Tel Aviv, rischio escalation

17/06/2016 di Stefano Sarsale

L'attentato a Tel Aviv dell'8 giugno è il sintomo di un potenziale rischio escalation. Intanto, la linea politica di Netanyahu è sempre più intransigente e poco incline ai compromessi, anche interni

Benjamin Netanyahu
L’attacco dell’8 giugno al Max Brenner, ristorante sito nel Sarona Market, centro commerciale non distante dai palazzi del Ministero della difesa israeliano, dimostra come anche la città costiera possa divenire uno degli scenari della violenza che, fino a questo momento, ha caratterizzato principalmente Cisgiordania e Gerusalemme. Come è oramai noto, due attentatori vestiti in completo si sono introdotti nel ristorante, fingendosi clienti, ma dopo una decina di minuti hanno estratto le armi e cominciato a sparare indiscriminatamente sui presenti. Il bilancio è, data la dinamica, fortunatamente limitato a quattro vittime e sedici feriti ma poteva, potenzialmente, essere molto più grave, se non che le riproduzioni “artigianali” della mitraglietta svedese Carl Gustav m/45 in possesso degli attentatori, si siano entrambe inceppate. Inseguiti dalla polizia uno dei due terroristi è stato ferito a morte, il secondo arrestato. 
L’attentato è il secondo da gennaio, quando, un uomo aprì il fuoco, davanti ad un ristorante, uccidendo 4 persone e ferendone 7.  La polizia ha dichiarato come, prima dell’attacco, non siano stati riportate allerte da parte dei servizi di intelligence israeliani. Ne consegue, che l’attentato può essere etichettato come opera da parte di cosiddetti lone wolf o “lupi solitari”, cioè di individui che decidono di agire in modo autonomo, fomentati da un’ideologia, senza avere necessariamente il sostegno di un organizzazione terroristica alle spalle. A tal proposito, molta è stata la confusione nelle ore successive all’attentato.
Hamas infatti, ha subito pubblicato sul proprio account ufficiale di Twitter, un elogio ai due attentatori per l’azione compiuta poche ore prima. Molti sono stati quelli che hanno frettolosamente preso l’elogio come una rivendicazione, ma la realtà è un’altra. Il comunicato di Hamas ha infatti sottolineato come, le azioni dei due “martiri”, siano in realtà state conseguenza diretta delle violazioni degli accordi israelo-palestinesi da parte israeliana, per quanto concerne la gestione della moschea di Al-Aqsa. Un messaggio simile è arrivato dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (o PFLP – Popular Front for the Liberation of Palestine), uno dei più grandi movimenti Palestinesi, dopo quello di Fatah guidato da Abbas. Anche il FPLP ha descritto le azioni dei due attentatori come eroiche, dichiarando esse siano una risposta naturale a seguito dell’occupazione Israeliana.
In ogni caso, il fatto che le forze di sicurezza abbiano potuto catturare uno dei due attentatori vivo, significa che senza dubbio le indagini, specialmente riguardo al come i due si siano introdotti in Israele, potranno procedere celermente. Un ultimo punto sul quale le forze di sicurezza non hanno ancora fatto chiarezza, riguarda infatti gli eventuali legami dei due terroristi con Hamas. In base a quanto precedentemente detto, Hamas non ha rivendicato l’attentato come uno dei sui. È tuttavia necessario sottolineare che Yatta, luogo di origine dei due attentatori, fa parte di un area dove la presenza di Hamas è ampia e radicata. Ne consegue che l’organizzazione principale potrebbe non aver rivendicato ufficialmente l’attacco al fine di evitare ripercussioni.
Per quanto concerne Israele e Tel Aviv nello specifico, oltre ad aumentare la presenza di Forze di Sicurezza poste a presidio dei luoghi pubblici, il Governo ha preso delle misure straordinarie, sospendendo i permessi di ingresso a tutti i cittadini palestinesi nei territori israeliani, esclusi i casi di emergenza sanitaria o umanitaria. Questo provvedimento rischia senza dubbio di incrementare le tensioni, favorendo un ulteriore escalation delle violenze.
Infatti è oltremodo evidente come tali misure, combinate con la recente nomina di Avigdor Lieberman a ministro della Difesa (leader della destra nazionalista Israel Beitenu) dimostra sempre più l’attestarsi di Israele su una posizione nettamente conservatrice, da cui deriva un forte irrigidimento delle proprie linee politiche. Sempre più, lo stesso premier Netanyahu ha fatto ormai propria una retorica fortemente intransigente e poco incline al compromesso nei confronti delle dinamiche interne al Paese e dei rapporti con le forze politiche di opposizione. Ne consegue che le prospettive di riconciliazione capaci di condurre, se non ad una soluzione definitiva, almeno alla ripresa dei negoziati tra le due parti, appaiono in questo momento più che remote.
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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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