Storie di studenti: perché vanno tutti via?

16/10/2014 di Eleonora Pintore

Mi chiamo Eleonora, ho 21 anni, sono una futura emigrante. Ho sempre avuto bei voti a scuola, ho imparato le lingue, do gli esami all’università e ho fatto l’Erasmus. Ma allora perché non mi volete?

Fuori dai confini nazionali, si ha la percezione che l’Italia sia più popolosa del Brasile. Londra è la sesta città d’Italia, si stima che gli italiani che ci vivono siano almeno trecentomila: imparare l’inglese a Londra è come studiare ad Alberobello. Gli studenti italiani sono i più assidui frequentatori degli “English Center”, trovano lavoro in fretta e aspettano di “migliorare la lingua” per frequentare un master nel Regno Unito, anche se spesso possiedono già un titolo italiano. Una signora mi chiede da dove venga, rispondo, “E’ rimasto qualcuno giù al Sud?”, mi provoca.

A Bruxelles non si impara il francese se sei italiano, trovare qualcuno che ti risponda nella tua lingua è semplice, troppo. La percentuale di ragazzi italiani che fanno l’Erasmus annienta quella degli stranieri. Il gruppo degli italiani è il più grosso, il più chiassoso, ma sopratutto non è formato solo da studenti Erasmus. Tantissimi ragazzi sono regolarmente iscritti nelle università straniere; nessuno si stupisce più della mia nazionalità, anzi ne sono un po’ annoiati. La mensa universitaria di Bruxelles alle 14,00 è deserta, i ritardatari mangiano soli e di fretta. in fondo c’è un gruppo di brizzolati. Inevitabilmente vedo che hanno tutti il pane, lo tengono fuori dal piatto e lo tagliano in maniera corretta, fanno una bella scarpetta. Sono professori, ricercatori, impiegati dell’università.

Un paese del Sud Sardegna ha lanciato un progetto per dimostrarsi vicina ai giovani disoccupati: vuoi andare via e non puoi? Ti paghiamo il biglietto di andata, ma non di ritorno, e ti auguriamo buona fortuna. Ti stanno dando una scialuppa, puoi salvarti. Siamo migranti, ce ne stiamo andando da casa con la speranza, ma non la certezza, di tornarci per invecchiare. Il paradosso è che poi non mostriamo compassione per i ragazzi di Lampedusa, non vogliamo “stranieri”. Eppure siamo uno dei paesi che produce più emigranti in assoluto.

Tutti, almeno una volta, hanno pensato di andare via: questo è quello che devi fare se non vuoi scendere a compromessi, neanche serve scrivere quali. Ad uno stagista, non retribuito, viene richiesto un livello di inglese paragonabile al madrelingua, che spesso deve essere accompagnata da almeno un’altra ad un buon livello, voto di laurea massimo, e almeno uno o due tirocinio già effettuati prima di ricevere il titolo, “perché, si sa, la preparazione universitaria non è sufficiente per iniziare a lavorare, lascia delle lacune pratiche troppo profonde”.

La gioventù nel 2014 è questo, correre e soddisfare standard sempre più alti, appositamente confezionati per la tua generazione, per poter sognare un posto di lavoro, che forse, un giorno lontano, ti consentirà l’indipendenza economica. A te, giovane inutile, che vieni addirittura ad insistere perché vuoi un lavoro, chiedono il curriculum di un quadro aziendale, quando poi nemmeno il Presidente del Consiglio parla un inglese accettabile. Perfino il nuovo capo del Consiglio Europeo non parla inglese. Un bel ceffone sui denti.

Il nuovo fronte del romanticismo è il desiderio di restare a casa, crescere dove sei cresciuto, lavorare nel paese in cui hai studiato. Nessuno dovrebbe considerare un lusso restare a casa, sopratutto se è una risorsa per il suo paese.

Sono appena state pubblicate dal governo le slides sulla legge di stabilità: 80 euro in più a chi ha un reddito inferiore ai 27.000 euro annui, incentivo per assunzioni a tempo indeterminato, 0,3 miliardi di euro per la ricerca e lo sviluppo. Quello che manca è un progetto, una storia che piaccia agli investitori, e agli italiani che sono diventati un punto di riferimento nelle università e nelle aziende estere. Milioni di soldi pubblici sono investiti nella preparazione di talenti di cui beneficeranno gli altri. E’ uno spreco.

Per l’Italia nessun domani” diceva Montanelli,”Un domani brillantissimo per gli italiani, non per l’Italia”. Potersi spostare, decidere di lavorare in un altro paese deve restare una scelta deliberata, non l’unica via di scampo.

Mi chiamo Eleonora, sono una studentessa, futura emigrata, che spera di tornare. Forse un giorno mi vorrete.

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Eleonora Pintore

Nasce a Sassari nel 1993. Nella sua città si diploma al Liceo Classico “Azuni”, si trasferisce a Roma per gli studi universitari. Grande appassionata di politica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla LUISS Guido Carli.
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