Streaming PD-M5S, atto terzo. Un passo avanti o la solita storia?

25/06/2014 di Luca Andrea Palmieri

Non cvi è dubbio sia stato un passo avanti. Durante lo streaming dell’incontro di oggi tra la delegazione del Pd, guidata dal Primo Ministro Matteo Renzi e quella del Movimento 5 Stelle, con a capo il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, accompagnato tra gli altri dal relatore della proposta di legge elettorale stellata Danilo Toninelli, per la prima volta forse si è fatta effettivamente politica. Niente a che vedere con le invettive di Grillo delle ultime consultazioni o del discorso, piuttosto di facciata e di pochissima sostanza, con Bersani. Probabilmente l’assenza del comico genovese in questo senso è stata utile oltre che necessaria. Fatto sta che, rivedendo la discussione, rimane forte la sensazione di aver avuto di fronte una vetrina politica per entrambe le parti, più che di una vera trattativa.

Una presenza di ritmo – La sorpresa è stata la presenza dello stesso Renzi. “Sorpresa” fino a un certo punto, visto il discorso appena accennato: davanti a un personaggio televisivamente già smaliziato come Di Maio (che già in molto danno come “candidato premier in pectore” del Movimento), era prevedibile che il Primo Ministro, personaggio convinto dei propri mezzi, potesse decidere di partecipare in prima persona. Ottenendo tra l’altro un obiettivo principale nell’ottica di uno streaming: dettare il ritmo dell’incontro.

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Il Primo Ministro Matteo Renzi

La questione governabilità – Ciò non significa che non si sia parlato di politica, tutt’altro: il dibattito si è concentrato soprattutto sul punto della governabilità. Il livello di questa previsto dal “Toninellum” alla compagine di governo non basta, ed è questa la prima delle cinque condizioni su cui Renzi ha chiesto aperture agli stellati. E’ su questo punto che si la trattativa si avvia ad essere più ardua: da un lato Di Maio ha chiaramente detto che non è detto che chi vince vada al governo, e si è speso fermamente contro le “ammucchiate” elettorali. Dall’altro però ha aperto alla possibile presenza di un doppio turno e un premio di maggioranza: forse la cosa che il Partito Democratico più di tutte sperava. Tuttavia rimane un dubbio sulle posizioni del Movimento. Se le ammucchiate, giustamente, non si devono fare, come si spera di evitarle con un sistema tipicamente proporzionale (soprattutto se le soglie di sbarramento fossero piuttosto basse)?

I 5 punti – Gli altri punti sono stati: lo studio di un sistema che eviti le larghe intese; la possibilità di ridurre la dimensione dei collegi (un indizio di trattativa verso un sistema uninominale?); la possibilità di intervento a priori della Corte Costituzionale sulle discussioni di legge elettorale; la possibilità di ulteriore dialogo sulle riforme Costituzionali. Punti che dovranno essere discussi, nelle prossime ore, all’interno del Movimento. Di contro il Movimento ha chiesto di parlare in maniera più chiara dell’uso delle preferenze. Su questo punto Renzi, anche se non le ha esplicitamente escluse, ha preferito esporsi di meno, e non a caso: la motivazione ha a che vedere proprio con la natura dello streaming.

I perché di una scelta – Non è un nemmeno un caso infatti che questa volta sia stato il Partito Democratico a richiederlo, così come che sia stato proprio il premier a partecipare al dibattito, come visto. Ovviamente il Movimento 5 Stelle, per sua stessa natura, non aveva modo di rifiutare l’invito. Ma ciò non toglie che il Pd avesse tanto da guadagnare ma anche tanto da perdere in questo modo. Infatti ha potuto dimostrare alle altre forze parlamentari che non sono in vista accordi “sotto banco”, volti ad escludere gli altri alleati dal dibattito (Pd e M5s basterebbero per fare approvare la legge), ma allo stesso tempo chi ha già trattative avviate con gli altri parte in una posizione di svantaggio rispetto a chi può esprimere, a piena voce, le proprie posizioni.

E’ probabilmente per questo che Renzi ha voluto partecipare e tenere le redini della discussione: il rischio era di apparire ingessati e poco propensi al dialogo contro un avversario che avrebbe fatto passare per politicamente migliori proposte tecnicamente valide, ma la cui valutazione in realtà si basa soprattutto sugli obiettivi che si vuol raggiungere (in primis, appunto, più o meno governabilità ). Il vantaggio stava invece nella possibilità di dare quantomeno la percezione dell’apertura di una nuova stagione di dialogo a 360° senza far nascere contrasti evidenti con le altre parti in gioco. Se Renzi, in questo senso l’abbia avuta vinta o meno lo scopriremo nei prossimi giorni.

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Il vice-presidente della Camera Luigi Di Maio

I limiti del sistema – Alla fine il discorso ruota sempre intorno allo streaming. Nei discorsi sui voti presi, sui risultati delle primarie interne e su una serie di frecciatine che le parti si sono lanciate continuamente c’è la prova della debolezza del sistema, che diventa inevitabilmente un modo per parlare al proprio pubblico ancor prima che ai rappresentanti dell’altro partito. In questo modo le differenze tendono a radicalizzarsi e cercare il compromesso (che tutto sommato rimane il fine ultimo della politica) diventa più difficile. Nonostante i toni diversi dal passato, neanche questa discussione ha fatto eccezione. In buona parte le discussioni e i punti sembravano preparati in precedenza: il Pd ha preso in mano la legge elettorale del Movimento 5 Stelle e ha posto i suoi rilievi. Il Movimento ha insistito sui suoi punti fondamentali. Si sono, insomma, messi i paletti e ce li si è dichiarati a vicenda. Di una vera trattativa non c’è stata traccia.

Un equilibrio che manca, sempre – Il punto rimane quello: la trasparenza ne guadagnerà pure da un incontro pubblico, ma se ancora consideriamo la politica come trattativa tra partiti e movimenti che portano avanti interessi diversi, con questo sistema non si può andare lontano. Sarebbe meglio l’onestà di dire effettivamente quando ci si è incontrati cosa ci si è detti e a quali soluzioni si è giunti, a posteriori, ma nel rispetto del cittadino e dell’interlocutore. Solo che in Italia, con tutti i sotterfugi a cui ci siamo abituati, è ormai norma ragionare per soluzioni estreme.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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