Promettono di ridurre le tasse. Ma i conti non tornano…

07/02/2013 di Alberto Monteverdi

2013, sesto anno di crisi. Il pubblico è affamato e vuole ascoltare parole nuove. Parole di speranza. Vuole sentirsi dire che le tasse che stanno strangolando l’economia si possono ridurre. Ecco allora salire sul palco per la campagna elettorale tre personaggi: Silvio, Mario e Pierluigi.

Silvio è il più esperto. Nello spostare voti il migliore è ancora lui. “Aboliremo l’Imu. E non solo. Restituiremo in contanti quella pagata nel 2012”. Parole dritte allo stomaco. A quel pubblico con la pancia vuota per un attimo sembra di aver pranzato.

Mario è alle prime armi. Parte piano, ma poi trova confidenza con il nuovo ambiente. “Ridurremo l’Imu già nel 2013, e poi nel 2014 anche l’IRPEF”. E avverte: “Lo spread? Dipende da chi sarà al Governo. Con altri (esempio con Vendola) i mercati potrebbero non essere tranquilli”.

Infine, Pierluigi. Il più prudente. “L’Imu si può ridurre sulle fasce più deboli, in cambio di una patrimoniale per i più ricchi”. Parla, inoltre, di possibile “polvere sotto il tappeto”. Capiremo il motivo di queste parole più tardi, ma prima vediamo come si (su dati Confcommercio) sono comportati centro-destra, centro-sinistra e tecnici in tema di tasse in passato.

Nella legislatura 1996-2001 governa il centro-sinistra guidato prima da Romano Prodi, poi da D’Alema e Amato. Sono anni in cui l’economia italiana inizia a faticare, mentre gli impegni comunitari obbligano alla disciplina di bilancio. A inizio mandato la pressione fiscale è al 41,4%, chiude sostanzialmente allo stesso livello nel 2001. In mezzo, però, il picco al 43,4% del 1997 con l’introduzione dell’eurotassa.

Dal 2001 al 2006 è il turno del centro-destra guidato da Silvio Berlusconi. Non sono anni buoni. In Germania è in corso una riforma generale del mercato del lavoro. Se la Germania non cresce, non può farlo neppure l’Italia, considerato che quello tedesco è il principale mercato di sbocco per l’export italiano. L’attentato alle Torri Gemelle e i conseguenti interventi americani in Afghanistan e Iraq, fanno schizzare il prezzo del petrolio di cui l’Italia è dipendente. Nel dicembre 2001, inoltre, entra nel WTO la Cina: per quella parte di manifatture tessili italiane a basso costo è la fine. Tuttavia, la pressione fiscale tocca il punto di minimo degli anni Duemila: al 40,1% nel 2005. Tremonti, però, intuendo che la sua coalizione avrebbe perso le successive elezioni, mina il terreno del suo successore. Così, nel 2006 il livello di tassazione sale al 41,7%.

Nel 2006 al Governo è di nuovo il turno di Prodi e del centro-sinistra, con una maggioranza arcobaleno. Sono anni abbastanza buoni. Le riforme del mercato del lavoro in Germania danno i loro frutti. La locomotiva tedesca comincia a muoversi, trascinando con se l’export italiano che vola verso il massimo storico. Prodi si trova in cassa un “tesoretto”. Potrebbe decidere di utilizzarlo per ridurre la pressione fiscale o in alternativa per diminuire il debito pubblico. Invece no. La pressione fiscale sale di un punto al 42,7%. Quelle risorse extra sono destinate a correggere l’età pensionabile verso il basso (lo scalone previsto diventa scalino): operazione che costa decine di miliardi euro. Una follia. Chi verrà dopo sarà costretto a rimettere di nuovo mano alle pensioni, innalzando l’età di pensionamento di diversi anni.

Nel 2008 torna Berlusconi. Ancora una volta il Cavaliere di Arcore non è fortunato. Scoppia la crisi finanziaria internazionale, il mercato interbancario si ferma, il credito si blocca e, per la prima volta dal secondo dopoguerra, il commercio mondiale arretra (meno 12%). Crolla l’export: per l’Italia è recessione. Da un lato, aumentano le spese pubbliche per sostenere gli ammortizzatori sociali, e dall’altro, calano le entrate per via della crisi. Tuttavia, nel triennio 2009 – 2011 la pressione fiscale non aumenta, fermandosi intorno al livello del 2008. Nell’estate 2011, però, la competizione tra debiti pubblici europei fa scoppiare lo spread italiano. L’Europa impone all’Italia il pareggio di bilancio nel 2013. Tremonti, ben sapendo che sta trascorrendo i suoi ultimi giorni da Ministro dell’Economia, ancora una volta, come già nel 2006, mina il terreno del suo successore. Due manovre per complessivi 80 miliardi di euro, di cui il 70% di maggiori tasse.

Monti si trova scoppiare tra le mani le mine fiscali preparatagli dal suo predecessore, ma non se ne cura. Anzi, ci mette del suo e vara un’ulteriore manovra da una ventina di miliardi, “il salva Italia”. L’85% di quella manovra sono aumenti di imposte. Insomma riguardo al mix aumento delle tasse – taglio delle spese la manovra del Professore è addirittura peggiore di quella di Tremonti. Nel corso del 2012, tuttavia, prova a ridurre la spesa, cosa mai riuscita ai suoi predecessori. Il responsabile di questo compito al Governo è il Ministro Giarda. Il Prof. Giarda ha grande esperienza sul tema: ha fatto parte della Commissione tecnica per la spesa pubblica presso il Ministero del Tesoro dal 1986 al 1995, e poi ha continuato ad occuparsene in qualità di Sottosegretario al Tesoro dal 1996 al 2001. Tuttavia, è pur vero che nel periodo in cui se ne è occupato la spesa non è mai scesa, ma al contrario è aumentata di diverse centinaia di miliardi. La sua nomina non era di buon auspicio. Infatti, nel corso del 2012, il tecnico Giarda è affiancato da un altro tecnico: Enrico Bondi. Alla fine si riesce a concludere una riduzione della spesa (spending review) di 4 miliardi di euro per il 2012 (10 miliardi nel 2013). Su 800 miliardi complessivi non è granché. Ma considerati gli standard italiani è un primo passo positivo.

Nel complesso nessuno si è dimostrato un campione in tema di riduzione delle tasse. La sinistra ha teso ad aumentarle, il centro-destra non le ha abbassate, e in poco più di un anno di Governo dei tecnici sono volate di 3 punti. Ma non è solo per questo che dovremmo dubitare delle promesse fiscali di questi giorni. Dovremmo farlo soprattutto perché i conti non tornano. Già, i conti non tornano.

Il pareggio di bilancio indicato nel documento di previsione del Ministero dell’economia per il 2013 è raggiungibile in concomitanza ad un andamento del Pil a meno 0,2%. Ma il Pil quest’anno calerà molto di più. Già Confindustria e la Banca d’Italia parlano di un arretramento del prodotto dell’1%. I nostri tecnici hanno sottovalutato l’effetto del moltiplicatore fiscale: più tasse, meno crescita, meno entrate. Nel 2012, tre punti di tasse in più hanno portato ad una riduzione del Pil di 2,4, cioè un moltiplicatore di 0,8. Questo, per stessa ammissione del Sottosegretario all’economia Polillo, ha generato un incremento delle entrate inferiore al 50% al previsto. Non mancherà nel 2013 un effetto trascinamento. L’export non basterà, quest’anno perderemo più dell’1%. Meno crescita, meno entrate per lo Stato. Mancano, dunque, una decina di miliardi di euro per raggiungere il pareggio di bilancio cui l’Italia si è obbligata con l’Europa.

Ecco la “polvere sotto il tappeto” di cui parla Bersani. Ma la polvere non è sotto il tappeto, è alla luce del sole. Tutti la vedono, ma nessuno lo ammette. Riconoscere la sua esistenza screditerebbe buona parte delle promesse fiscali di questi giorni. Questo spiega anche l’atteggiamento prudente di Bersani. Consapevole che sarà probabilmente lui il prossimo Presidente del Consiglio, si guarda bene dall’esagerare con i proclami. Si tiene in tasca la carta preparatagli dal responsabile economico del Pd Stefano Fassina, e sostenuta da Sel: una patrimoniale sulle proprietà immobiliari che superino gli 1,2 milioni di euro di valore complessivo.

Ma non pare questa una giocata da campioni. Quel ceto più ricco che si vuole colpire paga già ogni anno 8 mila euro circa di Imu, ed è l’unico a potersi permettere di acquistare nuove abitazioni in un periodo di stretta del credito come questo. Una nuova patrimoniale sull’edilizia ucciderebbe definitivamente un settore che nel corso della crisi ha perso metà degli occupati. Inoltre, in un paese come l’Italia dove ogni mese vengono portati all’estero legalmente (figuriamoci illegalmente) 19 miliardi di euro, parlare di patrimoniale equivale a spararsi su un piede. Cattiva proposta quella del bocconiano Pd.

Monti, nel frattempo, lancia strani presagi “una nuova manovra? Dipende da chi governerà”. Come dire: se ci sono io, lo spread sta buono e niente nuove tasse, ma se arriva uno come Vendola, allora è allarme rosso per i nostri tassi d’interesse. In realtà non è così. L’”effetto Monti” sui mercati è una fantasia (per chi volesse approfondire). A luglio dopo 8 mesi di Governo dei tecnici lo spread era di nuovo ai livelli di novembre 2011. La discesa successiva è dipesa dall’intervento in estate di Mario Draghi, tanto è vero che in parallelo a quello italiano è sceso anche lo spread sui bonos spagnoli. E Monti non governa di certo anche a Madrid.  Inoltre, con i tassi decennali attuali intorno al 4%, un’ulteriore discesa dello spread è improbabile. Questo è il livello pre-crisi: altri benefici in termini di minori interessi sul debito non ci saranno. Chiunque governerà dovrà attenersi al fiscal compact europeo e avrà, nei limiti del possibile, la protezione dello scudo di Draghi. Lo spread potrebbe muoversi per altre cause, ma non di certo per via del cambio di Governo. Fosse anche Vendola il nuovo Presidente del Consiglio.

Allora a cosa fa riferimento Monti, quando sostiene che la futura manovra dipenderà da chi sarà al Governo? Monti conosce i conti pubblici, sa di certo che c’è la “polvere”. Potrebbe avere anche lui una carta da giocare. Un accordo con l’Europa per un rinvio del pareggio di bilancio al 2014, alla pari di tutti gli altri euromembri. Anche se fosse così, nemmeno questa sarebbe una giocata da campioni. Un paese che ha sulle spalle 2 mila miliardi di euro di debito, quando prende un impegno è meglio che lo mantenga. I mercati hanno già assorbito il pareggio come un fatto. Un rinvio sarebbe un pessimo segnale, e a quel punto a Monti non basterà indossare il loden, mentre passeggia a braccetto con la Merkel per guadagnare la credibilità (parola a lui molto cara) dei mercati.

Infine, Berlusconi. Le sue promesse fiscali sono di certo le più “eccitanti”. Sono impossibili? Impossibili no. L’Imu sulla prima casa d’altronde vale non più di 4 miliardi l’anno. Non un’enormità. Ma per tagliare le imposte, bisogna prima ridurre le spese, e lui in passato non ci è mai riuscito. Nessuno in realtà crede davvero di poter ridurre la spesa pubblica, perché non esiste un leader oggi politicamente così forte da poterlo fare. Lo stesso Monti parla di “bloccare” la spesa piuttosto che di ridurla, e Bersani non ne parla affatto.

C’è una possibilità di evitare la manovra correttiva che ci attende? Se non si è in grado di tagliare le spese allora resta una sola carta. La giocata del fuoriclasse. Costituire un fondo con 4-500 miliardi di euro di patrimonio pubblico e quotarlo in borsa, destinando il ricavato all’abbattimento del debito. Questo non solo eviterebbe l’aumento delle tasse, ma permetterebbe di risparmiare una ventina di miliardi di interessi l’anno, e altrettanti dal minore impegno di rientro imposto dal fiscal compact. Avremmo le risorse per ridurre le tasse davvero. Ad esempio, l’IRAP, che vale una trentina di miliardi. Ma questa giocata i nostri tre illusionisti non l’hanno in testa. In un periodo come questo, dove gli iscritti ai partiti sono ai minimi storici, dove il senso di appartenenza ideologica ormai conta poco, e dove nessun leader è in grado di riempire una piazza, l’unico legame dei partiti con la società civile sono gli affari. Il patrimonio pubblico, gli immobili di Stato, le partecipazioni, gli appalti, le nomine. Il caso delle fondazioni in Mps è un esempio tra i tanti. Non venderanno il patrimonio pubblico, è l’ultima ancora che resta ai partiti con la società.

Dunque, il pareggio di bilancio sarà raggiunto con una nuova manovra finanziaria correttiva, probabilmente spostata per tre quarti su aumento delle imposte (salvo tagli della spesa mai visti prima). Dove peseranno le nuove tasse difficile oggi intuirlo, ma non è un problema per la nostra classe politica. In Italia, dai tempi della tassa sul macinato introdotta da Quintino Sella nel 1869, i governanti italici hanno sempre avuto una grande fantasia in tema di nuove imposte. Troveranno anche stavolta il modo. Di certo le nuove imposte aggraveranno l’effetto negativo del moltiplicatore fiscale sul Pil. Non vedremo così la luce non soltanto nel 2013, ma nemmeno nel 2014. Con questa politica fiscale di delevereging realizzato attraverso sanguinosi aumenti delle imposte non ne usciamo. Ma non arrabbiatevi. Renderanno note le nuove tasse soltanto a luglio, quando gli italiani (coloro che potranno ancora) saranno in vacanza. Ecco allora che arrivati in spiaggia, apriremo il giornale e dopo aver letto la notizia, abbassando la testa penseremo: “Ce l’hanno fatta ancora. Le solite promesse da mercanti. C’era il trucco e c’era l’inganno”. Avremo l’occasione di arrabbiarci, ma non è ora il momento. Siamo in campagna elettorale: è il tempo delle illusioni. I tre prestigiatori sono ancora sul palco.

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Alberto Monteverdi

Nasce nel bresciano a fine anni ’80, fin da giovane sviluppa una passione per le tematiche politico-economiche. A 18 anni è finalista al “Management Game” di Confindustria Lombardia. Dopo il diploma in Ragioneria si laurea con Lode in “Aziende, Mercati e Istituzioni” presso l’Università degli Studi di Parma. Quindi la Laurea Magistrale con Lode e Speciale Menzione presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma con una Tesi relativa alla crisi europea dei debiti sovrani e all’assetto di governance economica dell’Eurozona, poi pubblicata. Nominato Cultore della Materia presso la medesima Università, oggi frequenta corsi Post Laurea nel campo del diritto e dell’economia europea.
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