Try not to forget me, l’ultimo messaggio di Andrew Pochter

14/07/2013 di Giacomo Bandini

Andrew Pochter

La lettera – Di storie come quella di Andrew Pochter probabilmente ne esistono moltissime. La sua è diventata famosa grazie ad una lettera pubblicata dal “The Washington Post” in cui, congratulandosi con un suo amico per il diploma conseguito al campo estivo, cerca di trasmettergli la sua visione della vita, raccomandandosi di respirarla come se fosse sempre il primo giorno e di inseguire i propri sogni, anche quando tutto sembra più difficile.

Dare una mano – Pochter era uno studente americano di soli 21 anni. Da quando ne aveva 16 passava gran parte della sua estate al Camp Opportunity, un campo estivo in cui numerosi volontari aiutano alcuni ragazzini problematici ad allontanarsi dalle situazioni familiari che li rendono “at-risk children” per poter superare i traumi infantili e quindi inserirsi nella società come tutti gli altri coetanei. Diventa così il tutor di Justin e il rapporto di amicizia-insegnamento è continuato fino ad oggi. La voglia di migliorare la realtà intorno a sé però non si limitava al ristretto contesto locale. Andrew voleva conoscere l’altro lato del mondo. In particolare le realtà dei paesi islamici in cui i campi estivi sono semplicemente utopia.

Segui le tue passioni – Decide di partire per Alessandria d’Egitto, la seconda città per abitanti del paese. Un posto dove poter contribuire insegnando l’inglese ai bambini e dove regalare loro la possibilità di costruirsi un futuro migliore. Ma non è solo didattica. È uno scambio di culture attraverso il dialogo. Egli insegna ai bambini che l’istruzione viene al primo posto insieme alla capacità di credere in sé stessi e in ciò che si fa. Migliorandosi giorno dopo giorno e migliorando gli altri, anche se l’inglese è difficile da imparare per un arabo e viceversa.

L’ultimo messaggio – In Egitto però esplode la rivolta contro Morsi e i Fratelli Musulmani. Le fazioni iniziano a scontrarsi e la violenza inizia la sua inevitabile escalation. Andrew si ritrova nel bel mezzo della bufera. Ma è lì anche per questo. Per comprendere il cambiamento politico in corso e dare una mano, nel suo piccolo, a rendere la transizione migliore per i piccoli egiziani del futuro. Un giorno, come tanti altri, decide di scendere in piazza a seguire le proteste. Solo per comprendere come si possa arrivare a tanto odio. La folla inizia ad accalcarsi, le due fazioni vengono a contatto. Scappare è difficile. Un manifestante raggiunge Andrew e lo accoltella, lasciandolo a morire sul marciapiede ai margini della piazza. Pochi giorni prima era riuscito a lasciare un ultimo messaggio al mondo. Una lettera al suo amico Justin. (link alla lettera)

L’eccezione di Andrew – Se la morte deve assumere per forza un significato non è dato sapere. Questa morte però un significato ce l’ha. Andrew è morto credendo in quello che faceva e cercando di lasciare il meglio di sé alle persone che lo circondavano. A partire da quel piccolo amico lontano con cui non ha potuto congratularsi di persona per il diploma conseguito al Camp fino ad arrivare ai ragazzi cui insegnava l’inglese in cambio di una manciata di cultura locale. E se, a volte, la speranza sembra svanire come una nuvola di fumo al vento, bisogna ricordarsi delle persone come Andrew, ma il mondo spesso non le vuole vedere né ascoltare. Per fortuna esistono anche le eccezioni e la sua storia ci insegna anche questo. Apri gli occhi e non rimanere indifferente, ama e soffri per quello che ami, senza fermarti mai.

The following two tabs change content below.

Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
blog comments powered by Disqus