Stefano Cucchi, arriva la sentenza: il fatto non sussiste

05/06/2013 di Iris De Stefano

Dopo quattro anni di processo, oggi la corte presieduta dal giudice Evelina Canale si è pronunciata

Sentenza Cucchi

“La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi.” Vengono in mente le parole di Solone, il giustissimo legislatore ateniese, leggendo le motivazioni della sentenza che pone, per ora, la parola fine al processo Cucchi.

I fatti – La vicenda che riguarda la morte di Stefano Cucchi è tristemente conosciuta. Il trentunenne geometra romano venne trovato la notte del sabato 15 ottobre 2009 in possesso di hashish, cocaina e antiepilettici ( quest’ultimi per scopi medici ) nel parco degli Acquedotti, a Roma e tenuto dai Carabinieri in custodia cautelare. Nella notte tra il 15 e il 16 le forze dell’ordine perquisirono la sua stanza, invitando comunque i genitori a stare tranquilli poiché, essendogli stati trovate addosso quantità non ingenti di droga ( pare 20 grammi divisi tra marijuana, della cocaina e due pasticche, secondo alcuni di ecstasy, secondo la famiglia di Rivotril, un farmaco antiepilettico ), avrebbe rischiato poco. I genitori vennero inoltre informati della convocazione per il processo in direttissima del giorno dopo, nelle aule del tribunale di Piazzale Clodio dove trovarono Stefano con il volto gonfio ed evidentemente dolorante. Il ragazzo si dichiarò colpevole di “detenzione di sostanze stupefacenti, ma in quanto consumatore” e accompagnato , in seguito al rinvio a giudizio, con sentenza fissata al 13 novembre e dopo varie visite mediche svoltesi tra l’ambulatorio del palazzo di Giustizia e l’ospedale Fatebenefratelli, al carcere Regina Coeli. I medici intanto, sia dell’ambulatorio che dell’ospedale avevano già segnalato la presenza di vari tipi di lesioni e fratture.

La morte – Nei giorni successivi, spostato dal carcere di nuovo al Fatebenefratelli e poi al Sandro Pertini, nel padiglione per i detenuti, iniziò il calvario dei parenti che non riuscirono, per ben cinque giorni, a visitare il ragazzo, che morì la mattina del giovedì alle 6:20 di “presunta morte naturale”. Ai genitori la notizia della morte venne comunicata solo attraverso la notifica di un decreto del Pubblico Ministero, con cui si autorizzava la disposizione di un consulente di parte per l’autopsia, durante la quale non fu possibile fare fotografie nonostante il corpo del ragazzo apparisse – tra le altre cose – martoriato, con l’occhio schiacciato nell’orbita e palpebra, mascella ed arcata sopraccigliare gonfie in modo abnorme.

Le critiche – Molto si è scritto e detto negli anni, durante i quali il processo è andato avanti e le opinioni sono completamente divergenti le une dalle altre. La sorella di Stefano, Ilaria, si è spesa significativamente, partecipando a lezioni, interviste e scrivendo un libro, per tener viva l’attenzione dell’opinione pubblica, mai negando però che il fratello fosse un tossicodipendente, principale accusa che viene fatta dai detrattori della vicenda. La tendenza a creare dei cittadini di serie A e di serie B è sbagliata; quelli che restano sono i fatti e il principio su cui si basa tutto il sistema giudiziario democratico dalla Rivoluzione Francese ad oggi: la legge è uguale per tutti ed è fondamentale tener bene in mente questa idea, perché i giudizi morali sono una cosa ma la legge ne è e ne deve essere un’altra.

Il processo – Dopo quattro anni di processo, oggi, 5 Giugno, la corte presieduta dal giudice Evelina Canale si è pronunciata dopo essersi riunita alle 9:30 nell’aula bunker del carcere di Rebibbia. Dodici erano le persone accusate dai pubblici ministeri Vincenzo Barba e Francesca Loy, tra medici, infermieri e guardie carcerarie con diversi capi d’imputazione come abuso d’ufficio, favoreggiamento, abbandono d’incapace, lesioni e abuso di potere e falsità ideologica con pene tra i due e i sei anni, perché secondo l’accusa Stefano Cucchi fu prima pestato a morte, poi lasciato morire di fame e di sete (considerando poi che all’epoca dell’arresto pesava appena 42kg e il giorno della morte ne aveva persi ben 6).

La sentenza – I giudici hanno invece confermato le accuse solo per sei medici, condannati a due anni per omicidio colposo, con pene quindi ben diverse da quelle richieste dai Pm e ne hanno anche disposto la sospensione condizionale, condannando i medici a pagare 320mila euro di risarcimento alle parti civili, più le spese legali sostenute dalla famiglia di Cucchi. Secondo i giudici quindi, la morte del ragazzo fu dovuta non al fatto di essere stato eventualmente malmenato ma da “inazione” dei medici una volta giunto in ospedale seguendo la tesi dei periti nominati dalla Corte, che avevano ricondotta la morte alla mancanza di somministrazione di cibo.

Le reazioni alla notizia della sentenza, sia da parte della famiglia presente, che da parte dell’opinione pubblica stanno arrivando e si faranno sicuramente sentire nei prossimi giorni; saranno certamente contrastanti e spesso molto forti, perché questa è una vicenda che ha interessato e scosso un po’ tutti. La Giustizia fa il suo corso e siamo appena alla prima sede di un processo che probabilmente continuerà e potrebbe riservare delle sorprese. Nel pieno rispetto dell’opinione dei giudici nelle cui mani ricade una decisione non facile resta però il dubbio di come una persona possa entrare in un commissariato di polizia e dopo sei giorni di custodia cautelare, morire. Tenendo presente che si è innocenti fino a prova contraria, viene in mente però De Andrè quando cantava “che non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte”.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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