Il surrealismo sognante di Man Ray

11/02/2013 di Simone Di Dato

man-ray-fotografiaSenza nulla togliere alle sue valide qualità di pittore, è una fortuna che Man Ray non abbia mai trascurato la macchina fotografica, probabilmente lo stumento che più gli ha permesso di esprimere la sua identità e artistica, ancor di più della pittura e della scultura. A raccogliere un’ampia retrospettiva dei suoi lavori fotografici ci ha pensato la National Portrait Gallery di Londra che ha inaugurato da pochi giorni (e visitabile fino al 27 maggio) una mostra che porta il nome di Man Ray Portraits: oltre 150 fotografie scattate tra il 1916 e il 1968, disperse in diversi musei del mondo, dal Centre Pompidou al Museo d’arte moderna di Parigi.

Gli scatti, riuniti per la prima volta in Inghilterra, mostrano l’evoluzione dello stile dell’artista, dagli inizi dadaisti newyorkesi e parigini al fianco del suo amico Marcel Duchamp  fino al periodo tra il 1951 e il 1976, anno della sua morte. Arrivato a Parigi infatti, Emmanuel Rudnitzky (questo il suo vero nome) in un periodo piuttosto fecondo  si dedica febbrilmente alla fotografia immortalando, in scatti intimi ma sperimentali, amici, amanti, letterati e brillanti testimonianze del fervore culturale degli anni ’20 e ’30: ritratti di Hemingway, James Joyce, di Jean Cocteau, Pablo Picasso, Henri Matisse, Andre Breton, Arnold Schoenberg, Erik Satie, ma anche Coco Chanel, Virginia Woolf  e attrici, tra cui Genica Athanasious a cui fece il primo ritratto a colori nel 1933, dopo anni passati a creare effetti con la rayografia, ovvero fotografie dalle immagini suggestive ottenute da oggetti poggiati sulla pellicola.

Un nuovo capitolo nella sperimentazione fotografica si aprì quando Man Ray incontrò Lee Miller, una giovane modella americana che divenne sua amante, assistente  e poi lei stessa straordinaria fotografa. Insieme svilupparono l’innovativa tecnica della solarizzazione ottenendo immagini dai contorni scuri e sottili e con inversioni tonali, colme di un surrealismo dai tratti gentili e sognanti, come nel caso della leggendaria Kiki de Montparnesse, musa anticonformista, nel celeberrimo Violon d’Ingres del 1924, dove l’artista sovrappose i segni ad effe di un violoncello alla sensuale schiena del corpo nudo della modella.

Durante la Seconda Guerra Mondiale l’artista, di origine ebrea, è però costretto a far ritorno in America e stabilirsi a Hollywood. Abbandonando  i volti pallidi e naturali delle muse parigine, qui ha la possibilità di fotografare dive e attrici del cinema in maniera professionale rifugiandosi nel vecchio amore per la pittura. Avrà modelle affascinanti e di grande carisma, stelle come Ava Gardner, Paulette Goddard e Dolores Del Rio. Farà ritorno a Parigi nel 1951 riprendendo la sua attività nello studio di Rue Fèrou, immortalando in celebri scatti che verranno esposti nella sezione finale della retrospettiva, le nuove stelle del dopoguerra, una su tutte la bellissima Catherine Deneuve: seduta su un tavolo, circondata da una scacchiera, un volume di legno e orecchini dorati a spirale che Man Ray stesso aveva creato. Era il 1968. Di lì a qualche anno il fotografo dell’avant-garde, della bellezza e delle immagini sperimentali, sarebbe uscito di scena per lasciare spazio ad una nuova rivoluzione.

 

 

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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