Tagliati dalle clausole di salvaguardia

23/03/2015 di Federico Nascimben

Secondo il Corriere il Governo è alla ricerca di 10 miliardi di "tagli" entro il 2016 per evitare che scatti la prima delle tre clausole di salvaguardia da 16 mld. In caso contrario, l'alternativa è nota

Banconote

Il Corriere della Sera di ieri è tornato ad occuparsi delle risorse che occorre recuperare per far fronte agli aumenti di Iva e accise, previsti nelle clausole di salvaguardia presenti nella legge di stabilità, di cui ci eravamo già occupati. Secondo Banca d’Italia, tali clausole hanno un controvalore complessivo di 16,1 miliardi nel 2016, 25,5 nel 2017 e 27,5 nel 2018.

Per l’autore dell’articolo, Enrico Marro, occorre trovare 10 miliardi di euro per il prossimo anno attraverso un processo di spending review, in vista dell’approvazione del Def (entro il 20 di aprile, che dovrà essere inviato a Bruxelles) e, più avanti, della legge di stabilità.

Secondo quanto riportato, per reperire le risorse necessarie il Governo punta “su un piano con molte voci. Applicazione massiccia dei costi standard a Regioni, Comuni e spesa sanitaria. Taglio delle società partecipate dagli enti locali (11 mila, secondo l’Istat, di cui 1.454 non attive). Le misure già previste dall’ultima legge di Stabilità potrebbero intanto essere rafforzate con il disegno di legge delega di riforma della Pubblica amministrazione all’esame del Parlamento. Razionalizzazione del trasporto pubblico locale, con l’obbligo di gare per l’affidamento del servizio, il taglio dei trasferimenti alle Regioni che non ottemperano e l’applicazione dei costi standard per la definizione dei trasferimenti stessi, come prevede un disegno di legge che dovrebbe arrivare presto in Consiglio dei ministri. Riassetto delle articolazioni periferiche della Pubblica amministrazione e dei corpi di polizia. Anche qui le prime novità (assorbimento del corpo forestale) potrebbero arrivare con gli emendamenti alla riforma Madia. Introduzione di severi criteri di valutazione costi benefici sulle opere pubbliche. Abbattimento delle 30 mila stazioni appaltanti e allargamento del perimetro di azione della Consip, la Centrale pubblica degli acquisti di beni e servizi, passando dai 38 miliardi presidiati ora a 50 miliardi (su un totale potenziale di 90)”.

In aggiunta a ciò vi sarebbero altri due temi da toccare, e cioè quello relativo alle tax expenditures e ai sussidi alle imprese. La lista si fa sempre più lunga, dunque, e di certo non sorprende che alla fine si torni sempre sugli stessi punti, vista anche la triste conclusione/archiviazione del Piano Cottarelli, elaborato dal precedente commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica, i cui documenti non sono ancora stati resi pubblici, nonostante ripetute dichiarazioni in senso opposto. Secondo quanto filtrava fino a qualche settimana fa, inoltre, i successori di Cottarelli scelti dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, avrebbero dovuto essere già stati nominati, ma i tempi alla fine si sono ulteriormente dilatati. Pertanto, il consigliere economico di Renzi, Yoram Gutgeld, ed il professore di economia politica della Bocconi, Roberto Perotti, continuano ad attendere l’atto formale.

Ad ogni modo, ai 16 miliardi necessari si dovrebbe arrivare, oltreché in seguito ai nuovi tagli per 10 miliardi, grazie alla riduzione della spesa per interessi per circa 3 miliardi e allo sbuffo di ripresa economica prevista per l’anno in corso e per il 2016. Inutile dire che l’aleatorietà è estremamente elevata, e che l’aver semplicemente spostato più avanti nel tempo riduzioni di spesa e/o maggiori entrate nell’ultima legge di stabilità non toglie che al redde rationem si debba comunque arrivare, prima o poi. E vista soprattutto l’ultima esperienza in termini di commissari alla spesa pubblica, rimasta completamente sulla carta e mai digerita da Renzi, la strada da fare è ancora molto lunga ed è utopistico aspettarsi miracoli nel breve periodo. Anche perché è sempre mancata l’unica cosa essenziale: la volontà politica di riqualificare la spesa e modificare il perimetro pubblico/privato, alla luce del corporativismo nichilista che caratterizza questo Paese. L’alternativa praticata dagli esecutivi che si sono succeduti nel corso del tempo, come noto, è sempre stata quella dell’aumento della pressione fiscale.

Come ha spiegato la Corte dei Conti nell’ultima relazione sulla finanza pubblica dopo la legge di stabilità, infatti, “l’effettiva realizzazione di risparmi consistenti appare un traguardo molto difficile allorché ci si misuri con le limitate categorie di spesa realisticamente aggredibili, per le quali, tra l’altro, i margini ancora disponibili per ulteriori tagli sono ridotti dalle ripetute riduzioni di risorse intervenute negli ultimi anni (si pensi al blocco di lunga data delle retribuzioni pubbliche e al bersagliamento incessante dei consumi intermedi; una voce di spesa che incide per meno dell’1 per cento sul totale della spesa primaria corrente delle amministrazioni centrali). Di nuovo, dunque, va riaffermato che la condizione ineludibile per ridurre una troppo gravosa pressione fiscale è che si metta in discussione il perimetro stesso dell’intervento pubblico e che si reingegnerizzino i processi produttivi dell’amministrazione pubblica“.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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