Strage del rapido 904, rinvio a giudizio per riina: un processo necessario?

16/05/2014 di Luca Tritto

Rapid 904 Totò Riina

È notizia di questi giorni l’ennesimo rinvio a giudizio per Salvatore Riina, lo storico capo di Cosa Nostra, stavolta accusato di essere il mandante della “strage di Natale”, l’attentato esplosivo che il 23 Dicembre 1984 colpì il Rapido 904, uccidendo 17 persone e ferendone 267.

Il dramma – Era l’anti-vigilia di Natale, in quel lontano 1984. Un treno carico di passeggeri, partito da Napoli e diretto a Milano, riportava a casa chi voleva trascorrere le vacanze con i propri cari. Nella galleria tra Firenze e Bologna, all’altezza di Vernio, un boato sventrava le carrozze centrali, facendo piombare nel buio il convoglio, uccidendo, ferendo e terrorizzando centinaia di persone. Il clima avverso, la difficoltà di transito in galleria e la mancanza di contatti all’esterno, tuttavia, non impedirono ai soccorsi di svolgere un encomiabile lavoro.

Totò Riina, la strage del rapido 904Tra cause e colpevoli – Erano anni duri, per il Paese. L’emergenza terroristica stava rientrando, dopo gli arresti e le retate tra gli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Un nuovo fronte si apriva nella lotta tra lo Stato e i poteri eversivi: quello contro Cosa Nostra siciliana. L’azione del pool dei magistrati di Palermo, con a capo Giovanni Falcone, stava per portare all’inizio del Maxiprocesso contro i vertici dell’organizzazione. Per le milizie mafiose era necessario mettere in atto qualsiasi azione in grado di distogliere l’attenzione dello Stato dal contrasto alla mafia isolana. In base alle sentenze passate in giudicato, fu Pippo Calò – il cassiere di Cosa Nostra con sede a Roma e “uomo dei contatti” con ogni ambiente possibile – a provvedere all’organizzazione dell’attentato, in collaborazione con Guido Cercola e il tedesco Friedrich Schaudinn. Quest’ultimo fu incaricato di confezionare il materiale esplosivo collegato ad un detonatore. Al momento dell’arresto, nel marzo 1985, Calò era latitante a Roma e, in un suo rifugio in quel di Rieti, furono ritrovati droga e materiale esplosivo, estremamente compatibile con quello utilizzato per far saltare in aria il treno. La Corte d’Assise di Firenze, nel 1989, condannò all’ergastolo Calò, Cercola, Giulio Pirozzi, Alfonso Galeota e Giuseppe Misso, capo del clan camorristico del Rione Sanità di Napoli. Inoltre, Schaudinn e Franco Di Agostino furono condannati rispettivamente a 28 e 25 anni di reclusione. La Corte d’Assise d’appello, nel 1990, apportò leggere modifiche ai capi d’imputazione, confermando a grandi linee le pene. Tuttavia, la Corte di Cassazione, presieduta dal famigerato Corrado Carnevale, il cosiddetto “giudice ammazzasentenze”, ribaltò i verdetti, rimandando alla Corte d’Assise d’appello il procedimento, che vide assolvere dal reato di strage Misso, Pirozzi e Galeota. Infine, anche nel processo di Palermo, vennero a galla i pericolosi legami tenuti da Calò con ambienti dei Servizi Segreti, della Camorra, del Vaticano, della Loggia P2 e della Banda della Magliana, come numerosi pentiti confermarono. Un quadro molto inquietante, per usare un eufemismo. Non bisogna dimenticare un altro particolare: nel 1992, lo stesso giorno in cui la Corte d’Assise d’appello di Firenze confermava le condanne, Galeota, Pirozzi e la moglie, in compagnia di Assunta Sarno, moglie di Misso, furono oggetto di un attentato di matrice camorristica al rientro a Napoli, in cui perirono Galeota e la Sarno, quest’ultima addirittura con un colpo in bocca.

Il ruolo di Riina – Già nel 2011, la DDA di Napoli indicò il capo dei capi come mandante della strage, in quanto questa era da inquadrarsi in una strategia di matrice terroristico-mafiosa in risposta alle azioni dello Stato contro Cosa Nostra. Questa settimana, invece, il GUP di Firenze ha rinviato a giudizio il boss con la medesima accusa, essendo egli l’ideatore e lo stratega delle azioni delittuose operate da Cosa Nostra in quegli anni. Il nuovo processo, dunque, inizierà il prossimo 25 novembre.

Provocazione. A questo punto urge porsi una domanda, assolutamene provocatoria, semplice ma non banale: come mai solo oggi, a distanza di 30 anni, si decide di avviare un’azione giudiziaria nei confronti di Riina, il quale già sconta l’ergastolo in regime di 41-bis per le centinaia di delitti da lui commessi e ordinati? Certo, si tratta di punire ogni responsabilità in un fatto di sangue di estrema gravità della storia della Repubblica, in quanto vi sono ancora le vittime e i parenti di queste che chiedono a gran voce giustizia. Tuttavia, dati i tempi biblici della giustizia italiana e la già nota scarsità di risorse, rischia di essere un processe senza fine –  verso un soggetto già pluricondannato e senza speranza di uscire dal carcere – mentre le stesse risorse potrebbero essere concentrare in via prioritaria sulla situazione criminale attuale, già pervasiva in quasi tutte le regioni italiane.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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