Tabacchi: perché dire no alla tassa di scopo proposta dalla Ministra Lorenzin

11/10/2017 di Andrea Viscardi

Il Ministro della salute propone una tassazione di scopo sulle sigarette: ecco i motivi per cui un intervento di questo tipo arrecherebbe danni sia al settore del tabacco che alle casse dello Stato

Sigarette

Il Ministro della salute, Beatrice Lorenzin, si è detta intenzionata a insistere per l’introduzione di una tassa di scopo sulle sigarette, pari a 20 centesimi a pacchetto (1 centesimo a sigaretta), finalizzata alla raccolta di 750 milioni destinati al finanziamento della ricerca contro il cancro. La notizia, in attesa del testo della Legge di Bilancio, ha immediatamente allarmato il settore, ma dovrebbe preoccupare – per la sua insensatezza – anche i tecnici del MEF.

Il settore del tabacco è infatti certamente particolare, ma meno, per certi versi, di quanto si pensasse in passato. Per anni si è sostenuto esso godesse di un’anelasticità pressoché totale: la domanda non dovrebbe quindi subire effetti contrattivi in caso di un aumento di prezzo. Una tesi oramai completamente smentita da numerosi studi: basti pensare, ad esempio, a quanto accaduto in Grecia, dove la riforma del settore, incidendo significativamente sui prezzi, ha causato un crollo delle vendite e, di conseguenza, di circa un terzo del gettito ottenuto dallo Stato.

Nel corso del 2017, il comparto dei tabacchi è già stato colpito da un doppio aumento di imposizione, con gli interventi contenuti nell’ultima Legge di Bilancio e nella manovrina, che hanno riguardato ogni componente della tassazione: quella ad valorem, la specifica, e anche l’onere fiscale minimo. Sebbene il secondo ritocco sia stato assorbito, laddove possibile, dalle società produttrici, piuttosto che riversato sui consumatori, il combinato tra l’aumento delle accise e la diminuzione fisiologica dei consumi – limitata ma costante – hanno già provocato un buco di circa 1 miliardo sulle previsioni di gettito per il 2017.

Partendo da tali presupposti, la prima, ovvia, conseguenza della tassa proposta dalla Ministra sarebbe un incremento del prezzo non proporzionale tra le varie fasce di pacchetti. Ciò comporterebbe, oltre che un ulteriore impatto negativo sul gettito, un effetto distorsivo su di un mercato che, dopo la riforma del 2014, sembrerebbe avere trovato maggiori equilibri competitivi. Da non sottovalutare neanche il capitolo contrabbando. Gli ultimi dati raccontano di un’Italia virtuosa rispetto allo smercio di sigarette sul mercato nero (circa il 4 per cento) con un costo per l’erario di 800 milioni: è evidente come il volume del traffico illecito sarebbe destinato ad aumentare e, con esso, – ancor prima che i danni economici – anche i rischi  per la salute dei consumatori.

La vera esigenza, piuttosto, è quella di dare maggiori garanzie di gettito per l’erario e la possibilità, oggi impraticabile, di adottare strategie di medio termine alle imprese. Per farlo occorre porre un freno all’identificazione, da parte dello Stato, del mercato del tabacco come fonte di gettito a necessità. Tale visione ha comportato aumenti delle accise modulate in base alle esigenze di bilancio, decisi, di anno in anno, in prossimità della legge di stabilità e, talvolta, rivisti verso l’alto anche in periodo di manovra correttiva. Se negli ultimi tempi, guardando al gettito, tale modus operandi ha evidenziato tutti i propri limiti, dall’altra la mancanza di un orizzonte certo di interventi fiscali priva le società produttrici di qualsivoglia possibilità di adottare strategie finalizzate ad assorbire le modifiche alla tassazione.

Il primo passo, dunque, dovrebbe essere quello di adottare un calendario fiscale di orizzonte (almeno) triennale, sul modello di quello adottato dalla Germania, i cui risultati per l’Erario sono stati addirittura superiori alle aspettative. Oltre a stabilire con ampio margine le tappe e l’incisività degli interventi di rimodulazione dell’accisa, un tale strumento risulterebbe utile per intervenire nel ribilanciamento della stessa, al fine di incrementare il peso della componente specifica, come raccomandato dall’OMS. Un intervento, quest’ultimo, da affrontare con gradualità e programmazione, così da permettere alle imprese più interessate di adottare le azioni necessarie ad evitare un’eccessiva distorsione del mercato.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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