Stupri di massa in Darfur: la guerra infinita

12/02/2015 di Iris De Stefano

Mercoledì 11 febbraio, Human Rights Watch, l’organizzazione non governativa Americana che da quasi trent’anni si occupa di diritti umani, ha pubblicato un inquietante rapporto su vari abusi perpetrati dall’esercito sudanese sulla popolazione del villaggio di Tabit, in Darfur.

Guerra del Darfur

Il Darfur è una delle nove province che compongono lo stato del Sudan, teatro di quasi ininterrotte guerre civili da oltre mezzo secolo. Nonostante la secessione del Sudan del Sud, costituitosi stato indipendente il 9 luglio 2011 e l’appartenenza del Sudan ad organizzazioni internazionali come Nazioni Unite, Unione Africana, Lega Araba e Organizzazione della cooperazione islamica, il paese governato dal colonnello Omar al-Bashir è tutt’altro che pacificato.

Dal 2003, infatti, il Darfur è teatro di uno scontro tra la maggioranza nera dell’area e la minoranza araba, predominante nel resto del paese e che gode dell’appoggio statale. Il conflitto iniziò quando l’esercito popolare di liberazione del Sudan ed il Movimento Giustizia ed Uguaglianza accusarono il governo, a maggioranza araba, di opprimere la popolazione di colore. Da lì, quindi, una serie di attacchi, ce lo scoppio di una vera e propria ribellione. Nonostante una tregua fittizia firmata cinque anni fa, gli scontri tra Janjawid, i miliziani arabi, e la popolazione locale, non accennano a placarsi.I motivi dello scontro sono vari ed articolati; oltre alla dimensione puramente religiosa svolgono un ruolo rilevante le pressioni ambientali: a causa del cambiamento climatico la regione sta subendo un processo importante di desertificazione, restringendo le aree coltivabili e, di conseguenza, avviando una vera e propria competizione per poter usufruire delle risorse del suolo; ma un ruolo chiave svolge anche il contrasto per il controllo dei giacimenti petroliferi dell’area.

Secondo le Nazioni Unite, quasi tre milioni di persone hanno dovuto abbandonare le loro case e vivono nei campi profughi, situati nella regione, ma anche lungo i confini con il vicino Ciad. Sebbene numerose siano state le missioni di peacekeeping organizzate, tra cui la più importante è probabilmente l’UNAMID, ovvero una congiunta tra Unione Africana e Nazioni Unite di quasi 30.000 caschi blu, il Darfur viene generalmente riconosciuto come il simbolo delle criticità e dei fallimenti di questo tipo di missioni.

Nonostante l’attività delle missioni di pace e il mandato di arresto emanato dalla Corte Penale Internazionale che pende sulla testa del Presidente al-Bashir, la situazione non sembra migliorare. Il rapporto di Human Rights Watch (consultabile qui) offre quindi uno spaccato certamente non nuovo ma, in ogni caso, inquietante in riferimento ad un attacco compiuto, tra il 30 e il 31 ottobre 2014, dalle milizie governative nei confronti della popolazione di etnia Fur della cittadina di Tahir, nel Darfur settentrionale. Alla ONG americana sono arrivate prove inconfutabili di 27 stupri, spesso multipli, più informazioni credibili su altri 194 casi. Nonostante il governo sudanese abbia negato ogni evidenza di stupro ha anche vietato all’UNAMID la possibilità di condurre indagini per accertare la veridicità dell’accaduto.

Secondo le testimonianze le forze armate sudanesi avrebbero perpetrato gli stupri nell’arco di tre distinte operazioni militari: la prima nella sera del 30 ottobre, la seconda durante la mattina del giorno successivo ed infine la terza iniziata la sera dello stesso giorno e proseguita tutta la notte fino all’alba del 1 novembre. I testimoni raccontano che i soldati avrebbero battuto le strade della cittadina casa per casa, picchiando gli uomini ed in alcuni casi portandoli fuori dal paese per evitare che si difendessero, derubando i (pochi) oggetti di valore dei residenti e stuprando praticamente ogni donna sulla loro strada, compreso le bambine. Quella dei soldati sarebbe stata una sorta di operazione punitiva per cercare e rivendicare un loro commilitone rapito nei giorni precedenti; una testimone ha raccontato, infatti, come un gruppo di soldati, entrati nella loro casa, avrebbe affermato: “Voi avete ucciso un nostro uomo. Vi faremo vedere cos’è l’inferno.”

Ovviamente, gli stupri e gli abusi contro la popolazione civile sono una piena volazione del diritto internazionale e di quello di guerra. La partecipazione di personale militare in azione del genere configura anche l’accusa di crimini di guerra, da aggiungersi a quella di crimini contro l’umanità.

L’impressione, però, è che quanto caduto ad ottobre resterà solo l’ennesima violazione compiuta dal colonnello al-Bashir, almeno fino a quando la comunità internazionale deciderà di intervenire veramente, ed in modo più incisivo. Nel frattempo, non c’è pace per i sudanesi.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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