Riforme istituzionali, intervista a Stefano Ceccanti

30/09/2013 di Roberto Lollino

Europinione ha intervistato il Prof. Ceccanti, membro della Commissione dei Saggi. Quali sono le strade che l'Italia deve percorrere per rendere efficiente il proprio sistema istituzionale?

Intervista a Stefano Ceccanti

Europinione è lieta di presentarvi l’intervista rilasciata in esclusiva dal Prof. Stefano Ceccanti. Costituzionalista tra i più preparati in Italia, Professore di Diritto Parlamentare e  di diritto Costituzionale presso l’Università La Sapienza, Ceccanti ha fatto parte della XVI legislatura, al Senato, eletto nelle liste del Partito Democratico, di cui è esponente di spicco. È uno dei 35 saggi della Commissione per le riforme istituzionali voluta dal Governo di Enrico Letta.

Professore, di riforme istituzionali ne abbiamo sempre parlato e se ne parla ancora oggi, ma nessuno è mai stato in grado di portarle a termine. E’ un semplice problema di maggioranze parlamentari o vi è sempre stata una mancanza di volontà politica?

Le spiegazioni possono essere varie. La prima, strutturale, è legata al carattere litigioso del nostro bipolarismo che supporrebbe, invece, per funzionare in modo efficace, un accordo, fra le parti in campo, sulle regole entro cui si svolge la competizione, che valgono per tutti. Invece, c’è sempre la spinta a fare riforme a maggioranza, o, dall’altra parte, a non collaborare. Così facendo le riforme o non arrivano in porto, oppure sono approvate a maggioranza ristretta e rischiano di essere messe in discussione dalle altre forze politiche quando subentrano al governo. La seconda, soggettiva, consiste nel fatto che persiste l’illusione, in chi vince le elezioni, che non vi sia bisogno di riforme, ma che sia sufficiente andare al Governo, poiché andando al Governo risolverai tutti i problemi; si è mossi da una specie di sindrome di onnipotenza, non ti accorgi, finché non lo sperimenti direttamente, che molti di questi strumenti che hai a disposizione non sono in grado di farti governare in maniera sensata.

Riforme Istituzionali, intervista a Stefano CeccantiA suo avviso, qual è la struttura ideale da dare alle Camere, è meglio un Senato rappresentativo delle sole Regioni o anche degli Enti locali? Dovrà votare la fiducia al Governo o tale compito è meglio riservarlo alla Camera dei Deputati?

La ragione principale per cui serve una seconda Camera, diversa dalla prima, è insita nell’aver dato molte competenze legislative alle Regioni. L’assenza di una sede politico-istituzionale dove queste competenze si possano concertare fa sì che Stato e Regioni ricorrano al giudice, cioè alla Corte Costituzionale. Si accumula così un conflitto molto elevato. Se noi vogliamo rimuovere larga parte di questo conflitto, dobbiamo spostare questo dialogo nel Parlamento, con una seconda Camera rappresentativa soprattutto delle regioni. Se poi vogliamo far eleggere anche un certo numero di sindaci della regione, tale eventualità può essere prevista, ma la cosa fondamentale è avere dei rappresentanti dei Consigli Regionali, cioè dell’autorità legislativa sul piano regionale. Ovviamente una Camera siffatta non può dare la fiducia al Governo, quindi la votazione per determinare chi governa deve essere giocata su una Camera sola, come in tutte le forme di democrazia parlamentare.

Questa seconda Camera dovrà occuparsi delle sole materie concorrenti? In che modo crede dovrebbero essere eletti i Senatori, direttamente o indirettamente?

Credo la seconda Camera non si debba occupare solo di materie concorrenti. E’ sempre utile avere due occhi in più ad osservare l’intera legislazione. A questa, poi, può essere dato qualche potere particolare rispetto ad alcune specifiche materie, superabile solo a maggioranza assoluta da parte della Camera. Infine è importante abbia un potere paritario in tema di revisione costituzionale. Sull’elezione dei Senatori credo la soluzione più logica sia la via indiretta. Questo perché, l’elezione diretta, porta con sé l’idea dell’esprimere una fiducia al Governo. Possiamo ragionare su un’elezione diretta contestuale ai consigli regionali, purché sia sempre chiaro non vi possa essere un voto di fiducia.

Legge elettorale, quale la più utile per il Paese?

Di leggi elettorali utili, stante la  frammentazione di partenza del sistema, posso consigliarne due. Se noi partiamo dalla frammentazione e vogliamo avere un risultato di democrazia governante, abbiamo bisogno di un sistema a doppio turno, poiché ci permette di avere al primo turno la gamma delle opinioni e al secondo di scegliere le due più votate. La tipologia di questo, poi, dipende dalle opzioni per la forma di governo; se optiamo per il semi-presidenzialismo, il sistema che si abbina più naturalmente è il doppio turno di collegio alla francese, se scegliamo, invece, di razionalizzare la forma di governo parlamentare, dobbiamo adottare un sistema simil-comuni, che al secondo turno dia una maggioranza che comprenda anche la scelta di un premier.

Come dovrebbero cambiare i poteri del Presidente del Consiglio e del Presidente della Repubblica? Si apriranno le porte ad un sistema semi-presidenziale oppure rimarremo nel “recinto” parlamentare in cui il Capo dello Stato continuerà a ricoprire il ruolo di garante?

Il nostro problema è che abbiamo una figura presidenziale ambigua, costretta ad intervenire costantemente in forma di supplenza, anche al di là delle funzioni di garanzia, incidendo fortemente sulla scelta dei Governi, in una dimensione anche politica. Occorre sciogliere questa ambiguità e ci sono due modi per farlo: scegliendo la strada, francese, di un Presidente della Repubblica governante, in cui il Primo Ministro, in rapporto fiduciario con la Camera,  è in realtà un suo inferiore gerarchico. Oppure tale problema si può sciogliere in senso opposto, rafforzando cioè il ruolo del Primo Ministro, dandogli una forma d’investitura diretta, con un sistema decidente, e restringendo quindi i poteri del Presidente della Repubblica, limitandoli ad una funzione di garanzia. In particolare il potere di nomina del Governo deve essere ricondotto alla scelta del corpo elettorale, verso la quale il Presidente svolge solo un ruolo notarile, mentre il potere di scioglimento delle Camere deve transitare maggiormente verso il Primo Ministro.

Ritiene necessaria una nuova riforma del Titolo V della Costituzione? Per lei è importante il potenziamento del disegno federale oppure è maggiormente probabile un arresto del progetto riformatore?

La riforma del Titolo V in diversi punti non funziona. Abbiamo costruito una casa a cui manca il tetto e questo può essere costruito, istituzionalmente, con una Camera delle autonomie. Poi vi sono varie proposte di correzione puntuale agli elenchi delle materie del titolo quinto, sulle quali esiste oggi un problema di sovrapposizione, che abbiamo presentato nella nostra relazione al governo. Per ciò che concerne il federalismo, credo si debba dare minore enfasi al concetto, poiché tale concetto va riservato soprattutto al processo di unificazione europeo; forse, a differenza di quello che poteva sembrare dieci anni fa, quando si fece la riforma del Titolo V, vi sono stati dei cambiamenti di sorta. Il federalismo europeo tende a funzionare in buona parte per collaborazione tra Stati piuttosto che tra regioni; sarebbe quindi meglio parlare, per il livello infrastatuale, di regionalismo forte piuttosto che di federalismo.

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