Siria, tre anni di errori (e orrori) in grazia ad ISIS

28/08/2014 di Andrea Viscardi

La politica estera di Obama a giudizio, attraverso un riassunto dell'evolversi della guerra civile siriana

Stati Uniti, Siria e ISIS

Migliaia di persone in piazza in città come Aleppo, Daraa e Qamishli, ma non solo. Curdi, cristiani e arabi insieme, per protestare contro un regime sempre più repressivo e corrotto, per liberare la Siria da quella che definiscono una dittatura. Era un oramai lontanissimo aprile di tre anni fa, e già si iniziava a pensare alle conseguenze che, un eventuale ribaltamento di Assad, avrebbe scatenato in molti stati medio orientali. Una protesta inaugurata come tendenzialmente laica, in nome di una “primavera siriana”. Il regime rispose, da parte sua, con una forte repressione. Centinaia i morti lasciati dalla polizia nelle strade e nelle piazze.

Una situazione protrattasi per oltre cinque mesi, senza che la comunità internazionale muovesse effettivamente passi significativi per cercare di arginare la situazione. Le solite parole di circostanza e di condanna di un regime che – rivelerà il Washington Post grazie ad un cable di Wikileaks – era stato fortemente contrastato proprio dalla Casa Bianca, finanziatrice sino al 2009 dei gruppi di opposizione.

Siria, ISISCosì, mentre lo stato centrale si indeboliva, gli scontri crescevano e i morti aumentavano nella relativa noncuranza occidentale, qualcosa iniziava a cambiare. A luglio Ayman al-Zawahiri, succeduto a Bin Laden a capo di Al Qaeda, compariva davanti alle telecamere, invitando i “crociati” siriani a non ricercare l’appoggio degli Stati Uniti, che sino a poco tempo prima vedevano in Assad un alleato strategico nell’area. Quindi, sul finire del 2011, i segnali definitivi dell’apertura di un nuovo fronte. Quello della crociata fondamentalista. Il 23 dicembre 2011, a Damasco, il primo grande attentato: due autobombe esplodono nei pressi di alcune agenzie di sicurezza. Assad è sicuro: “E’ stata Al Qaeda”. L’opposizione nega: “E’ stato il regime. In Siria, al Qaeda, non esiste”. Da lì a poco gli attentati si moltiplicano. Il 6 gennaio due kamikaze si fanno saltare in area ancora a Damasco, quindi poche settimane dopo ad Aleppo, e la lista continua. Assad, tramite il suo ministro degli esteri, accusa gli Stati Arabi e l’Occidente di voler destabilizzare la zona, lanciando una precisa accusa ai primi: “Stanno finanziando gruppi terroristici per operare in Siria”. Ma i media, gli oppositori e l’Occidente non gli credono.

Nel frattempo, la diplomazia russa si era mossa, ma senza che nessuno, da Washington, volesse ascoltarla: Putin e Lavrov, nel corso di tutta la seconda metà del 2011 si fanno portavoce di una mediazione necessaria per evitare che la situazione degeneri, e lo stesso Assad assicura la sua piena disponibilità. L’obiettivo è quello di intavolare trattative tra il Governo e le forze ribelli, per cercare di normalizzare la situazione, giungendo ad un compromesso politico ed aprendo ad alcune riforme e ad una maggiore partecipazione delle rappresentanze oppositrici all’interno del Governo.

Qui si compie il vero grande errore dell’amministrazione Obama: gli Stati Uniti fanno orecchie da mercante alla mano tesa del regime – ex alleato – e di Mosca, e sostengono la lotta delle forze ribelli, senza però, contemporaneamente, fare nulla di particolarmente concreto in loro sostegno. Una posizione quasi di osservatore interessato, ma senza aver fatto, per così dire, i compiti a casa, cioè senza aver analizzato quei possibili sviluppi radicali che lo stesso Assad aveva invitato a considerare nella seconda metà del 2011, cercando di far capire all’Occidente come vi fosse un’infiltrazione crescente di una variabile jihadista sul territorio.

La situazione degenera: ad aprile, mentre gli scontri tra ribelli e regime si intensificano, si moltiplicano anche gli attentati di stampo radicale, e l’Esercito Siriano Libero trova supporto, nelle sua lotta al regime, nelle forze islamiste, ma è un supporto che in pochi mesi costerà molto caro. I finanziamenti diretti dal Qatar, ma anche provenienti dall’Arabia Saudita e dalla Turchia, rafforzano le forze islamiste e l’afflusso di combattenti radicali. E’ la svolta. Nei primi mesi del 2013 il Fronte al-Nusra acquista sempre più spessore e vede l’appoggio, per la prima volta, dell’ISIS. La guerra civile si trasforma in una battaglia su tre fronti, ed è rottura con le forze della rivoluzione laica. Ma in Europa e in Occidente questo si percepisce solo superficialmente.

Per tre mesi le forze dell’ESL ed i curdi siriani combattono, da una parte, il regime, dall’altra l’avanzata delle forze jihadiste. Il 21 agosto la svolta: alcuni sobborghi di Damasco vengono colpiti dalle armi chimiche. Obama annuncia il superamento della famosa linea rossa da parte di Assad, che però nega di aver utilizzato il Sarin (di cui abbiamo parlato qui) nelle operazioni militari, sostenuto, quasi a sorpresa, dalle dichiarazioni di alcuni leader curdi, che puntano invece il dito proprio contro i jiahdisti e l’ISIS. La comunità internazionale non sostiene questa tesi, e l’amministrazione Obama si prepara a compiere un altro grande errore.

Assad, SiriaLa Russia di Putin interviene in difesa del Regime di Assad, e invita l’Occidente e gli Stati Uniti a considerare quanto la guerra civile siriana sia oramai combattuta su tre fronti. Quello governativo, quello dei ribelli laici e quello terrorista-jihadista. Oramai è un conflitto che coinvolge dimensioni etnico-religiose, il che significherebbe, in caso di attacco, aumentare la destabilizzazione dell’area. Non solo la Siria, ma anche Iraq e Medio Oriente. Previsione avveratasi anche senza l’intervento diretto statunitense. Per evitare lo scontro aperto con la Russia, e anche a causa della bocciatura da parte del Parlamento inglese – e quella probabile del Congresso – di un intervento armato, si trova un punto di accordo sull’approvazione e l’applicazione della Risoluzione 2118 ONU, nella quale si prevedeva la distruzione di tutte le armi chimiche. Ma Washington, ora, decide di intervenire pesantemente a supporto dei ribelli attraverso il rifornimento di armi e beni necessari a portare avanti le proprie azioni e a sostenere le milizie. Rifornimenti che, in parte, finiscono diritti nelle mani dei combattenti jihadisti.

Così, mentre l’offensiva governativa riprende più forte che mai, le forze originarie della rivoluzione sono oramai ridotte: chiuse, da una parte, proprio da Assad e pressate, dall’altra, dai jihadisti di ISIS e, più in generale, della neonata Alleanza Islamica. Solamente sul finire del 2014 i rifornimenti di armi in alcune zone, oramai sotto il pieno controllo dell’ISIS e degli altri gruppi radicali, vengono fermati. E qui accade qualcosa di impensabile. A gennaio, l’Esercito Libero Siriano e l’Alleanza Islamica – ufficializzata pochi mesi prima e guidata, fondamentalmente, dal gruppo qaedista al-Nasra – si “schierano“, insieme, contro l’ISIS. Gli aspiranti del Califfato, sempre più radicalizzati, avevano iniziato a colpire anche le altre forze islamiche, come accaduto con l’assassinio del leader di Ahrar al-Sham, gruppo ribelle membro dell’Alleanza.

Nel frattempo, le atrocità dell’ISIS divengono sempre più evidenti, e colpiscono le minoranze religiose siriane, atteggiamento che replicano, poi, in Iraq. Ma in questo caso l’eco mediatico è molto minore. Ma, soprattutto, forti dell’afflusso di milizie volontarie, degli armamenti conquistati nel corso del 2013 – soprattutto americani – e dei finanziamenti degli stati arabi, le operazioni di ISIS si allargano, dall’est della Siria, anche in Iraq, portando alla situazione che noi tutti conosciamo.

Oggi, Assad, detiene saldamente la parte occidentale del Paese, e avanza, lentamente, nel Nord, dove l’ESL si trova schiacciato anche dall’ISIS, che ha iniziato nella scorsa settimana l’assalto a due località strategiche: Azaz e Marea. Così, la prossima mossa del regime appare sempre più chiara: riconquistare il Nord. Una cosa è certa: Assad ha, sino ad oggi, approfittato della presenza di ISIS, usandola come arma a proprio favore per indebolire i ribelli, piuttosto che impegnando l’esercito governativo su due fronti. Qualcuno parla anche di un accordo di “non belligeranza momentanea”, più o meno tacito, tra il Governo e l’organizzazione jihadista, che sarebbe stata risparmiata, nei mesi scorsi, dalle operazioni dell’esercito siriano. Ma dopo aver riconquistato il nord, inevitabilmente sarà la volta dell’ISIS stessa, magari tentando di riguadagnare il favore di una colpevole Washington, che oggi si trova gioco forza costretta a schierarsi al fianco di Assad, nella lotta contro il terrore, dopo aver permesso la destabilizzazione dell’intera area siriana-iraqena e ribadendo, dopo Libia ed Egitto, il fallimento totale della politica estera di Obama.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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