Superbowl: l’America crede ancora nel suo sogno

07/02/2013 di Luca Tritto

Per gli appassionati di sport oltreoceano, il Superbowl, la finale del campionato di Football, è l’evento dell’anno. Come la finale di Champions per noi europei. Ma quest’anno, più degli altri, è diventato il simbolo della sopravvivenza del modello, del sogno americano.

Prima di tutto Superbowlil luogo dell’incontro, il Mercedes SuperDrome, si trova a New Orleans, Louisiana. L’importanza è notevole. È il primo grande evento sportivo nazionale che si gioca dopo la tragedia dell’uragano Katrina, abbattutosi sulle coste deli Stati Uniti nel 2005. Proprio questo stadio ha ospitato migliaia di sfollati, costretti ad abbandonare le loro case distrutte dalla furia della natura. La storia dei soccorsi, l’impegno del Governo, la ricostruzione, hanno permesso ad una comunità di rinascere, di rimettere insieme i pezzi e di guardare al futuro con rinnovata speranza. La storia sembra aver dato loro ragione. È uno dei simboli del modello vincente targato U.S.A.

Una grande curiosità è rappresentata dalla sfida nella sfida: i due head coach delle squadre sono fratelli. Jim Harbaugh è l’allenatore dei San Francisco 49ers, mentre il fratello John guida i Baltimore Ravens. Una storia tutta americana, quasi un film. Alla fine, la vittoria ha arriso a John e ai Ravens.

L’evento della serata, però, è il classico halftime, lo spettacolo dell’intervallo, questa volta letteralmente dominato da Beyoncè Knowles. L’ex leader delle Destiny’s Child si fa perdonare della gaffe avvenuta di fronte il Presidente Obama, quando cantò l’inno nazionale in playback. E non è certo colpa sua se un imprevisto ha quasi rovinato la festa: un lunghissimo blackout di 34 minuti.

Un altro simbolo di questa America scintillante è la partecipazione dei bambini della scuola di New Town, Connecticut, passata alla storia per essere stato il luogo dove un giovane folle ha ucciso 27 persone, di cui 20 erano bambini innocenti. L’America interroga se stessa sulle armi da fuoco così liberamente vendute e garantite dalla Costituzione, l’America lotta per la sua sicurezza, l’America ricorda e celebra le sue giovani vittime. È proprio così, ricordando e riflettendo, che una nazione cerca di superare un dramma.

Tutto questo accade nell’arco di una sola partita, dove uno spot pubblicitario di 30 secondi arriva a costare 3,8 milioni di dollari, dove 130 milioni di americani restano incollati alla televisione e 180 Paesi nel Mondo sono collegati. Fa riflettere. Si perché, anche se è solo una partita, racchiude tutto ciò che significa Stati Uniti d’America. I due fratelli-avversari, uno spettacolo condotto da una star per redimersi, uno stadio diventato monumento di disperazione e rinascita, una scolaresca ancora sotto shock invitata a partecipare e a ricordare.

Tutto ciò è l’America. L’America si autocelebra, si, ma è conscia dei priopri problemi, dei suoi drammi. Li vuole ricordare tutti. Perché cantando l’inno nazionale, milioni di americani si rendono conto che la loro nazione è viva, crede in se stessa e vuole credere ancora nel sogno americano. Bisognerebbe prendere qualche esempio da loro.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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