Taglio fiscale per riforme, la mossa di Renzi per uscire dall’impasse

21/07/2015 di Edoardo O. Canavese

Male nei sondaggi, fermo in Parlamento, Renzi cerca la scossa che faccia respirare il Pd e che gli consenta la riforma del Senato. Ecco perché la riduzione delle tasse è (oggi) una proposta molto più politica che economica.

Renzi Tasse Casa

Perché nel cuore di luglio Renzi resuscita dai dolori di partito e d’Europa e promette un profondo, storico taglio di tasse in tre anni? La politica sta vivendo un momento di stasi che Renzi stesso definirebbe paludosa. Il Parlamento non lavora, non come l’anno scorso, quando il 40,8% delle Europee spingeva il Pd a legiferare a suon di marce forzate. Il dibattito greco assorbe l’attenzione di media ed opinione pubblica. Le amministrative hanno esaurito l’agone e la proposta politica, per quest’anno. Ed è così che nel sudato torpore estivo sbuca Renzi e si riprende la scena. Dai nodi in cui si sta soffocando il Pd, da Roma a Palermo, e dalla rincorsa al primato dem di due avversari che si credeva sepelliti, leghismo e grillismo. Di fatto è il momento più complicato del governo a guida fiorentina, e sul breve periodo il trend non sembra destinato ad invertirsi. Di qui la necessità per Renzi di trovare una exit strategy che riporti lui, e non tanto il Pd, al centro del dibattito. E cosa meglio della buona vecchia riduzione fiscale di berlusconiana memoria?

2016 Imu e Tasi, 2017 Ires (imposta sul reddito delle società), 2018 Irpef. Questa l’agenda tagli che Matteo Renzi ha presentato ai microfoni del Tg2. Approssimativa nelle cifre (50 miliardi di riduzione imposte?), incerta sui tempi (un Parlamento così lento potrà mai correre così veloce sulle tasse?), soprattutto esplosiva mediaticamente. Fin dal suo nome, “patto con gli italiani”. Esca dolce per gli esponenti della minoranza dem e per l’opposizione berlusconiana, da cui monta la stessa accusa: plagio berlusconiano. Renzi incassa con un’alzata di spalla. L’approccio propagandistico è riconosciuto come simile, quasi paterno, tuttavia ad oggi la forza legislativa del fiorentino è stata diversa; efficace sulle riforme costituzionali, almeno fino all’approvazione dell’Italicum. Manca ancora un voto perché il nuovo Senato divenga realtà, e perché ciò avvenga è necessario chiudere le fila della maggioranza. O sbaragliarle, confonderle, dividendo le dissidenze.

La strategia di Renzi è chiara. Sul breve periodo il taglio delle tasse non sono che moneta di scambio con cui sperare di ottenere consenso sulla riforma del Senato e un po’ di respiro nei sondaggi, sempre più in calo. L’obiettivo è quello di costringere in un angolo le opposizioni, esterne ma soprattutto democratiche, e metterle di fronte ad un ennesimo bivio: o con me su Senato, e quindi sul taglio delle tasse, o contro di me. Che, tradotto in renzese significa “contro gli italiani”. E l’arma delle tasse non è stata scelta a caso perché, a fronte di una dissidenza più radicata a sinistra e meno avvezza a parlare di taglio alla spesa, dall’altra c’è una componente di ispirazione social-liberale cui una sforbiciata fiscale non potrebbe così tanto dispiacere. Ed è infatti da sinistra che provengono le critiche più numerose: da Civati che accusa Renzi di non essere simile a Berlusconi, ma Berlusconi stesso, all’ex ministro Visco, che rimprovera l’assenza di accenni sulla lotta all’evasione.

L’ambizione di Renzi è ricreare il clima di sfida al sistema che si costruì intorno alle riforme del Patto del Nazareno e che lo portarono alla consacrazione europea. Ma allora c’era un accomodante centrodestra pronto a soccorrere il Pd qualora i democratici registrassero perdita di voti. Oggi, senza una Forza Italia dilaniata tra bande e con un’ala sinistra tiratasi fuori, come può sperare il premier di raccogliere il consenso politico decisivo in Parlamento non per vivacchiare, ma per rilanciarsi? La risposta a questa domanda potrebbe chiamarsi Denis Verdini. La scissione del parlamentare, nonché ex uomo di fiducia di Berlusconi, con Forza Italia è ormai realtà. Si aggiunga il rapporto storicamente consolidatosi tra Verdini e Renzi, di cui s’è già trattato sulle colonne di Europinione, e si comprenderà come l’accordo tra toscani in questo momento non è casuale. Un vero e proprio salvagente lanciato dalla macchina del gattopardismo, affinché Renzi governi, magari con una certa tranquillità. Un Patto del Nazareno bis, nei numeri più ridotto, che consenta al premier di oltrepassare lo stagno in cui pare piombato, in Parlamento e nei sondaggi.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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