Tempo di cambiamenti attraverso le urne: le prossime elezioni in Iran.

04/05/2017 di Sabrina Sergi

Il Consiglio dei Guardiani ha reso noto l’elenco dei candidati idonei a prendere parte alle presidenziali, che si svolgeranno il prossimo 19 maggio.

Nelle ultime settimane i media si sono concentrati sulle elezioni francesi e su quelle britanniche. Tuttavia, proprio nel lasso temporale che intercorre tra di esse, si incuneano quelle iraniane. Il contesto mediorientale, tra l’altro, è già stato scosso dal referendum del 16 aprile in Turchia, attraverso il quale Recep Tayyp Erdoğan ha trasformato il Paese in una repubblica presidenziale.

Il 19 maggio in Iran non solo si svolgeranno le elezioni presidenziali, ma anche quelle amministrative. La campagna elettorale è cominciata ufficialmente il 21 aprile scorso, quando il Consiglio dei Guardiani ha reso noto l’elenco dei candidati eleggibili. Infatti, secondo la Costituzione, il Consiglio monitora le elezioni presidenziali, scegliendo i candidati idonei a prendere parte alla corsa elettorale da una lista di cittadini che vi si sono previamente registrati.

Quest’anno, il grande escluso dalla competizione è stato l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad. In realtà, nel Paese ha fatto molto più scalpore la notizia della sua registrazione alle liste elettorali. Dal momento che per lui si sarebbe trattato del terzo mandato, anche la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, gli aveva pubblicamente “sconsigliato” di partecipare alla nuova tornata elettorale. Tuttavia, il 12 aprile l’ex sindaco di Teheran ha annunciato la propria registrazione per supportare la candidatura del suo ex vice-presidente Hamid Baghaei. Alla fine, il Consiglio ha deciso di escludere entrambi i candidati, lasciando così scoperta la compagine ultraradicale e anti-establishment dello scenario politico iraniano.

La candidatura per il secondo mandato del presidente in carica, Hassan Rouhani, è stata invece confermata, sebbene a gennaio il Consiglio dei Guardiani avesse gettato incertezza sulla sua ammissione. Nonostante in passato Rouhani sia stato uno degli uomini più rappresentativi del sistema religioso iraniano, dopo il 2013 ha ottenuto l’appoggio dei riformisti, capeggiati da Ali Hashemi Rafsanjani, scomparso di recente. Pertanto, egli gode di un consenso allargato, tanto che è considerato il candidato con più probabilità di vittoria. La sua campagna elettorale si basa su due pilastri fondamentali: il raggiungimento dello storico accordo sul nucleare nel 2015 e l’apertura del Paese al mercato internazionale, unita all’imminente fine delle sanzioni.

Il fronte conservatore, comunque, ribatte a tali argomentazioni sottolineando da un lato l’arrendevolezza di Rouhani nell’aver ceduto alle istanze degli Stati Uniti, considerati ancora nemici della rivoluzione. Dall’altro guarda con scetticismo alla reale messa in pratica dell’accordo, viste le criticità sollevate al riguardo dall’amministrazione Trump. Le comuni istanze propagandistiche dei conservatori, comunque, non servono ad arginare le divisioni presenti in questo fronte. Infatti, il Fronte Popolare delle Forze della Rivoluzione Islamica – noto con l’acronimo persiano JAMNA-  ha svolto le primarie il 6 aprile. Nonostante il primo classificato sia stato l’hojat-ol-eslam Ebrahim Raisi, il terzo, l’attuale sindaco di Teheran Mohammad Ghalibaf, si è rifiutato di ritirare la propria candidatura, ottenendo anche l’appoggio della JAMNA. Secondo gli analisti, Ghalibaf avrebbe scarse possibilità di vincere, non solo perché è stato accusato di mala gestione del comune di Teheran, ma anche perché risulta coinvolto in uno scandalo di corruzione.

Per quanto riguarda Raisi, egli non vanta una grande esperienza politica, sebbene abbia avuto sin da giovane un ruolo attivo nelle istituzioni giudiziarie della Repubblica Islamica. Originario della città di Khamenei, la sacra Mashhad, egli ne è considerato il delfino, tanto che secondo gli analisti la sua corsa politica sarebbe strumentale all’ambizione di divenire Guida Suprema dopo la morte dell’ayatollah. Nel 2016, inoltre, lo stesso Khamenei lo ha nominato capo della Astan Qods Razavi, una delle più importanti associazioni caritatevoli del mondo sciita. Nonostante ciò, molti studiosi sono convinti che questa carta potrebbe invece giocare a suo sfavore. Infatti Raisi non è dotato del carisma necessario ad ottenere un vasto consenso popolare e dunque, in caso di sconfitta, potrebbe svanire anche il sogno della leadership. Inoltre, egli è accusato da molte associazioni per i diritti umani, come la Boroumand Foundation, di essere un pericolo non solo per l’Iran ma anche per la stabilità della regione.

Il quadro politico iraniano, dunque, sottende una serie di dinamiche complesse, a causa delle quali è difficile fare previsioni sull’esito del voto. Bisogna tuttavia considerare che l’imprevedibilità sembra essere il leitmotiv della maggior parte delle tornate elettorali di questo 2017.

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Sabrina Sergi

Laureata magistrale in Scienze della Politica a Lecce, con 110 e lode, ha approfondito i suoi studi di politica internazionale presso l’ISPI di Milano, dove ha frequentato il Master in Diplomacy. Passioni collaterali: scrittura, letteratura e storia.
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