Tamara de Lempicka, seducente icona bohemien alla conquista di Torino

13/04/2015 di Simone Di Dato

“Sono stata la prima donna che ha dipinto in modo pulito, e quella è stata la base del mio successo. Tra un centinaio di dipinti, i miei erano sempre quelli che risaltavano. Così le gallerie cominciarono ad appendere i miei lavori nelle loro stanze migliori, sempre nelle posizioni centrali, perché la mia pittura era attraente. Era precisa. Era ‘finita’.”

Tamara da Lempicka

Si apre con la celebre “Ragazza in verde” la mostra dedicata a Tamara de Lempicka, musa e straordinaria ritrattista dell’art decò, nonché affascinante icona degli anni Venti del Novecento. Allestita presso le stanze di Palazzo Chiablese, antica dimora signorile in pieno centro storico, la retrospettiva torinese presenta al pubblico, fino al 30 agosto, circa 100 opere dell’artista polacca in un percorso tematico di sei sezioni per illustrare la parabola creativa e personale di una delle protagoniste più seducenti della vita bohèmien parigina dell’epoca. Prezioso prestito del Centre Pompidou di Parigi, alla “Ragazza in verde” è affidato il compito di aprire l’allestimento, con la sua figura di fanciulla attraente fasciata da uno svolazzante abito verde che ne esalta ventre, seno e fianchi. Riecheggiando la moda del tempo con il capello a tesa larga, rigidi boccoli biondi e guanti bianchi a coprir le mani, la ragazza in verde esprime una singolare assonanza tra seduzione appena accennata e un erotismo tutto artificiale, tanto da apparire autentica e innaturale, umana e artefatta insieme.

Colta, raffinata e disinibita, Tamara de Lempicka si ritagliò nei folli e ruggenti anni Venti la fama di diva sensuale e fuori dagli schemi, tanto nella vita quanto nell’arte. “Vivo la vita ai margini della società – amava dire – e le regole della società normale non si applicano a coloro che vivono ai margini”. Nata nella Varsavia zarista nel 1898, si trasferì a Parigi con la famiglia nel 1920 per studiare pittura all’ Accadèmie de la Grande Chaumiere e all’Accadèmie Ronson. Il suo stile personale fu influenzato fortemente dalle istanze dell’Art Decò, (quel movimento artistico che credeva nel connubio tra pittura, arti decorative, architettura e moda),  pur mantenendo un’autonomia e un’originalità innate. La sua pittura visiva, scandalosa e seducente, è caratterizzata da anatomie deformate e sfigurate, che conservano una costruzione scultorea raffinatissima tra linee curve, archi e cerchi di chiara matrice cubista. Tra gli anni Venti e Trenta, Tamara ebbe modo di viaggiare moltissimo in tutta Europa. Ebbe la possibilità di conoscere D’Annunzio, di essere paragonata per fascino e avvenenza ad Eleonora Duse, stringere amicizia con artisti del calibro di Picasso, Cocteau e Andrè Gide, di creare attorno a sé la figura di artista dal lessico sofisticato e mondano al quale far coincidere quella di donna fatale ed elegante, tra amori e scandali, capricci e tanta audacia. Trasferitasi negli Stati Uniti dopo l’inizio della seconda guerra mondiale, visse a Beverly Hills prima, New York e Houston poi, fino a trasferirsi a Cuernavaca in Messico, dove morì nel 1980.

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Curata da Gioia Mori e promossa dal Comune di Torino, l’esposizione parte con la sezione intitolata “I mondi di Tamara de Lempicka”, uno spazio dedicato alla realtà di due mondi, l’Europa e l’America, che esplorando tutte le case in cui l’artista ha vissuto tra il 1916 e il 1980, analizza l’evoluzione creativa tra l’anno del suo matrimonio a San Pietroburgo e l’anno della sua morte. Porta il titolo di un articolo americano dei primi anni Quaranta la sezione incentrata sul virtuosismo tecnico della pittrice. A farla da padrone in “Madame la Baroness”, un genere caro all’artista fin dall’adolescenza e che raggiunge ottimi risultati durante gli anni Quaranta: le nature morte come “La Conchiglia”, trompe-l’oeil del 1941. Passando per opere dalle strette connessioni con la fotografia contemporanea di Freund, Kertész, Kollar e Maar, la mostra passa in rassegna la pittura “devozionale” tra santi e sacre visioni proprie di lavori quali “Vergine col bambino” del 1931 e “Vergine blu” risalente al 1934. Il raffinato decorativismo di Tamara spicca negli sguardi ammalianti delle sue donne, elegantemente vestite e alla guida di auto costose: è nello spazio chiamato “Dandy decò” che troviamo i lavori diventati nell’immaginario pop simboli dei primi anni del Novecento, tra ritrattistica e mondo della moda, da “Le confidenze” del 1928, alla “Sciarpa blu” del 1930. A chiudere il percorso espositivo è l’audace pittura dei dipinti dedicati alle Coppie: quelle eterosessuali che dialogano con un acquerello di Hayez (prestito della Veneranda biblioteca ambrosiana di Milano) con il quale l’artista si confrontò, fino alle coppie lesbiche messe in relazione ad alcune fotografie di Brassai e Harlingue.

Un essere tormentato, senza patria, senza casa”. Così si definiva Tamara de Lempicka in una lettera scritta nel 1936, nel pieno della sua attività artistica. Una libertà e un’autonomia probabilmente pagate ad un prezzo molto alto, che ha influenzato la varietà di temi e soggetti ben visibile nella mostra torinese. Il comune denominatore dei lavori di Tamara non è infatti solo una pittura chiara e attraente, fatta di volti definiti da ombre nette, cromie ridotte e spazi angusti. Quegli sguardi distratti e seducenti nascondono una malinconia che tradisce un disagio psicologico: dietro l’artificio di immagini raffinate, fredde, eleganti e teatrali, si nasconde il preludio della guerra e tutto il disagio del mondo moderno.

 

Info:
TAMARA DE LEMPICKA
a cura di Gioia Mori
Polo Reale, Palazzo Chiablese, Torino.
19 marzo – 30 agosto 2015

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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