Dal Tacheles al Muro: se Berlino decide di rinunciare ai suoi simboli

03/03/2013 di Luca Andrea Palmieri

L’East Side Gallery è nota per essere la sezione più lunga rimasta in piedi del Muro di Berlino, con i suoi 1,3 chilometri. E’ anche la più famosa, grazie ai 105 graffiti che artisti di tutto il mondo, tra il 1990 e il 1992, hanno lasciato a testimonianza della fine della cortina di ferro, e che hanno come tema, per la maggioranza, la pace e la fine della guerra fredda. Si tratta del ricordo della fine di un periodo difficile per tutta l’Europa, diventato tra l’altro la seconda attrazione più visitata della città, dopo la Porta di Brandeburgo.

Eppure una parte di questi graffiti è destinata a scomparire: il comune ha dato l’autorizzazione di asportarne una parte, di circa 20 metri, per far spazio ai cantieri di costruzione di un condominio di lusso di 14 piani, con appartamenti da 8.000 euro al metro quadro.

Muro di Berlino

I cittadini berlinesi non sono rimasti a guardare. E’ stata subito inserita on-line una petizione che ha raccolto in poche ore più di 25 mila firme. Il primo marzo è stato necessario l’intervento della polizia per tenere a bada i circa 200 manifestanti che, con cartelli e striscioni, si sono dati appuntamento per protestare contro lo scempio di uno dei simboli più importanti della città. “La cultura non vale più niente?” recita uno dei cartelli, visibile nella foto qui sopra. Una parte del muro, di circa 1,5 metri, è stata comunque asportata, ma poi le autorità hanno dovuto sospendere i lavori, e un operaio ha simbolicamente ritirato la pinza della gru: gesto salutato dagli applausi dei presenti, ma che difficilmente fermerà una scelta già confermata.

L’amministratore del quartiere Friedrichshain-Kreuzberg, Franz Schulz (dei Verdi), ha infatti confermato che l’abbattimento dovrà essere realizzato, in quanto possibile grazie a una legale concessione edilizia di inizio anni ’90. Ha precisato, inoltre, che parte dello spazio verrà utilizzato per la ricostruzione di un ponte per il passaggio pedonale e ciclistico andato distrutto ai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Per i cittadini berlinesi la memoria torna dolorosamente a un evento molto simile, risalente appena al settembre scorso, quando è stato chiuso il Tacheles, famosa galleria d’arte moderna autogestita, nonché centro sociale dove 80 artisti di 30 paesi diversi vivevano, lavoravano ed esponevano le loro opere. Altro danno culturale di grande portata: 500 mila persone ogni anno visitavano la trentina di atelier, il teatro, il cinema e le sale concerti che lo componevano. Tutto ciò perché il fondo d’investimento che ne era proprietario, e che lo dava in fitto alla cifra simbolica di 1 euro, ha deciso di abbatterlo per farne un centro commerciale.

In entrambi i casi la disputa è stata risolta sulla base della legge e sui diritti dei privati. Nulla da eccepire, se non fosse per il fatto che si tratta di due dei simboli culturali più importanti della Berlino moderna. Ci si aspetterebbero più garanzie da parte delle autorità. E le aspettano oggi stesso molti quotidiani tedeschi, quasi unanimi nel condannare la possibilità che parte del Muro venga asportata: Die Zeit dice che “Berlino, città sempre alla ricerca del futuro, non deve dimenticare che la storia deve rimanere visibile per le strade della città”. La Suddeutsche Zeitung riprende lo slogan dei manifestanti, richiamando alla necessità del popolo tedesco di dare valore alla propria cultura. Unico in controtendenza è Der Spiegel: racconta come i manifestanti, a fine lavori, passino davanti a un murale che dice: “chi vuole che il mondo rimanga così non vuole che il mondo rimanga”; uno non si può opporre al cambiamento, recita l’articolo, e fa presente che la protesta dei cittadini rischia di essere inutile perché i lavori riprenderanno, e che si tratta di investimenti per lo sviluppo della città.

Non ci sentiamo di concordare con Der Spiegel. Se da un lato lo sviluppo e importante (Berlino d’altronde sta vivendo il suo momento di picco in questo senso, in quanto città sempre più viva ed a misura d’uomo), dall’altro non bisogna dimenticare che, perché il mondo vada avanti, deve sempre tenere presente la sua storia, come monito e fonte di ispirazione per il futuro. Per quanto sembra difficile, sperare che le autorità tedesche cambino idea e decidano di tutelare un loro bene storico così importante, è doveroso. Se a New York è stata salvata la Gran Central Station, luogo importante per la storia cittadina ma di certo non altrettanto influente a livello simbolico mondiale (anche grazie all’intervento di importanti esponenti della cultura newyorkese, come Woody Allen), è altrettanto giusto chiedere che qualcuno si impegni a favore del Muro. Eliminare, nell’ottica di uno sterile progresso, un ricordo di tale importanza, non è un danno solo per la Germania, ma per l’Europa e il mondo intero.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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