Le nuove tecnologie e la coscienza critica: la nuova, difficile frontiera della cultura

02/04/2014 di Luca Andrea Palmieri

In Italia abbiamo un problema con la cultura: è evidente e non è una novità. E’ il mix dei problemi della perdita della nostra cultura storica (per non dire classica) unito alla difficoltà, in troppi casi, di far raggiungere a un numero sufficiente di persone una cultura scientifica. Uno dei problemi nei problemi, però, è che il punto viene sempre associato alla scuola. Sia ben chiaro, non è che la scuola non abbia problemi, anzi, la gravità della situazione è messa in evidenza dal fatto che il problema culturale va ben oltre la scuola stessa, pur comprendendola.

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Marshall McLuhan, uno dei pensatori più influenti del secolo scorso

Tra medium e bufale – Una riflessione sui generi di cultura che si incrociano può partire dal modo in cui su internet girano notizie false, e prendono facilmente piede. Cosa figlia dall’assenza di capacità critica (spesso si condivide un link pur non conoscendo l’argomento, prendendo per scontato che sia vera, in una vera e propria nuova declinazione de “il medium è il messaggio” di McLuhan), che fa perdere la distinzione tra opinione e informazione, un po’ per superficialità un po’ per l’assenza di conoscenze “tecniche” (tra virgolette proprio perché sia umanistiche che scientifiche) in grado di far riconoscere a primo acchitto i bidoni. Succede anche che il condivisore si basi sul criterio della “fonte privilegiata”, scelta in base ai propri interessi, idee, percezioni, etc. Un atteggiamento assolutamente normale ma che assume rilievi complessi quando applicata all’ampiezza della comunicazione nell’era di internet.

Così capita che si pensi che i Rom dal primo aprile viaggino gratis sui mezzi pubblici o che esista un fondo di solidarietà per cifre da capogiro a favore dei parlamentari che non trovano lavoro dopo l’uscita dal Parlamento, o passano per vere le notizie di Lercio, sito palesemente satirico, le cui notizie ottengono migliaia di condivisioni con tanto di commenti indignati: segno che spesso di fa riferimento al solo titolo, senza neanche andare a leggere il testo o guardare la fonte.

Tra verosimiglianza e spirito critico – E’ ovvio che così non va: tutto diventa lecito, ogni tono e possibile e la verosimiglianza diventa il criterio del vero. Senza contare che più va avanti il sistema, più si crea una spirale in cui l’asticella del verosimile si alza, così come la percezione del vero. Come si diceva, il problema riguarda le scuole ma non solo. Queste devono insegnare lo spirito critico, e sarebbe loro ruolo farlo all’interno degli studi. Alzi la mano chi pensa sia davvero così, al confronto con didattismi spesso esasperati (e lo dice uno che ha frequentato il liceo classico, dove il didattismo è la base). Cultura civica dunque, ed anche cultura digitale, in un contesto in cui l’idea di introdurre nuove materie a scuola risulta, ad esser buoni, estremamente difficile. E dunque c’è bisogno di trovare nuove fonti educative.

Tra famiglia e tecnologie – Quali? Il primo pensiero alternativo alla scuola è quello che corre alla famiglia, croce e delizia del nostro concetto culturale (basti ragionare su tutto il dibattito al riguardo, dalla cultura famigliare, ai valori della famiglia, al, in un ipotetico opposto, familismo amorale): eppure, al di là di ogni altro discorso, è evidente che è presto per le famiglie italiane per dare un’educazione digitale ai propri figli: forse è la generazione nata negli anni ottanta quella che più di tutte ha avuto un rapporto con la rete, e in quanto tale ha iniziato ad utilizzarla comprendendone le implicazioni. Parliamo degli attuali trentenni, e neanche tutti. Senza contare che spesso proprio questi cadono per primi nelle già citate ingenuità. Insomma, salvo rari casi, la risposta non si trova da queste parti.

Abbiamo così un problema ampio e di difficile soluzione. La cultura non è più solo quella della scuola, unita a quella tradizionale degli insegnamenti che ci vengono da casa. Vi è un bombardamento di stimoli sempre maggiore, partito dall’era della televisione ma che ora con la rete si rafforza sempre di più. Il potenziale è positivo, e questo non ci piove: l’accesso a reti sociali, a più conoscenza, a più stimoli permette di arricchire la nostra esperienza. Ma questi stimoli non sempre sono positivi e non sempre sono correlati con la realtà, e, a differenza di quanto si pensava, non sempre il filtro automatico di chi “conosce di più” funziona: è un problema che si pongono le materie scientifiche, molto più fisse nei loro precetti, figurarsi quelle umanistiche.

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Un busto di Socrate al Louvre

Tra mitologia e complotti – Senza capacità discriminatoria, senza la forza delle fonti, tutto può essere vero, e allo stesso tempo tutto può essere falso. E’ così che nascono le teorie del complottismo: alcune di esse sono un po’ come la mitologia dei primi tempi, quando il concetto di divinità spiegava il fulmine che, dal nulla, squarciava il cielo e lasciava ceneri fumanti laddove cadeva: la sola differenza è che, in quest’epoca diffidente dove potenzialmente si può spiegare tutto, al posto dell’intervento divino ci sono forze malevole che tramano alle nostre spalle. E così che migliaia di persone si interessano e temono le scie chimiche.

Tra il “so di non sapere” e la tirannide della comunicazione – E dunque? Qual è la risposta a questo bisogno di interagire con più input culturali? Alla fine la modesta sensazione di chi scrive, scaturita da riflessioni che in parte si sono sviluppate scrivendo queste righe, è che la risposta si trovi già nel socratico “so di non sapere”, ovvero nel fatto che, quanto più si studia, tanto più ci si rende conto della sconfinatezza delle possibilità, delle ipotesi, e di quanto sia difficile per una sola persona avere la certezza su tutto. Insomma, è la cultura che crea cultura, non solo nel didattismo, ma anche nella sua capacità di invogliare la persona ad andare sempre a più fondo nelle cose.

Viene da sé che nell’era del “tutto e subito” da tutti i punti di vista, quello informativo in primis, portare avanti questo discorso sia difficilissimo. Eppure la sensazione è che sia estremamente importante. Il rischio, all’opposto, è che il relativismo diventi assoluto, e si cada nella tirannide della comunicazione: chi parla meglio viene ascoltato, indipendentemente se quel che dice è vero o meno. C’è ovviamente un limite anche a questo, perlomeno nell’evidenza, ma prima che vi si arrivi si rischia di dover passare troppi stadi, e di portare certe situazioni alle estreme conseguenze. Insomma, tra ipertrofia comunicativa e ipercriticità serve trovare un punto d’equilibrio: il rischio opposto è che tutta la nostra società faccia dei grossi passi indietro.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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