Perché l’Italia non cresce più…

24/01/2013 di Alberto Monteverdi

Il 4 maggio 1979, in Gran Bretagna, assumeva l’incarico di governo Margaret Thatcher. Nel primo discorso da Premier la “Lady di ferro” recitò San Francesco: “Dove c’è discordia possa io portare l’armonia. Dove c’è l’errore, portare la verità. Dove c’è il dubbio, si porti la fede. E dove c’è disperazione, possa io portare speranza”. Il Paese era il grande malato d’Europa. Tra metà anni ’50 e metà anni ’70 il Pil era cresciuto del 75%, mentre quello tedesco e francese intorno al 300%. I salari medi degli operai erano la metà di quelli tedeschi. Il Paese aveva appena conosciuto “l’inverno dello scontento”, un’ondata di scioperi continui tra l’ottobre 1978 e il febbraio 1979. Protestarono operai di tutti i settori: i netturbini si rifiutavano di svuotare i cassonetti, e perfino i becchini rinunciavano a seppellire i defunti. Le manifestazioni erano conseguenza di una devastante inflazione, con un costo della vita triplicato nel giro di un decennio. Le industrie di Stato perdevano milioni di sterline l’anno.

Era emerso un fenomeno nuovo, ritenuto impossibile dalla teoria economica del tempo, la stagflazione: inflazione galoppante accompagnata ad una stagnazione economica. Il punto più basso fu raggiunto nel 1976, con il Paese che, di fronte a un debito pubblico incontenibile, fu costretto a chiedere l’aiuto del Fondo monetario internazionale. Il Regno Unito, fino a pochi decenni prima un grande impero, contava ormai poco nella politica ed nell’economia internazionale.

In questo contesto si insediava Margaret Thatcher, che abbandonò presto gli insegnamenti di San Francesco d’Assisi, e usò il pugno duro. Si aggrappò alle idee liberiste: tagli della spesa, liberalizzazioni, deregolamentazioni, privatizzazione delle industrie di Stato, riduzione del peso dei sindacati, disciplina nella amministrazione pubblica. Il problema, riteneva, era nello Stato: nel Nanny State che coccolava i cittadini facendo venire meno in loro lo spirito d’iniziativa. Nei primi tre anni la cura Thatcher sembrò non funzionare, ma a metà anni ’80 la Gran Bretagna cominciò a crescere più del resto d’Europa. Il numero di proprietari di prima casa raddoppiò, la City, da tempio per pochi ricchi gentiluomini, divenne settore di grandi opportunità per una generazione di giovani intraprendenti, gli investitori stranieri affluirono. L’ascensore sociale tornò a funzionare. La Gran Bretagna continuò a crescere per 25 anni, con i governi new labour di Tony Blair che negli anni Novanta e Duemila proseguirono sulla scia della politica inaugurata dalla “Lady di Ferro”, seppur con un’attenzione maggiore al sociale.

Mentre la Gran Bretagna conosceva le riforme, in Italia veniva nominato Presidente del Consiglio il socialista Bettino Craxi. La ricetta del leader socialista fu completamente diversa. L’economia italiana negli anni Settanta aveva iniziato a rallentare, le svalutazioni competitive della lira non bastavano più, la grande industria era in crisi per via degli aumenti dei salari e del costo dell’energia del decennio precedente. I Governi Psi – Dc scelsero di usare lo Stato. Aumentò la spesa pubblica, questo sostenne la crescita, ma in un decennio il debito pubblico raddoppiò, dal 55% al 100% del Pil. La strategia prescelta fu il deficit spending. A inizio anni Novanta, il Paese aveva gli stessi problemi di competitività di dieci anni prima, ma con un debito pubblico doppio. Qui finisce l’epoca felice dell’economia italiana. Così mentre la Gran Bretagna vive la crescita, per l’Italia inizia la crisi.

Nel 1992 il nostro Paese, con un debito pubblico sopra il 120% del Pil in balia dei mercati, è costretto ad uscire dal Sistema monetario europeo, incapace di mantenere la lira entro la banda di oscillazione dello Sme. Il Governo Amato vara una manovra da 100 mila miliardi di lire, anche prelevando, con un decreto legge retroattivo, di notte, mentre gli italiani dormono, il 6 per mille da ogni conto corrente. Nel 1998 Prodi, per permettere all’Italia di entrare nell’eurozona, aumenta la pressione fiscale di un paio di punti con l’introduzione dell’eurotassa. Nel biennio 2011 – 2012, i Governi Berlusconi e Monti di fronte alla crisi dello spread, varano tre manovre da 105 miliardi complessivi di tasse aggiuntive in tre anni. La politica nostrana di fronte ai problemi di competitività, alla via delle riforme ha preferito quella dell’aumento della spesa, e di fronte alle crisi del debito pubblico, alla disciplina fiscale l’aumento delle tasse. La maggiore novità della “Seconda Repubblica” è considerata dai politologi la possibilità di alternanza tra destra e sinistra al governo, ma dal punto di vista della politica economica non c’è stato alcun tipo di discontinuità.

Fino al 1990 in nostro paese è cresciuto più degli altri paesi sviluppati. A partire dagli anni Novanta ha iniziato a crescere meno degli altri, fino a smettere di crescere del tutto. Questo indipendentemente dalla congiuntura internazionale, ciò significa che la crisi è nostra. Cosa frena l’economia italiana?

In una visione di economia liberale (diciamo di destra), la spiegazione più plausibile è nell’aumento della pressione fiscale. Negli anni ‘70 l’Italia aveva un vantaggio fiscale (cioè meno tasse) di 6,6 punti di Pil rispetto alle altre principali economie europee, negli anni ‘80 il vantaggio di riduce a 2,4 punti. Negli anni Novanta tale vantaggio si trasforma in handicap, con la pressione fiscale italiana che supera quella dei concorrenti europei di 3,4 punti, saliti a 5 nel primo decennio degli anni duemila. Rispetto agli anni Settanta lo Stato oggi preleva dalle tasche dei cittadini italiani 200 miliardi di euro in più. Questi sono i numeri a sostegno della destra liberale, secondo la quale un’elevata pressione fiscale soffoca la crescita.

Secondo la sinistra economica, invece, più tasse non significano meno crescita, e a sostegno di questa tesi portano il caso dei paesi scandinavi: paesi con pressione fiscale vicina al 50% del Pil, ma con crescita sostenuta. In questa visione, la crescita non dipende dalle basse tasse, ma dagli investimenti in ricerca e sviluppo, istruzione, e pubblica amministrazione efficiente. Dunque tra i due chi ha ragione? La verità può stare nel mezzo.

Se guardiamo i dati dell’ultimo periodo di crescita europea, quello tra il 1995 e il 2007, sembra che ciò che conta non è la pressione fiscale complessiva, ma quella sulle imprese. I paesi nordici (Svezia, Norvegia, Finlandia, Uk, Irlanda, Danimarca) accompagnano ad una elevata pressione fiscale complessiva, una bassa imposizione sulle imprese. Nel periodo 1995-2007 l’imposta sulle società nei paesi nordici è stata del 28%, nei paesi continentali (Germania, Francia, Austria, Olanda, Belgio, Svizzera) mediamente del 35%, in Italia sopra il 42%. Risultato: i paesi nordici sono cresciuti mediamente del 3%, i paesi continentali intorno al 2%, l’Italia del 1,3%. Dall’analisi dell’andamento di queste tredici economie in un arco temporale abbastanza esteso (13 anni), emerge, dunque, una correlazione inversa tra tasse sulle imprese e crescita economica.

La spiegazione alla crisi italiana è qui: da quando a partire dagli anni Novanta abbiamo iniziato a caricare l’imposizione sulle imprese, si è frenato il motore dello sviluppo. Le imprese italiane, inoltre, devono sostenere costi di produzione superiori ai principali competitor europei (Francia, Germania, Spagna e Uk). Fatto 100 lo “standard europeo”, le imprese italiane pagano 115 i carburanti, 227 l’energia elettrica, 297 i tempi della giustizia civile, 316 i tempi della pubblica amministrazione.

Per uscire dalla crisi, iniziata per l’Italia ben prima degli altri, serve una forte discontinuità: dobbiamo fare oggi quello che la Gran Bretagna fece trenta anni fa. Liberalizzare l’economia, privatizzare le aziende pubbliche in perdita, semplificare la regolamentazione sul lavoro e sull’impresa, migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione permettendo così un a forte riduzione della spesa e della burocrazia. Rispetto alla Thatcher, il futuro Presidente del Consiglio dovrà anche ridurre la pressione fiscale (problema che la Lady di Ferro non aveva), e per farlo si rende necessario un forte abbattimento del debito pubblico, anche attraverso la vendita di patrimonio pubblico. Lo Stato non è oggi la soluzione alla crisi, ma il principale problema. La ricetta molta spesa, molte tasse, che ha sempre caratterizzato tutti i governi di destra, sinistra e tecnici negli ultimi venti anni, va ribaltata, in meno spesa, meno tasse su impresa e lavoro. Questa sembra ormai l’unica via della crescita, altrimenti a dispetto di tutti i modelli econometrici la crisi proseguirà.

L’Italia non è a fine corsa, non è destinata ad un declino inesorabile. Il 2012 è stato probabilmente l’anno più duro dal secondo dopoguerra, con numeri che non si erano mai visti prima, ma il tessuto economico italiano, pur in grande sofferenza, è ancora forte. Va rianimato prima che sia troppo tardi. L’industria manifatturiera italiana è la seconda d’Europa, le famiglie italiane sono le meno indebitate dell’area Ocse, gli italiani hanno un patrimonio individuale secondo soltanto a quello degli australiani. L’andamento dell’export mostra come quando gli italiani hanno l’opportunità di esprimersi liberamente sui mercati internazionali riescono a farsi rispettare: rispetto al crollo del 2009 abbiamo recuperato il 21%, e metà dei distretti industriali italiani sono tornati ai livelli di esportazioni del 2008. Non dobbiamo temere la competizione asiatica, perché quello che i cinesi potevano toglierci (le manifatture a basso costo) ce lo hanno già sottratto tra il 2001 e il 2005. Le imprese italiane hanno dimostrato di saper competere anche stando nell’euro e in un’economia globalizzata. Il problema non è sui mercati internazionali, ma in Italia. Serve un soffio di libertà per far ripartire l’ascensore sociale.

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Alberto Monteverdi

Nasce nel bresciano a fine anni ’80, fin da giovane sviluppa una passione per le tematiche politico-economiche. A 18 anni è finalista al “Management Game” di Confindustria Lombardia. Dopo il diploma in Ragioneria si laurea con Lode in “Aziende, Mercati e Istituzioni” presso l’Università degli Studi di Parma. Quindi la Laurea Magistrale con Lode e Speciale Menzione presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma con una Tesi relativa alla crisi europea dei debiti sovrani e all’assetto di governance economica dell’Eurozona, poi pubblicata. Nominato Cultore della Materia presso la medesima Università, oggi frequenta corsi Post Laurea nel campo del diritto e dell’economia europea.
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