciata quando il presidente Joseph Kabila ha annunciato la necessità di far slittare le elezioni (glissement), previste per il 27 novembre prossimo, a causa di alcuni problemi di censimento della popolazione. Dal momento che è al secondo mandato, e la costituzione del 2005 vieta al presidente di candidarsi per un terzo, le opposizioni  temono che questo sia un espediente per prendere tempo e prorogare la sua permanenza al potere all’infinito.

Tali timori sono cresciuti nel corso dei mesi a causa di un’ondata di arresti e processi riguardanti molti esponenti di partiti d’opposizione, come Bienvenu Matumo e Victor Tesongo, del partito LUCHA (Lutte pour le changement), che sono stati condannati a un anno di prigione e a un’ammenda di centomila franchi congolesi per «incitazione alla disobbedienza civile e attentato alla sicurezza dello Stato». Un reato simile è stato contestato anche a Moïse Chapwe Katumbi, governatore dello Stato del Katanga. Come si può leggere sul mandato d’arresto provvisorio spiccato contro di lui il 19 maggio scorso, è accusato di aver assoldato un esercito di mercenari americani. La qualcosa è stata non solo negata da Katumbi, ma anche smentita vivacemente dall’ambasciata americana.

In tal proposito si è espresso anche il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in occasione della risoluzione 2277 del 30 marzo scorso per il rinnovo del mandato della MONUSCO – Mission des Nations Unies pour la Stabilisation de la République Démocratique du Congo – dichiarandosi i suoi membri fortemente preoccupati, tanto per il ritardo nei preparativi delle elezioni quanto per i recenti arresti e le restrizioni alle libertà fondamentali attuati dal governo Kabila. La risoluzione ribadisce, inoltre, la necessità di rispettare la scadenza elettorale, esortando la Commissione elettorale nazionale indipendente (CENI) ed il governo ad affrettarsi nello stilare il calendario del ciclo elettorale e nel definire il budget e le regole di condotta elettorali. Queste pressioni da parte del CdS, comunque, non sono bastate a placare le insinuazioni di alcuni giornali locali e della ONG CASE riguardo la volontà di MONUSCO di impedire o perlomeno rallentare il processo elettorale, cosa peraltro strenuamente smentita dal portavoce della missione Charles Antoine Bambara, durante la conferenza stampa di mercoledì primo giugno.

Questa situazione non fa altro che aggravare la conflittualità già presente nella Repubblica Democratica del Congo, che finora ha riguardato soprattutto i tentativi secessionisti regionali. In particolare, i gruppi di ribelli armati sono concentrati nella regione del Kivu, a est del Paese. Molti di essi sono costituiti da rwandesi (l’ormai estinto M23 e l’FDLR, ovvero le Forces démocratique de Libération du Rwanda) e ugandesi (ADF – Forces Démocratiques Alliées). Il Congo Research Group dell’Università di New York, nel suo rapporto di dicembre 2015, ha stimato che nel solo Kivu sarebbero attivi circa 70 gruppi ribelli.

Se il glissement di Kabila darà realmente vita al prolungamento del suo mandato sine die, si aggiungerà un nuovo tassello alla svolta autoritaria che sta coinvolgendo alcune delle democrazie della regione dei Grandi Laghi. Il tentativo di rompere le regole costituzionali per accedere ad un potere perpetuo sembra infatti la replica di ciò che è accaduto lo scorso anno in Burundi, con conseguenze che stanno portando il Paese sull’orlo di una guerra etnica. Un inasprimento delle tensioni nella regione, dunque, preoccupa enormemente la comunità internazionale, dal momento che proprio i Grandi Laghi, tra il 1997 e il 2003 sono stati il teatro della cosiddetta “grande guerra africana”, che ha provocato quasi quattro milioni di morti. Equilibrio interno e democrazia, seppur fragili e precari, sono necessari alla Repubblica Democratica del Congo che, come ha anche ribadito il CdS nella risoluzione 2277, rappresenta l’ago della bilancia della pace e della sicurezza internazionale nella regione.

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Sabrina Sergi

Laureata magistrale in Scienze della Politica a Lecce, con 110 e lode, ha approfondito i suoi studi di politica internazionale presso l’ISPI di Milano, dove ha frequentato il Master in Diplomacy. Passioni collaterali: scrittura, letteratura e storia.
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