Stretta di mano ed ospedali, lo studio americano

04/08/2014 di Pasquale Cacciatore

Ripensare la stretta di mano per contenere terribili infezioni ospedaliere?

Stretta di Mano

Nella cultura occidentale, la stretta di mano rappresenta un’usanza ed un gesto consolidato nel corso dei secoli per stabilire un contatto deciso fra due interlocutori. Ripensare però questo gesto tanto elementare quanto vecchio potrebbe essere un ottimo strumento per combattere le tanto temibili infezioni ospedaliere, almeno secondo quanto si sta proponendo oltreoceano.

Risale a poco tempo fa un nuovo, approfondito studio di due università statunitensi, tutto dedicato alla necessità di trasformare questa banale forma di saluto in altre forme per poter evitare la diffusione di organismi attraverso il contatto cutaneo negli ambienti ospedalieri. Il problema delle infezioni nosocomiali è infatti esploso negli ultimi decenni, complice l’aumento delle resistenze provocato dallo sconsiderato uso delle terapie antibiotiche; un problema di difficile soluzione, tanto che in molti casi gli operatori sanitari si ritrovano limitati a mettere in atto misure preventive o palliative (isolamento, lavaggio delle mani con soluzioni alcoliche).

OspedaleProprio sul lavaggio delle mani si è soffermato lo studio delle due università californiane: nonostante i dispositivi per le soluzioni alcoliche “germicide” siano ampiamente diffuse nei reparti, il report ha dimostrato che meno del 40% dei medici stanutinensi ne fa uso regolare (o, quantomeno, corretto). Senza considerare che la scarsa efficacia verso alcune forme batteriche, come quelle relative al Clostridium difficile, batterio causa di gravi forme di diarrea contratta in ambiente nosocomiale. Perché, dunque, non affiancare alle campagne di promozione dell’igiene delle mani anche rigorose regole che riducano i contatti diretti come le strette di mano? Agli autori del report la questione è apparsa molto semplice.

Attraverso manufatti e manoscritti sappiamo che la stretta di mano era comune già nell’antica Grecia, dove indicava un gesto generale di pace, poiché il palmo aperto rappresentava simbolo d’onestà e confidenza; il gesto specifica si è poi evoluto nel corso del tempo fino all’attuale forma moderna, segno internazionale di presentazione o di addio, di riconciliazione, amicizia, congratulazioni, o formale saluto. È per questo che è facile capire come, ogni giorno, in ogni ambiente ospedaliero centinaia siano le strette di mano scambiate, a suggellare il rapporto che si instaura, ad esempio, tra medico e paziente alla prima visita. Gesto fondamentale, da questo punto di vista, perché trasmette l’idea di compassione ed empatia che agli occhi del malato è aspetto fondamentale.

Considerata la diffusione della stretta di mano nella nostra cultura, è normale che ogni tentavo di limitare questa forma di saluto richiede un grande sforzo di promozione mediatica e culturale, così come lo sviluppo di modi alternativi di saluto. Nell’editoriale di Mark Sklansky, uno dei principali responsabili del progetto di ricerca delle pubblicazioni sopra citate, molte alternative nel mondo esistono già: dal semplice ed informale agitare della mano in saluto, alla mano sul petto ad altezza cuore, all’inchino asiatico al saluto namaste di origine indiana fino al gesto salaam.

Insomma, la questione potrebbe apparire quasi divertente se non trattasse un argomento davvero molto critico nell’ambito della gestione delle infezioni ospedaliere, con tutte le conseguenze in termini di economia sanitaria. Certo, il gesto richiederebbe molto coraggio e determinazione, ma l’opzione di stabilire il divieto di utilizzare la stretta di mano nel setting ospedaliero, secondo gli studiosi, andrebbe seriamente valutata. Un obbligo semplice ed economico potrebbe, così, aiutare nella lotta alle infezioni ospedaliere molto più di programmi di prevenzione dell’igiene delle mani che hanno dimostrato profondi limiti e variabile efficacia.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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