Taxi: il diritto alle bombe carta non esiste, e sulla protesta…

22/02/2017 di Francesca R. Cicetti

La minaccia di guerriglia oggi è sedata, la perplessità resta. Non solo per le modalità barbare della protesta, ma anche per la protesta in sé. È innegabile che la normativa di settore vada raddrizzata, limata. Ma davvero i taxi sono vittime assolute della situazione?

Taxi

C’è un dubbio secolare che attanaglia la democrazia: se esista o meno un limite al diritto. Al diritto di protestare, ad esempio, al diritto al dissenso. Quella sacrosanta, legittima ondata di indignazione che trascina in piazza. La stessa che ha rovesciato per giorni i tassisti nelle strade delle loro città – Roma e Milano in particolare – contro la sbrodolante attesa per la regolamentazione dei tassisti abusivi. La risposta, ovviamente, è no. Non si può mettere un freno alla disapprovazione, all’opposizione al potere, a meno di non tramutarci in una macchietta malriuscita di democrazia. Si può, però, e si deve, arginare alla violenza, e muoversi all’interno di certe regole ben stabilite. Il diritto alla protesta esiste, quello alle bombe carta no.

Bisogna ricordare ai tassisti, in piazza fino a ieri, che una mano armata di tirapugni adombra settimane di opposizione. Una sola, in una folla di mille, che impugna un manganello, cancella il ricordo di cento altre braccia pacifiche. E un solo saluto romano, svettante e fiero nella sua assurdità, fa dimenticare l’indignazione per il decreto “milleproroghe”, e la sostituisce con altro sdegno. Quello di chi, da casa, assiste a questo scambio iniquo: prepotenza per combattere l’inefficienza. Uno scontro che raramente porta lontano.

Dunque, il martedì di bombe carta si è concluso, ma l’amaro resta. Quella sgradevole sensazione di contaminazione che cala sulle metropoli, ogni volta che una manifestazione sfocia in brutalità. Ogni volta che per far valere un diritto legittimo si tirano pugni al vento, si spaccano vetrine. Lo stesso, non c’è dubbio su questo, i tassisti lo avrebbero ottenuto anche senza spranghe e bastoni, solo con la forza del numero e della protesta compatta. Lo stesso, e anche di più. Sarebbe stato, allora, un dialogo e non una minaccia di guerriglia. Per questo più civile, più efficace. Senza l’ombra nera e penosa che ora ci sfiora le teste.

Lo si può dire con sicurezza ai tassisti: senza bastoni sarebbe andata alla stessa maniera. Graziano Delrio avrebbe ugualmente suggerito una proposta di due decreti, usciti dalla mediazione post-bellica: uno per il riordino del settore, l’altro per la lotta all’abusivismo. E si sarebbe comunque impegnato a concludere il lavoro di redazione dei testi entro un mese. Anche senza bastoni, anche senza bombe carta. La folla di protesta sarebbe comunque stata compatta e forte, spalleggiata da una scelta discutibile della sindaca Raggi. Lei, che attraverso il blog di Beppe Grillo si schiera a favore dei tassisti, a favore dei manifestanti, ma – ce lo dice con un tweet in colpevole ritardo –  contro chi usa la forza. Insomma, condanna e appoggia, appoggia e condanna, e nel frattempo guadagna una denuncia per concorso in interruzione di pubblico servizio dal Codacons. È un azzardo, ma nemmeno troppo, pensare che sia lì per ragioni elettorali. Ovvero: accaparrarsi come una piovra i voti dell’estrema destra, alla quale innegabilmente la lobby dei taxi si associa. Prevedibile, ma non scontato.

La minaccia di guerriglia oggi è sedata, la perplessità resta. Non solo per le modalità barbare della protesta, ma anche per la protesta in sé. È innegabile che la normativa di settore vada raddrizzata, limata, per non rischiare di cadere nella concorrenza sleale. Ma i taxi sono davvero il bene assoluto, mentre Uber è il male? Esiste in tutto il mondo, non lo si può estirpare come un’erbaccia. E nessuna pistola finta agitata in una manifestazione potrà cambiare la realtà dei fatti. È una naturale evoluzione. Forse durerà, forse capitombolerà.

Ma i dolori dei tassisti non provengono tutti dal malefico Uber. Molte sono le loro colpe. Pensiamo al tentativo di liberalizzazione di Bersani, nel 2006: forti proteste e barricate, troppi compromessi. Alla fine, il risultato fu uno: cioè che le nuove licenze, lasciate alla decisione dei comuni, vennero e sono rilasciate con il contagocce, alimentando il mercato secondario di compravendita tra i tassisti stessi e gli “entranti”, spesso con pagamenti in nero. Nuove barricate anche contro Monti, pochi anni fa. E ancora oggi il tema brucia, persino su Roma, dove trovare un taxi nelle serate del fine settimana è più difficile di una gita a piedi sull’Everest, e stiamo parlando di un servizio, comunque, di pubblica utilità. Insomma, i tassisti non sono perfetti, il servizio neppure lontanamente. E a conti fatti, vedere questa opposizione ad Uber è come vedere i piccioni viaggiatori scendere in piazza contro le e-mail. Legittimo, ma anacronista e un po’ sterile. Soprattutto se si arriva, come è successo negli ultimi mesi, addirittura alla minaccia di alcuni tassisti ad altri che aderiscono a MyTaxi. Un barricarsi reiterato su una posizione acquisita, con poca voglia di guardare al futuro ma tanta di bloccare ogni cambiamento.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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