Telecom e Alitalia: non è un paese per grandi imprese

24/09/2013 di Luca Andrea Palmieri

Stamattina la prima pagina del sito del Corriere della Sera ha aperto con due notizie di economia: l’accordo raggiunto da Telefonica (la più grande compagnia di telecomunicazioni spagnola) per l’acquisizione della maggioranza relativa di Telecom, di cui è già socia, e la possibile offerta di Air France-Klm per arrivare al 50% di Alitalia.

Due ex-imprese statali – Due casi così simili, eppure così diversi. Due ex-imprese di proprietà statale: Telecom, privatizzata nell’ondata del 1997 da lì in poi è sempre  stata controllata da mani italiane (anche se il primo ingresso di Telefonica è datato 2007). E non senza polemiche: il consiglio di amministrazione è stato più volte fonte di grandi polemiche, spesso relative alla figura dell’ex presidente Marco Tronchetti Provera. Ne fu protagonista anche Beppe Grillo, ben prima della sua avventura politica, al tempo piccolo azionista della società.

Alitalia invece, nel 1996 diventa un soggetto privato, con il ministero del Tesoro che ne detiene comunque la quota di maggioranza. Dopo 10 anni, tra cattiva gestione e crisi di mercato, la società è sull’orlo del fallimento, ed il primo tentativo di privatizzazione fallisce miseramente. Nel 2007 c’è stato un primo accordo con Air France–Klm, per 1,7 miliardi di euro. La contrarietà dei sindacati e quella seguente del nuovo governo Berlusconi, fanno si che l’operazione salti, nella prospettiva di una soluzione italiana che arriverà nel 1999. La cordata CAI (Compagnia Aerea Italiana) rileva la parte sana della società per un solo miliardo, tagliando 7 mila dipendenti (coperti per 7 anni dalla cassa integrazione). A seguito di quest’operazione, Air France–Klm entra come socio di minoranza, acquistando per 322 milioni il 25% della società.

Il problema della rete fissa – E’ partendo da queste premesse che si arriva alla complessa situazione attuale. In gioco c’è l’italianità di non uno, ma ben due asset nazionali di grande rilevanza economica. Telecom, in particolare, è essenziale in quanto proprietaria della rete fissa nazionale di telefonia (salvo la necessità di affittare agli altri operatori il famigerato “ultimo miglio”, che permette loro di collegarsi alle singole case). Su questo punto è previsto da anni, soprattutto su richiesta dell’Unione Europea, uno “scorporo” (ovvero la separazione della rete da Telecom, con la creazione di una società indipendente di gestione), avviato solo lo scorso anno ma ad oggi ancora fermo. Il rischio è che un asset  essenziale come questo finisca in mani straniere: per quanti potranno essere i vincoli imposti dallo Stato, rimane una situazione che comporta una notevole dose di rischi. In ogni caso, c’è da vedere come reagirà il governo, titolare di un “golden power” (una variante della golden share, su cui è però atteso ancora un regolamento attuativo) sull’operazione, che gli permette di dire la propria.

Alitalia sembra destinata a passare in mani francesi
Alitalia sembra destinata a passare in mani francesi

La colpa: Stato o privati? – Come si è arrivati a questo punto? Un primo sguardo può far sorgere critiche naturali verso uno Stato che ha deciso di dare in mani private, quindi abbandonando un saldo controllo, asset ritenuti a lungo strategici per il paese. Ma la vicenda Alitalia ci dimostra che non è solo questo il punto: le problematiche che portarono alla prima offerta straniera nascono sotto il controllo statale. La situazione attuale, tra l’altro, se da un lato è sicuramente dovuta a una cattiva gestione anche da parte dei privati, in parte trova origine nel serrato aumento della concorrenza. La tratta Roma – Milano, di gran lunga la più redditizia per la compagnia di bandiera, ha subito la concorrenza  dell’alta velocità ferroviaria: questa consente spostamenti più lenti, ma anche più economici e “agili” (se teniamo presente i tempi di check-in e di spostamento dall’aeroporto in città). A ciò si è aggiunta la recente liberalizzazione della tratta, imposta dall’anti-trust, che ha aperto il mercato anche alle compagnie low-cost.

Uno Stato poco attento – Di certo, quando si va a trattare un argomento delicato come la liberalizzazione di settori tradizionalmente a controllo Statale, bisogna saper valutare singolarmente ogni situazione. Per esempio, è difficile non considerare un errore l’assenza dello scorporo della rete dalla prima liberalizzazione di Telecom Italia: mettere sul mercato asset essenziali per lo sviluppo del paese ma tipicamente monopolistici, a meno che lo Stato non sia in grado di imporre condizioni e livelli di controllo particolarmente elevati, comporta rischi dal costo altissimo (e un’eventuale acquisto della rete da parte dello Stato oggi, nelle disastrate condizioni delle casse pubbliche, pare francamente un’utopia).

L’incapacità di fare grande impresa – Allo stesso tempo è la stessa storia del nostro paese a ricordare che non si è mai avuta molta fortuna con le grandi imprese. Già nel 1912 la fondazione dell’INA quale azienda statale da parte del governo Giolitti fu dovuta all’assenza di investitori privati pronti a farsi carico dell’impresa. L’esempio positivo potrebbe essere l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale. Ma se è innegabile il suo contributo fondamentale al boom economico, non possiamo dimenticare che in seguito ha finito per diventare fonte di perdite enormi, causate da una gestione più basata su politiche di zona (creare posti di lavoro dove più ce n’era bisogno, indipendentemente dai costi che comportavano) che sulle reali necessità di un’impresa. Allo stesso tempo la stessa esistenza dell’IRI era stata causata dall’incapacità patologica dei privati nel nostro paese di fare grande impresa. Con la sola eccezione della Fiat (la cui storia ha pure visto diversi interventi statali), i privati in Italia difficilmente sono riusciti ad avviare e mantenere, nonostante l’ottava economia mondiale, gruppi industriali di grandissima dimensione, in grado di essere protagonisti a lungo termine nel panorama mondiale.

Una questione secolare – La situazione di Telecom e Alitalia non fa eccezione, anzi, mostra tutte le debolezze del sistema: a privatizzazioni impostate male sono seguite gestioni da parte di holding dalla dubbia qualità, che, viste le grandi spese e gli scarsi utili, sono ben disposte oggi a sbarazzarsi di un peso a favore di gruppiinternazionali che cercano di consolidare la propria posizione sul mercato internazionale. Come fare a superare questa tendenza? E’ una risposta che il nostro paese cerca ormai da almeno un secolo…

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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