Radicali: ascesa e declino di un partito libero

17/10/2014 di Edoardo O. Canavese

Oggi sfumano nei mosaici percentualistici di elezioni amministrative e sullo sfondo di sottostimate iniziative di sensibilizzazione civile. Ma ieri infiammavano il dibattito pubblico e culturale, manifestavano l'arretratezza di un'Italia medievale per diritti ed avvelenata da un bipolarismo tirannico per politica

Ascesa e declino del partito radicale

Il partito intellettuale – E’ difficile trovare un’etichetta adatta ad un movimento così cangiante come quello radicale, che pure abbiamo definito “libero”. Certo la sua primissima fase fu caratterizzata da un esibita superiorità culturale e programmatica dei propri esponenti che lo distinse fortemente dai partiti di massa. La sua storia comincia nel 1955, nonostante esponenti così detti radicali sono rintracciabili fin dall’Unità d’Italia, guarda caso da una scissione, quella della sinistra del Partito Liberale: giacché le scissioni costituiranno un tratto distintivo del suo percorso. Vi aderirono i membri di Unità Popolare, ostili alla legge elettorale “truffa” del ’53, tra cui Leopoldo Piccardi, uomini del Partito d’Azione slegati da nuove simpatie ed esperienze politiche e una nutrita platea di scrittori, giornalisti del calibro di Eugenio Scalfari. Il peso di numerosi uomini di cultura arricchì la proposta politica di un partito che si offrì fin dall’inizio come alternativo all’opprimente, tirannico bipolarismo italiano, già spartito tra il clericalismo destro di una Dc che talvolta pareva risentire d’influenze filofasciste e un macrocosmo filosovietico con cui una forza, come il Pr, d’ispirazione liberale e libertaria non aveva nulla a che fare. Ma il primo banco di prova del terzoforzismo laico sostenuto dai repubblicani, le politiche del ’58, fu un fallimento che mise in discussione la propria identità politica e pose le premesse per il primo, importante salto strategico dei radicali.

Il partito di sinistra – I radicali si scongelarono e cominciarono a guardare ai socialisti. Una delle leggi della politica italiana prevede che le alleanze nazionali siano prima testate nelle amministrative; così fu, e il Pr riuscì a trainare il Psi ai successi a Milano e Roma. Il ’60 non fu solo l’anno dell’affermazione locale, ma anche quello del famigerato governo Tambroni, sostenuto da Dc e soprattutto Msi, il cui appoggio esterno avvelenò le piazze. L’urgenza di un polo riformista che non scadesse nei rigurgiti destri della Dc comportò l’emersione di giovani radicali di sinistra, tra i quali Marco Pannella e poi Emma Bonino, che aderirono ad una più generosa apertura nei confronti dei nemici dei democristiani, accelerando su posizioni anticlericali e libertarie. Nel giro di pochi mesi i promotori del Pr tra i quali gli stessi Piccardi e Scalfari si accomiatarono, mentre Pannella si impose come leader emergente.

Adele Faccio ed Emma Bonino
Adele Faccio ed Emma Bonino

Il partito dei diritti – La grande parte del cursus storico dei radicali si combatté in piazza e attraverso i referendum, piuttosto che nell’assemblea legislativa. Punti preminenti dell’azione furono la lotta libertaria per i diritti, con accesi toni anticlericali. L’orgoglio laico spinse i radicali ad interrompere in modo definitivo la corsia preferenziale dei rapporti tra lo Stato e l’ingerente Chiesa, già sfondati dai cannoni di Porta Pia ma cospicuamente riparati nel ’29 coi Patti Lateranensi. Pannella e i suoi tentarono di cancellarlo per via referendaria; invano, perché nonostante fossero state raccolte le firme necessarie, la Corte costituzionale considerò il Concordato come un accordo tra l’Italia ed uno stato straniero, materia non soggetta quindi a referendum. La lotta referendaria che i radicali condussero su divorzio, che nel ’74 venne confermato dai cittadini dopo il voto parlamentare del ’70, ed aborto non deve essere vista come una rappresaglia anticlericale, ma piuttosto come battaglia per i diritti. I quali riguardarono anche le posizioni antiproibizionistiche relativamente alle droghe leggere e la questione della sessuofobia e dell’omofobia su cui il Pr si mosse per primo; il partito si aprì in dibattiti e associazioni affinché tali temi avessero la più ampia diffusione. Le manifestazioni radicali si concentrarono inoltre sull’antimilitarismo, retaggio della disciplina non-violenta del radicalismo internazionale.

Il partito isolato – Un partito libero significa un partito scomodo, del quale presto anche i già alleati socialisti fecero a meno, anche in coincidenza con l’inizio di una più corposa collaborazione governativa del Psi con la Dc. Lo strumento referendario permise di condurre battaglie politiche al fianco di libere coscienze degli altri movimenti parlamentari, come accadde con la sinistra non comunista, senza che tuttavia vi fosse possibilità di scalfire la maggioranza pentapartitica. L’isolamento cui pareva condannato tuttavia gli permise di aprire nuovi fronti di protesta come quello contro la partitocrazia, additata come regime antidemocratico nel quale pochissimi personaggi delle segreterie più potenti smerciavano gli uffici istituzionali. Determinante sarebbe stato il loro impegno per eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti e per la riforma per una giustizia “giusta”, anche sull’onda di scandali come quello che coinvolse il presentatore Enzo Tortora; entrambi temi mai tanto attuali.

Il partito stampella – Questo l’immeritato destino di un partito che, con l’avvento del ’94 berlusconiano, si lasciò sedurre dal primo serio tentativo di fare di se stesso un partito anche di governo. In realtà al leader Pannella, che dava il nome anche alla lista politica candidata con il Polo delle Libertà, andò male, perché dopo vent’anni non venne eletto. L’alleanza con il centrodestra fu confermata nel ’96, con la Lista Pannella-Sgarbi, senza entusiasmi elettorali, almeno paragonabili al favore che avrebbe suscitato la Bonino, il cui impegno in campo europeo spinse i radicali ad uno storico 8,5% nel 1999 e sarebbe stato destinato a spostare il baricentro del partito verso sinistra. Se infatti il tentativo di autonomia terzoforzista del 2001 andò male (il Pr raccolse solo il 2,2%), cinque anni dopo, convergendo nella “Rosa nel Pugno” assieme ai Socialisti, appoggiarono l’Unione di Prodi, ricevendo il primo seggio ministeriale, quello delle Politiche Comunitarie, affidato proprio alla Bonino. Un sodalizio che durò poco, sia a causa della disgraziata congiuntura politica, sia delle divisioni intestine, come la fuoriuscita dell’ex segretario Daniele Capezzone. Il Pr non sarebbe poi riuscito a reagire alla costituzione di due super blocchi politici come Pdl e Pd, nel quale peraltro alcuni radicali riuscirono a convergere alle politiche del 2008. Nel 2013 da soli non ottennero che lo 0,2%, decisamente troppo per accedere alla Camera. Tuttavia non hanno rinunciato al mai dimenticato ruolo di megafono per le situazioni sociali più oscurate, come la questione del sovraffollamento delle carceri, la spinosa questione del “fine vita”, la legalizzazione delle droghe leggere, laddove forse si trovano più a loro agio: non già il Parlamento, ma le piazze.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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