Gran Bretagna: sugar tax, la politica sposa la sanità pubblica

04/04/2016 di Pasquale Cacciatore

L’annuncio effettuato lo scorso mese da George Osborne ha sorpreso gran parte degli osservatori politici e degli addetti ai lavori nel campo della sanità pubblica inglese annunciando la tanto discussa tassa per i produttori di bevande zuccherate. Una mossa insolita per il governo dei Conservatori, le cui implicazioni non si limitano alle questioni di salute.

L’annuncio effettuato lo scorso mese da George Osborne (l’attuale cancelliere dello Scacchiere britannico) ha sorpreso gran parte degli osservatori politici e degli addetti ai lavori nel campo della sanità pubblica inglese annunciando la tanto discussa tassa per i produttori di bevande zuccherate.  Una mossa insolita per il governo dei Conservatori, già criticato in passato per non aver sostenuto con forza l’impresa britannica, e che dimostra come ci si sia accorti che lo zucchero è un problema di sanità pubblica tale da richiedere un controllo legislativo. Una tassa che ha implicazioni non solo per la salute, ma anche per la capacità dei governi di regolamentare eventuali anomalie di mercato in ambito alimentare.

In realtà, il Regno Unito non è il primo Stato ad introdurre una tassa del genere. Francia e Messico hanno già una tassa sulle bevande zuccherate (mentre l’India ed il Sud Africa ci stanno riflettendo), e Finlandia ed Ungheria in più hanno tasse anche su altri prodotti poco salutari. Fatto sta che policymakers ed esperti di sanità pubblica staranno curiosi a guardare come si evolverà la situazione oltremanica, dove già si annunciano battaglie legali di un certo livello.

I rischi dello zucchero sulla salute sono diventato sempre più evidenti nel corso degli ultimi anni; evidenze che dimostrano come il consumo di questa sostanza sia associabile non solo alle classiche carie, ma al diabete ed alle malattie cardiovascolari, tanto da essere considerata come causa principale dell’epidemia globale di obesità. E tra i responsabili sono state prese di mira proprio le bevande ricche di zuccheri (quelle che chiamiamo comunemente “soft drinks”). Si capisce perché: spesso mancano normative in merito, esistono alternative più sane e tali prodotti risultano arricchiti di sostanze assolutamente non benefiche.

Il caso del Regno Unito dimostra come la politica si può sforzare per correggere i trend negativi del mercato, che finisce magari per dimenticare i costi sociali inclusi nel prezzo dei propri prodotti. L’obiettivo ovviamente non è quello di aumentare i profitti per lo Stato, quanto educare al consumo più intelligente di prodotti nocivi. Il caso Messico sembra dar ragione ai promotori della “sugar-tax”: in un anno l’aumento del prezzo dei soft drinks del 10% ha portato il consumo  diminuire del 12% (soprattutto nelle fasce meno abbienti). L’obiettivo della Gran Bretagna è quello di ridurre l’obesità infantile, tanto che il ricavato della tassa finirà a finanziare le attività sportive e le colazioni sane nelle scuole.

Tuttavia, l’esperimento inglese sarà diverso da quello già messo in atto altrove, dal momento che saranno i produttori a dover versare direttamente 18 pence per ogni litro di bevanda il cui contenuto di zucchero equivalga a 5-8 grammi per 100 millilitri e 24 pence per contenuto superiore agli 8 grammi (come accade, ad esempio per la Coca Cola).

Il futuro dirà come i produttori si adegueranno alla nuova normativa: ridurre il consumo di zucchero, alzare i prezzi, e così via. Allo stesso modo, dirà se misure di sanità pubblica di questo tipo possono effettivamente dimostrarsi efficaci, al fine di evitare che il liberalismo sfrenato possa poi pagarsi col prezzo di un aumento globale di mortalità e morbilità. Se, infatti, un balzello del genere può apparire come una fastidiosa limitazione del mercato che priva ogni cittadino di scegliere liberamente cosa consumare (ed eventualmente di cosa intossicarsi), d’altra parte esso aiuta a contenere i devastanti effetti di epidemie globali che finiscono per compromettere l’erogazione dei servizi assistenziali sanitari per l’intera popolazione.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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