Teddy e Woodrow, da ordine a moralità

27/08/2014 di Lorenzo

Roosevelt e Wilson, all'origine del ruolo statunitense nel XX secolo

Woodrow Wilson e Teddy Roosevelt

Agli albori del XX secolo, gli Stati Uniti, oramai raggiunta la vetta di prima potenza industriale del pianeta dopo il sorpasso sull´Impero Britannico nel 1885, muovevano piccoli passi verso uma politica diversa da quella che aveva contraddistinto gli ultimi 200 anni. L’indirizzo di Washington restava tendenzialmente isolazionista , eccezion fatta per i conflitti di Cuba e delle Filippine, portati avanti dagli americani per scacciare gli ultimi avamposti coloniali del decandente impero spagnolo nelle Americhe e in Asia orientale.

Due fatti importanti romperanno questo stato di isolazionismo e lanceranno la nuova potenza ascendente al centro delle questioni mondiali: il suo potere economico in rapidissima espansione e il collasso graduale – dovuto alle due atroci guerre mondiali – del sistema internazionale eurocentrico. Per comprendere questa translatio imperii bisogna focalizzarsi su due importanti figure, due eminenti presidenti a stelle e strisce: Theodore Roosevelt e Woodrow Wilson. I due si trovavano al timone del governo americano quando gli USA entrarono nel vortice della politica “globalizzata”. Ambedue erano coscienti che gli Stati Uniti avrebbero avuto un ruolo cruciale nella comunità internazionale, ma vedevano la sempre più prossima uscita dalla gabbia dell’isolazionismo con due filosofie completamente opposte.

Teddy Roosevelt
Teddy Roosevelt

Teddy Roosevelt, presidente dal 1901 al 1909, fu uno stimato ammiratore del sistema di equilibrio di potere, allora vigente nelle RI. Egli sosteneva che il  futuro ruolo internazionale  degli States non poteva più essere caratterizzato dall’isolazionismo ma, al contrario, un sistema politico mondiale basato sull’equilibrio di potere era per lui impensabile  senza la partecipazione americana. La visione wilsoniana delle RI, come molti sanno, era incentrata sulla nuova corrente di pensiero che avrà il suo apice tra le due guerre mondiali: l’idealismo. Per Wilson, presidente  democratico dal 1913 al 1921, il ruolo degli USA nella comunità internazionale doveva essere di natura messianica: gli Stati Uniti avevano il compito – quasi divino – di propagare ed espandere i suoi principi universali nel mondo intero. Secondo una lettura sommaria dell’idealismo wilsonaniano, che riprende per molti versi il primo idealismo illuminista di Immanuel Kant, il concetto di pace duratura è una conseguenza logica della disseminazione del concetto di democrazia, dell´equiparazione etica tra stati e persone. L’interesse nazionale consiste nell’aderire ad un sistema di lega universale formata dalle nazioni democratiche, avente il compito di impedire ogni guerra. Tale opinione, agli occhi degli incalliti veterani della diplomazia europea, suonava tanto anomala quanto ipocrita. Ma la verità, come noi tutti sappiamo, e un’altra: il wilsonismo trionfò – almeno parzialmente – sulle visioni realiste delle relazioni internazionali. Nonostante gli ostacoli che vennero posti anche all’interno degli States alla sua visione.

Per realizzare – od imporre – le nuove regole del gioco teorizzate dai due presidenti, urgeva per prima cosa una veloce quanto impegnativa riforma delle forze armate. Fino al 1890, gli Stati Uniti, dato anche il loro isolazionismo, erano solamente un gigante economico e possedevano un esiguo esercito di 25 mila uomini: esso era il 14º nella classificazione mondiale, meno numeroso di quello del Regno di Bulgaria, e la sua marina più piccola di quella italiana. A cio bisogna aggiungere che gli Stati Uniti raramente partecipavano a conferenze internazionali ed erano, da tutti, considerati come potenza di secondo rango. Impressionante agli occhi di un lettore dei giorni nostri è la totale indifferenza con cui, nel 1880, il sultano ottomano, dovendo ridurre i suoi effettivi diplomatici, chiuse varie ambasciate in giro per il mondo, tra le quali figuravano la Svezia, i Paesi Bassi e, in maniera del tutto normale, gli Stati Uniti d’America.

Il primo passo degli USA  nello scacchiere internazionale fu effettuato nei primi anni di amministrazione Roosevelt, nel 1902. Egli era da un anno succeduto  – poichè occupante la carica di vicepresidente -allo sfortunato William McKinley, assassinato da un anarchico nel 1901, ed aveva subito incentrato la sua politica estera nel segno dell’apertura di Washington in un’ottica di creazione di un sistema di equilibrio. Roosevelt partì dalla premessa che gli Usa erano una potenza come le altre, senza singolari virtù universali da esportare od imporre. Ma similmente credeva che, per far valere i suoi interessi con gli altri paesi, esisteva quasi un obbligo di usare la forza per farli valere. Roosevelt diede alla Dottrina Monroe del 1823 – che metteva in guardia le potenze europee a stabilire nuove influenze dirette od indirette nelle Americhe – una sua personale interpretazione, più interventista e vicina al pensiero imperialista europeo. La nuova dottrina venne ribattezzata come Corollario Roosevelt ed era stato ideato anche in relazione alle sempre più frequenti infrazioni europee nel continente americano, come nel caso della crisi venezuelana del 1902, quando Gran Bretagna e Germania, per via dell´insolvenza venezuelana, minacciarono un intervento armato in quel territorio. A tale politica, Roosevelt accostò quella del Grosso Bastone che permise agli USA  di estendere ed aprire – anche con la forza – nuovi porti  e basi commerciali in tutto il continente. Tale visione di politica estera, chiaramente di ispirazione europee ed imperialista, permise agli States di divenire il “poliziotto” e padrone incontrastato del continente.

 « Parla a bassa voce, ma porta con te un grosso bastone: andrai lontano. »

In un mondo regolato dalla forza, Roosevelt affermava che l’ordine naturale delle cose stava nel concetto chiave delle sfere di influenza, che attribuiva la preponderanza di um paese su vaste aree geografiche. Tutto ciò ci spiega com molta chiarezza perchè Roosevelt – che aveva prima sostenuto com veemenza la fazione nipponica nella guerra del 1904-05 contro l´Impero russo –  accettò e riconobbe senza problemi l’occupazione giapponese dela Corea, nel 1908. Il tutto era letto in chiave dell’equilibrio di potere e del bilanciamento e contenimento del potere zarista in Asia da parte dell’ascendente potenza nipponica. D’altra parte è chiaro anche perchè, nel Vecchio Continente, Roosevelt caldeggiò un alleanza europea (Francia e Gran Bretagna) per bilanciare e contenere lo strapotere tedesco.

Diversa era la visione idealistica di Wilson che professava la missione americana di diffusione delle libertà individuali e della democrazia, per raggiungere lo stadio finale della pace perpetua tra i popoli. Solo uno stato democratico, moralmente superiore a qualsivoglia altra forma di governo, può raggiungere la pace, perchè i popoli, se degnamente rappresentati nelle assemblee nazionali degli stati, sono amanti della pace.

Gia nel 1915, Wilson formulò la sua nuova dottrina: per la prima volta la sicurezza di un determinato paese veniva giudicata inseparabile dalla sicurezza del mondo intero. Per lui, non vi era differenza alcuna tra la libertà degli Stati Uniti e quella delle altre nazioni del mondo, in quanto gli Stati Uniti facevano propria la crociata morale dei suoi valori, giudicati universali, contro i valori – giudicati antidemocratici – incarnati dagli stati che avevano scaturito una serie lunghissima di guerre per ottenere territori e ricchezze. La guerra – al contrario di Roosevelt che la vedeva solo come scontro tra potenze per ristabilire un nuovo equilibrio – era vista quasi unicamente come necessaria nell’ottica di un fondamento morale, che aveva come fine ultimo la creazione di un nuovo e giusto ordine mondiale superante la politica di equlibrio e la creazione di una lega delle nazioni. Si può trarre, da questa breve analisi della politica estera wilsoniana, che gli Stati Uniti giustificarono la loro guerra alla Germania e all’Austria-Ungheria con termini esclusivamente morali. Un esempio di ciò è riscontrabile se si leggono attentamente le ragioni della dichiarazione di guerra alla Germania, ove il presidente Wilson si scaglia non contro il popolo tedesco, giudicato da lui come amico del popolo americano, ma contro il suo Kaiser e il governo tedesco, visti da Wilson come gli unici responsabili della guerra “imposta” al popolo.

A guerra terminata Wilson vide realizzati – ma solo parzialmente – i suoi obiettivi: come la creazione di una societa delle nazioni democratiche e la libertà. Obiettivi già esposti nelle ultime fasi del conflitto attraverso i famosi 14 punti, pilastro attraverso cui riconoscere l’identità nazionale come principio per una sana democrazia e per la stabilità dei popoli. Un obiettivo, come noto, che venne raggiunto solo in parte – anche a causa delle limitazioni che Francia e Gran Bretagna cercarono di portare avanti sino alla fine per far valere i propri interessi nazionali – lasciando sospese molte questioni di popoli nel Continente europeo – alcune anche inerenti il nostro Paese – e perseguita senza che una riflessione approfondita venisse fatta, in modo efficace e utile alla stabilità, per quanto riguardava le conseguenze dei duri trattati di pace imposti agli sconfitti.

In seguito le forzature imposte in un mondo differente agli USA, creeranno le basi al secondo conflitto mondiale. La polverizzazione di entità come l’Austria-Ungheria accellerarono gli antagonismi nazionalistici tra le nuove nazioni sorte, troppo giovani e non aventi le basi per attuare una vera e duratura liberal-democrazia, tanto da regredire tutti allo stato autoritario nell’arco di pochi anni.  Osteggiato da parte del potere americano, e vittima di una situazione di salute cagionevole, il Presidente venne colpito da due ictus nel corso del 1919, che lo resero incapace di ricoprire il proprio ruolo e, nonostante la gravità della sua condizione venne resa pubblica solo nel 1921 e nascosta abilmente dal suo vicepresidente Marshall, gli ultimi anni di presidenza ne furono profondamente caratterizzati, impedendo a Wilson di combattere sino alla fine per le proprie idee.

 

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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