Stato Islamico, tra propaganda e mitizzazione

17/02/2016 di Stefano Sarsale

In questo breve articolo si cercherà di analizzare un particolare aspetto della propaganda dello Stato Islamico, ovvero quel tentativo di mitizzare l'immagine del terrorista, un ninja postmoderno, che ognuno può ambire a raggiungere. E purtroppo, ad oggi, non siamo ancora stati in grado di attuare una contropropaganda efficace.

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Il crescente numero di occidentali che volontariamente decidono di abbandonare il proprio stato per unirsi ai combattenti dello Stato Islamico, ha spinto moltissimi ad interrogarsi sul come e sul perché essi prendano questa decisione. In questo breve articolo si cercherà di analizzare un particolare aspetto della propaganda dello Stato Islamico, ovvero quel tentativo di mitizzare l’immagine del terrorista, di rendere l’appartenenza all’IS un qualcosa capace di – permettetemi il termine di bassa caratura ma ben esplicativo – “fare cool”. Si cercherà cioè di spiegare come la macchina propagandistica dello Stato Islamico intende presentare i propri combattenti, facendo sì che essi possano essere presi come modelli da imitare e, presumibilmente, qualcuno da diventare.

Il punto essenziale che deve essere evidenziato è che per quanto la società occidentale tenda a fomentare teorie che presentano coloro che si uniscono a gruppi terroristici, in particolare lo Stato Islamico, come dei deboli o dei pazzi, la propaganda islamista dovrebbe essere invece riconsiderata e intesa come movimento rivoluzionario avente come obiettivo i ‘forti’. Recentemente una fan dello Stato Islamico ha pubblicato un suo pensiero sui combattenti di Daesh sul suo blog “BlintChaos” scrivendo che “i jihadisti sono ‘cool’, sembrano dei ninja nelle loro tute nere, quasi dei combattenti dei videogiochi” e continuò affermando che “anche le donne sono presentate diversamente e portano i loro niqab accessoriati con AK-47 e giubbetti esplosivi”. Infine, il tutto viene condito con inni, siano essi cantati o ‘rappati’. Al contrario, dice la fan, coloro che si occupano di combattere il terrorismo e la propaganda dello Stato Islamico “sono un gruppo di uomini e donne di mezza età con gli occhiali seduti dietro ad un pc in un ufficio”. Un esempio abbastanza evidente di come esista una strategia di propaganda non solo ben ragionata ed efficiente, ma anche condotta con canoni quasi occidentali.

Non va poi dimenticato l’aspetto principale: essa si basa sull’Islam. Nonostante il messaggio originale venga del tutto stravolto per giustificare azioni aberranti, Daesh è riuscito a modificare la percezione del diventare un fondamentalista. Facendo un passo indietro a come era il terrorismo 20 anni fa, ai tempi di Al Qaeda prima dell’11 settembre, questo era un movimento elitario, fatto per pochi e altamente selezionati, il cui obiettivo era passare inosservati per poter colpire senza essere notati. Il terrorismo “2.0” non ha nulla a che vedere con quella vecchia visione del terrorismo. Il terrorismo dello Stato Islamico è diventato uno show, uno spettacolo volto a far arrivare non solo un messaggio tremendo di lotta contro gli infedeli (o kuffar), ma anche e soprattutto trasmettere quanto sia cool essere “pii nella concenzione daeshiana” e come, seguendo la strada del jihadismo, l’”azione” sia garantita.

Le parole di questa supporter richiamano alla memoria uno scritto – oramai datato – di John Archer riguardante la ‘male violence’. In uno dei capitoli, intitolato ‘I valori dei guerrieri’, lo psicologo Barry McCarthy esemplifica questo ideale con l’immagine del Samurai giapponese. Secondo lui, infatti, il samurai esemplifica il volto della paura, forza ed energia. Ma non solo: egli utilizza tattiche sopraffini essendo capace di elaborare strategie raffinate, utilizzando sia armi che le proprie mani. A questo si aggiunge che è un guerriero dotato di autocontrollo, disciplina, sicuro di se e virile. In un certo senso, la propaganda dello Stato Islamico è riuscita a fare leva proprio su questi aspetti. In altre parole non fa leva sui deboli, ma sui forti e soprattutto su coloro che cercano un modo per diventarlo.

Inoltre, a questa tematiche, Daesh è riuscito ad affiancare anche il tema dell’onore e soprattutto dell’essere un combattente al servizio dell’Islam. Probabilmente la genialità perversa dello stato Islamico sta proprio qui, ovvero nell’essere stati capaci di unire il concetto tradizionale di jihad (che è doveroso ricordare non ha nulla a che fare con la erronea traduzione di guerra santa) non solo con le nozioni di onore e virilità ma anche e soprattutto con quello dell’essere cool secondo i principi postmoderni.

Non va infine trascurato un ulteriore aspetto della propaganda inerente alla ‘cultura jihadista’. Vale la pena sottolineare come gli occidentali raramente si soffermino su questo aspetto del terrorismo che viene il più delle volte etichettato come semplice ‘propaganda’. Nulla di più superficiale. Il problema inerente a questa cultura del jihad non funge infatti meramente da cornice. Come lo stesso Thomas Hegghammer evidenziò, il ‘soft power’ del jihadismo militante si concretizza nella moda, musica, poesie e ideali dei jihadisti e di coloro che vogliono diventarlo. In altre parole, questi individui ascoltano i loro inni e le loro canzoni (di cui il web è ormai pieno) nei dormitori, in auto. Allo stesso modo, si vestono come i loro ‘eroi’ e seguono le prediche dei loro imam.

È evidente, quindi che il jihadismo, inteso in questi termini, è estremamente coinvolgente per coloro che ne sono attratti. L’aspetto più grave di tutto ciò consiste tuttavia nel fatto che l’occidente non è riuscito, almeno fino a questo momento, ad organizzare una contro-propaganda efficace. L’unico tentativo da annoverare è stato quello di un team anglosassone del Department of Homeland Security (DHS) statunitense chiamato Countering Violebnt Extremism (CVE) che ha tentato di elaborare una strategia a riguardo anche se, per ora, con scarsi risultati. In conclusione, la lotta al terrorismo di matrice islamica non può non passare anche attraverso la lotta all’ideologia, una lotta da condurre a 360 gradi sia in territorio occidentale che nei territori soggetti alle influenze estremiste, un aspetto sino ad ora troppo sottovalutato.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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