Supermercati da upper class

18/06/2014 di Francesca R. Cicetti

Whole Food Market, USA

Otto del mattino. New York sotto il sole di fine primavera, con le sue vie già brulicanti di turisti e di impiegati. Columbus Circle, Manhattan. La statua di Cristoforo Colombo sorride ai mattinieri, in fila per la spesa al Whole Food Market. Le malelingue lo chiamano Whole Paycheck, perché chi vuole riempirsi il carrello deve dire addio al suo intero stipendio. Ma ne vale la pena, per un sano pasto salutista. Le verdure e la frutta, nelle corsie di quel supermercato, seguono rigide e controllatissime norme di coltivazione, come le targhette ci tengono a precisare. La parola “biologico” scintilla da ogni etichetta. Il Whole Food Market ha “una missione e dei valori”, dicono i cartelli pubblicitari. Una missione, quella di nutrire in maniera salutare gli americani, che però non va oltre Columbus Circle.

Fast Food, USABasta spostarsi dall’ombra protettiva della statua dell’esploratore per vedere come ogni cosa cambia. Man mano che ci si allontana dal centro, i supermercati diventano rari come pepite d’oro. Al loro posto, piccoli market forniti solo di generi di prima necessità, colmi di scaffali di bibite gassate, patatine, snack e cioccolata. Per mangiare, in compenso, ci sono decine e decine di fast food a disposizione. Per tutti i gusti. Hamburgers, hot dog, tacos e tortillas, cibo americano e messicano. Ad un prezzo davvero competitivo, soprattutto per chi, come gli abitanti di quei quartieri, di denaro in tasca ne ha poco. E non lo spende di certo in ciuffi di lattuga.

I fast food di Harlem e del Bronx condiscono la carne con l’olio usato per la frittura, quelli di Soho servono macedonie di frutta e smoothies. Nei quartieri del centro, essere salutisti è di moda. L’insalata è di moda, così come la spremuta di arance e il latte di soia. Non vale lo stesso per la periferia. Il dramma dell’obesità americana non è una novità, come non lo è il tentativo di combatterla, che va avanti da anni. La stessa first lady, Michelle Obama, ha lanciato una campagna per sensibilizzare i più giovani. Ma non basta. Non basta, come non è bastata l’iniziativa dei “farmers market”, mercatini di prodotti freschi per i newyorkesi, più di cento in tutta la città. Nonostante gli sforzi, il numero di obesi non accenna a diminuire.

La ragione è più semplice e triste di quanto si possa immaginare. Una larga fetta della popolazione americana non può permettersi cibo decente, e non ha a disposizione né un luogo dove comprarlo a un prezzo onesto, né la cultura alimentare necessaria a capire l’importanza di un frullato di frutta. Nelle periferie, le cifre di diabetici e americani con problemi cardiaci sono alle stelle. E in fondo, perché mai una casalinga del Bronx dovrebbe imbarcarsi sul treno 6, e poi sulla metropolitana, per andare a dilapidare lo stipendio in un supermercato della upper class? I corner stores e i take-away sono più comodi, più pratici e più economici. Al tempo stesso, nessuno ha il minimo interesse ad aprire un supermercato, né grande né piccolo, in un quartiere dove McDonald’s sbaraglia completamente la concorrenza di frutta e verdura.

Il risultato è che persino l’obesità funziona per classi sociali. Se si è così fortunati da nascere accanto a un Whole Food Market, le possibilità di ammalarsi di diabete si dimezzano. Si cambia quartiere, si cambia vita. E la strada verso una cultura alimentare sana è ancora lunga. Soprattutto perché la buona nutrizione non è una moda radical chic, da quartieri del centro. O almeno, non dovrebbe esserlo.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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