Stipendio parlamentare: una proposta per migliorare l’attuale sistema

20/05/2013 di Redazione

Parlamento Italiano

Nel precedente articolo abbiamo descritto la complessa composizione dello stipendio parlamentare. Ci siamo limitati a descrivere il sistema nella maniera più oggettiva possibile, senza esprimere alcuna opinione sulle problematiche (più o meno) note a tutti. Oggi, invece, ripercorrendo la stessa struttura dell’articolo precedente, faremo l’esatto contrario, dato che questo ci sembra essere il modo più adatto per permettere a tutti di formarsi liberamente la propria opinione sul tema.

L'interno della Camera dei Deputati.
L’interno della Camera dei Deputati.

Premessa – Fare politica costa, e – come abbiamo già sottolineato – di per sé il dimezzamento dello stipendio (inteso come semplice indennità) serve a ben poco. Occorre, quindi, una revisione organica del sistema che leghi la riduzione dello stipendio (inteso nel suo complesso) dei parlamentari al superamento del bicameralismo perfetto e all’implementazione di una struttura che permetta di valutare i costi di una cattiva legislazione, cioè l’abuso della decretazione d’urgenza, della fiducia e dei maxiemendamenti. Non si sottolinea mai abbastanza quanto l’impianto attuale sia vecchio e farraginoso e porti come conseguenza la dilatazione di tutti questi strumenti (spesso anche al limite della legittimità costituzionale), i quali, nella mente dei nostri padri costituenti, erano stati pensati per altri scopi. Tutto questo ci serve solamente a rimarcare il fatto che il problema è complessivo, e riguarda il cattivo funzionamento delle istituzioni parlamentari e governative, quando invece la politica serve a prendere decisioni che risolvano i problemi dei cittadini (in un mondo sempre più complesso, in cui le istituzioni internazionali stanno pian piano assumendo maggiori competenze), ma senza a tornare a soluzioni di stampo “Prima Repubblica”. La tendenza, quando parliamo di questi temi, è sempre quella di “guardare il dito e non la luna”, cioè guardare tutte quelle piccole cose, perdendo di vista il tema centrale: l’efficacia e l’efficienza di quella che dovrebbe essere la “buona politica”.

L’indennità – Attualmente è pari a circa 5.000 euro netti. Per chi scrive, questa parte dello stipendio, che rappresenta la retribuzione per il lavoro parlamentare, è adeguata. Il vero problema, semmai, riguarda due aspetti: la legge del 1965 che rimanda alle decisioni prese dall’ufficio di presidenza; la mancanza di una relazione fra indennità e produttività del parlamentare. Sotto il primo profilo, utilizzando come alibi l’autonomia delle Camere, si è preferito rimandare a decisioni interne a queste che hanno sempre favorito la lievitazione dell’indennità. Occorrerebbe invece stabilire un tetto a livello legislativo per porre un argine ai continui aumenti (anche perché il limite dello stipendio mensile dei presidenti di sezione della Corte di cassazione appare comunque elevato, ed anche questi andrebbero riconsiderati). Sotto il secondo profilo, per tutelare l’indipendenza economica del parlamentare, ci si è mascherati dietro all’indisponibilità dell’indennità per evitare di utilizzare strumenti che leghino quest’ultima alla partecipazione ai lavori parlamentari. Occorrerebbe, quindi, sempre a livello legislativo, fissare una soglia di gran lunga superiore a quel 30% previsto per evitare la decurtazione della diaria, prevedendo un rapporto di proporzionalità diretta tra indennità e partecipazione. Inoltre, sempre a tal fine, appare necessario prevedere l’obbligo di messa in aspettativa durante il periodo nel quale si esercita il proprio mandato parlamentare per gli eletti provenienti dal settore privato; cosa che, ad oggi, è prevista solamente per l’eletto proveniente dal settore pubblico. In tal modo sarebbe possibile evitare nuovi “casi Bongiorno”, l’ex Presidente della Commissione giustizia, che durante la passata legislatura è stata avvocato difensore in importanti processi saliti alla ribalta nella cronaca nazionale. Il principio dev’essere che quando uno decide di occuparsi della “cosa pubblica” automaticamente decide anche di non occuparsi più della sua “cosa privata”, limitando il più possibile il rischio di eventuali conflitti d’interesse.

La diaria – Attualmente è pari a circa 3.500 euro netti. Anche qui troviamo il problema del rimando alle decisioni prese dagli uffici di presidenza, mentre sarebbe necessario fissare dei criteri a livello legislativo. In particolare, sarebbe un bene cominciare a fissare dei costi standard che includano sia le spese di gestione delle Camere che quelle di esercizio del mandato da parte dei Parlamentari. Bisognerebbe, poi, ipotizzare un sistema di pagamento specifico per questi ultimi (come una carta di credito o una ricevuta speciale da far firmare ai venditori da parte dei parlamentari) che permetta di rendere diretta la rendicontazione di queste spese, che non potranno andare oltre i costi standard. In questo caso, la pena potrebbe essere una sanzione o, come intervento più leggero, la restituzione della sola cifra allineata al costo standard: il resto andrebbe a carico del parlamentare. Le spese non dovrebbero inoltre superare una certa soglia (che sia una sintesi di quella attuale sulla diaria e sui rimborsi spese per l’esercizio del mandato), e dovrebbero includere tutte le spese da parte del parlamentare: dai viaggi alla telefonia (e dunque anche quelle che attualmente prevedono un rimborso di tipo forfettario). Infine, sarebbe logico che tutta la rendicontazione fosse disponibile sul sito della Camera di appartenenza del parlamentare. Questo sistema avrebbe un duplice vantaggio: da un lato renderebbe il tutto molto più trasparente; dall’altro permetterebbe ai parlamentari di avere comunque un certo grado di flessibilità nella scelta delle loro spese, seppur entro il criterio dei costi standard. Infine, sia per la “nuova” diaria che per l’indennità si potrebbero facilmente prevedere dei sistemi di adeguamento all’inflazione secondo gli indici ISTAT.

La pensione – Come si è visto, recentemente il sistema ha avuto profondi cambiamenti, ma occorre andare oltre, in quanto la recente riforma pensionistica ha previsto requisiti molto più stringenti rispetto ad un tempo. Perciò si rendono necessarie due cose: il pieno adeguamento al sistema di calcolo contributivo, superando il diritto alla pensione dopo soli 5 anni di mandato (con annessi sconti premiali per gli anni successivi in cui si rimane in carica), calcolando il trattamento pensionistico complessivo tenendo semplicemente conto dei contributi versati durante il periodo in cui il parlamentare era in carica; la parificazione, per quanto più possibile, al nuovo regime anche per i parlamentari entrati in carica da prima del 1° gennaio 2012.

Rimborso delle spese per l’esercizio del mandato – Alla Camera è pari a circa 3.700 euro, mentre al Senato è di circa 4.150 euro. Anche qui, è necessario fissare un tetto a livello legislativo, dato che viene stabilito sulla base di decisioni dell’ufficio di presidenza. Come per la diaria, è necessario prevedere una rendicontazione trasparente, stabilendo un costo standard, prevedendo sia l’abolizione di quella metà che viene elargita forfettariamente, sia l’eventuale rimborso dell’eccedenza.

Assegno di fine mandato – A giudizio di chi scrive è da eliminare. Gli 800 euro lordi possono tranquillamente venire assorbiti dall’indennità (a saldi invariati, naturalmente).

I tagli ai costi della politica: un'epopea italiana
I tagli ai costi della politica: un’epopea italiana

Altri benefit – Le “tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale” devono trovare stretta connessione con l’attività parlamentare, altrimenti si trasformano in un privilegio. Valgono quindi gli stessi principi citati per diaria e rimborso spese. Per quanto attiene alle spese telefoniche si può facilmente prevedere un abbonamento telefonico mensile che permetterebbe di dimezzare (almeno) i 3.000 euro annuali attuali. Per l’assistenza sanitaria integrativa, prevista anche in altre realtà, non sembrano esserci particolari problemi.

Contributi privati a parlamentari – Se davvero, come ormai tutti i partiti dicono, si vuole superare ed eliminare il finanziamento pubblico ai partiti, occorre regolamentare, in totale trasparenza, il sistema delle lobby, prevedendone un apposito registro. La demonizzazione di queste, praticata con costanza dalla nostra classe dirigente, è sempre stata utilizzata come scusante per far sì che venisse perpetrato il più possibile l’attuale sistema in cui la deregolamentazione favorisce la totale assenza di trasparenza. Nel corso degli anni sono stati depositati oltre 40 disegni di legge per cercare di risolvere il problema, ma nulla di concreto è mai stato fatto – anche a seguito dei numerosi scandali succedutisi negli anni – , tant’è che è addirittura possibile non denunciare agli uffici di presidenza contributi privati che non siano superiori a 50 mila euro. Si rende necessario un cambio di rotta, unitamente ad una maggiore trasparenza (per cui ogni euro di contributo proveniente da privati o da società dovrà essere rendicontato), è necessario attuare con maggior forza quanto prevede la legge n.441 del 1982 riguardo alla dichiarazione sulla situazione patrimoniale del parlamentare, rendendola accessibile (magari assieme al Curriculum Vitae), seguendo sempre il criterio della più ampia pubblicità possibile.

Dare attuazione all’art. 49 della Costituzione con una legge sui partiti e movimenti politici – Occorre trovare una soluzione per quanto attiene la pubblicazione e la democraticità degli statuti dei partiti e dei movimenti politici, dando finalmente attuazione con legge a quanto previsto dall’art. 49 Cost., secondo il quale “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Perché sé è vero che, generalmente, partiti e movimenti politici sono frutto di un’associazione tra privati cittadini, non può sfuggire il fatto che, nel momento in cui questi entrano nelle istituzioni (nazionali e locali), tramite l’elezione di propri iscritti, la loro natura privatistica si restringe per far spazio ad una natura di stampo pubblicistico, poiché la loro azione è volta alla cura dell’interesse generale, e non di quello particolare (e quindi privatistico).

Rendiconto dei gruppi parlamentari – In seguito agli scandali provocati dai casi Belsito e Lusi, è stata approvata la legge n. 96 del 2012 (“norme in materia di riduzione dei contributi pubblici in favore dei partiti e dei movimenti politici, nonché misure per garantire la trasparenza e i controlli dei rendiconti dei medesimi […].”) e una modifica ai regolamenti di Camera e Senato per quanto attiene il rendiconto dei gruppi parlamentari. Entrambe le norme sono state molto discusse perché non favoriscono la definitiva risoluzione degli storici problemi che hanno finora caratterizzato la nostra esperienza (tant’è che si parla già di ulteriori modifiche). Inoltre, per ciò che riguarda il controllo sui rendiconti dei gruppi, non si è voluto accettare il controllo da parte della Corte dei Conti in nome del principio dell’autonomia contabile delle Camere, lasciando così l’ultima parola per l’erogazione delle risorse finanziarie al Collegio dei Questori interno a Camera e Senato (e non alla società di revisione legale). L’art. 5 della suddetta legge, in ogni caso, prevede che gli statuti dei partiti presenti in Parlamento vadano trasmessi ai presidenti delle Camere, pena la decadenza del diritto al rimborso elettorale, e specifica che questi devono indicare “l’organo competente ad approvare il rendiconto di esercizio e l’organo responsabile per la gestione economico-finanziaria”. Il discorso, generale, si riflette ovviamente sull’attività dei gruppi, ma sarebbe necessario un grado di trasparenza maggiore, magari con possibilità di controllo (e di relative sanzioni, anche a posteriori) da parte della Corte dei Conti.

Federico Nascimben, Luca Andrea Palmieri

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