Stati Uniti, NATO e Russia: una rottura nel segno di Bush

06/09/2014 di Andrea Viscardi

Affrontiamo, nel secondo articolo del nostro speciale sulla crisi Ucraina, i motivi del deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti, NATO e la Russia di Putin

Relazioni tra Russia, Stati Uniti e Nato

Abbandoniamo, per un momento, il focus sull’Ucraina in sè, così come introdotto nell’articolo di ieri, e concentriamoci ora sui rapporti tra Stati Uniti, NATO e Russia, fondamentali per comprendere la crisi odierna perché rappresentanti – insieme al fattore economico – la principale preoccupazione di Mosca nei confronti di Kiev. Come scritto in precedenza, la NATO, sino alla fine degli anni ’90, ha portato in atto una strategia di cooperazione con l’Ucraina molto graduale, accompagnata, di pari passo, a una fitta rete di relazioni e di tentativi di avvicinamento diplomatico e distensione con la Russia, caratterizzata dalla parentesi, citata nell’articolo precedente, del 1999. Tutto sembra, all’inizio del nuovo millennio, andare per il meglio. I rapporti con Mosca, ora guidata da Vladimir Putin, stavano tornando alla normalità dopo la parentesi dello scontro sulla questione serba.

A coronamento di una difficile fase di normalizzazione e distensione diplomatica, nel 2002 viene siglato il trattato che da vita al Consiglio NATO-Russia: sembra essere un punto di svolta tra l’Occidente e Mosca, tanto che alcuni, paragonano la creazione del Consiglio a un nuovo, piccolo, muro caduto. Dall’anno successivo tale speranza subisce le conseguenze di una serie di situazioni atte, al contrario, ad accrescere le tensioni. Potremmo attribuire una buona parte della responsabilità di tale passo indietro, piuttosto che alla Russia, alla politica estera degli Stati Uniti di George W. Bush, in particolare in riferimento al periodo tra il 2002 e il 2007.

Sia ben chiaro, l’ottica con cui vanno affontate le questioni qui di seguito – nonché l’articolo conclusivo in uscita lunedì -, deve essere il più possibile neutra, e indirizzarsi unicamente verso un’interpretazione in chiave degli equilibri geopolitici, strategici ed economici. Non vogliamo giudicare buoni o cattivi quanto, piuttosto, comprendere le ragioni alla base della situazione odierna: i due stereotipi precedenti non possono essere ammessi in una dimensione di interpretazione dei rapporti e degli equilibri internazionali, perchè necessariamente risultanti di filtri o indicatori nati dalle radici culturali e politiche delle rispettive parti.

Saddam, Iraq, USA
Un soldato americano si prepara ad abbattere la statua di Saddam Hussein: è il 2003, e i rapporti con la Russia sono più tesi che mai

Lintervento statunitense in Iraq. Nel novembre del 2002 era ai voti, presso le Nazioni Unite, la risoluzione 1441, implicante l’imperativo, per il regime di Saddam Hussein, di disarmare eventuali armi chimiche di distruzione di massa, oltre che di accettare incondizionatamente le ispezioni degli inviati dell’ONU e dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. La Russia, pur riluttante, accetta la risoluzione, così come Francia e Germania. I tre stati Europei, inoltre, impongono agli Stati Uniti che, in caso di violazione verificata, la discussione torni in seno al Consiglio di Sicurezza, piuttosto che sfociare in un immediato attacco a Baghdad. Nei mesi successivi lo scontro diventa più aspro: a marzo, da una parte, vi sono Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti, sostenitori dell’esigenza di un intervento armato, dall’altra, ancora, Berlino, Parigi e la Russia di Putin, che minacciano di porre il veto, in sede di Consiglio, nel caso venisse presentata una nuova risoluzione indirizzata ad un attacco militare. Propongono, invece, un’altra soluzione: una presenza costante degli ispettori sul territorio iraqeno e un processo di disarmo degli armamenti chimici da consolidarsi in diversi step, sotto la supervisione internazionale, accompagnato da una struttura sanzionatoria in grado di colpire pesantemente Baghdad in caso di non collaborazione. Tutto questo serve a poco e, nonostante Hans Blix – responsabile della missione degli ispettori ONU – affermi i propri dubbi rispetto ai dossier presentati da Washington sulle armi di Saddam, il 20 marzo, dopo un ultimatum rispedito al mittente, inizia la Seconda Guerra del Golfo.

Gli interessi Russi, indubbiamente, erano contrari ad un intervento armato contro Baghdad. Le ragioni principali sono di stampo economico. Da una parte le grandi relazioni economiche con il regime – che doveva ancora rimborsare a Mosca circa 8 miliardi di dollari prestati tra gli anni ’80 e ’90. Questa, però, era solamente la punta dell’iceberg. Infatti, con la fine della Guerra Fredda, i rapporti commerciali e politici con il mondo arabo della Russia avevano subito un colpo letale; in contemporanea a tale declino, però, si erano intensificati gli scambi e le opportunità commerciali con l’Iraq, arrivati, nel 2001 a circa 4 miliardi di dollari all’anno – più di quelli intrattenuti con tutto il Mondo arabo – e destinati ad aumentare esponenzialmente. Ma non solo: grande era anche l’attività delle compagnie russe come intermediarie nella vendita del petrolio di Baghdad nell’ambito dell’Oil-for-food program dell’ONU e, in più in generale, le aziende russe, in settori come l’edilizia energetica, rappresentavano il 20% del totale delle imprese straniere attive in Iraq. Ecco, allora, che la posizione di Mosca contraria ad un intervento armato nella zona diviene chiara ed evidente. A prescindere da tali motivazioni, in ogni caso, l’azzardo americano – confermatosi tale negli anni a venire – era palese anche a diversi stati europei.

Putin definì l’azione americana come “un grande errore” ma, sia chiaro, la sua posizione non era di lassismo nei confronti del regime di Baghdad: la strategia del Cremlino, sostenuta anche dai due “anomali” alleati del vecchio Continente, era quella di continuare a cercare una soluzione alla questione in seno all’ONU. Insistere, insomma, sulla via diplomatica, anche imponendo ulteriori sanzioni potenzialmente contrarie agli interessi stessi dell’ex capitale del’URSS. Gli Stati Uniti, da parte loro, accusarono Mosca di inconsistenza, cercando di screditarla con l’opinione pubblica mondiale e con i membri della NATO, tra cui quella Germania e quella Francia che si stavano avvicinando sempre più ad essa. Vennero pubblicati dati e dossier che dimostravano come, il principale fornitore di armi di Saddam, tra 1981 e il 2001, fosse stato proprio lo stato guidato da Vladimir Putin e quanto la preoccupazione del Cremlino fosse tesa a difendere alcuni contratti in atto con Baghdad. Il tentativo di screditamento e le crescenti tensioni si “risolsero” solamente grazie ad una svolta pragmatica dello stesso Putin, che, consapevole come la sua opposizione all’azione americana potesse essere solo verbale, ad un certo punto cercò, per quanto possibile, di distendere gli animi con Washington e, quindi, a guerra conclusa, si offri di aiutare la ricostruzione iraqena in collaborazione con gli stati occidentali.

Da questo momento, però, qualcosa in Putin inizia a cambiare, e la sua politica ad essere estremizzata – di pari passo con l’inasprimento della sua leadership interna –  verso la difesa di una ragion di stato di sfumatura nazionalistica, che raggiungerà il suo culmine proprio negli ultimi anni. Cambiamento che influenza anche un altro importante passo avanti che era stato raggiunto dopo l’11 settembre, quando la Russia aveva compiuto una grande apertura, e verso la NATO e verso i paesi del Mediterraneo, impegnandosi in prima linea per la lotta al terrorismo internazionale di Al Qaeda.

George W. Bush
George W. Bush: sotto la sua presidenza i rapporti con la Russia, ricostruiti faticosamente nel corso degli anni ’90, subiscono un deterioramento repentino

A scatenare tale inasprimento della politica di Mosca, quasi in contemporanea, si aggiunse un altra questione che vedeva coinvolta la Casa Bianca: nel 2002 George W. Bush annuncia nell’ambito del programma NMD (National Missile Defense), la volontà di dispiegare un sistema di intercettazione missilistica in Europa. Annuncio seguito, un anno dopo, da una discutibile denuncia del trattato ABM, pilastro della de-escalation nella corsa agli armamenti degli anni ’70 e ’80. Il programma missilistico americano – che prevedeva lo stanziamento di una base di intercettazione in Polonia e di un centro radar in Repubblica Ceca – era ufficialmente indirizzato alla minaccia rappresentata dai cosiddetti stati canaglia: Iran e Corea del Nord. Indubbiamente, però, tale tesi appariva piuttosto debole agli occhi di Mosca, che vedeva nel progetto americano l’intenzione di limitare l’influenza internazionale rappresentata dal proprio arsenale militare: posizione sostenuta anche da Pechino. In quegli anni, infatti, non solo non esistevano ancora armi nucleari in Iran e in Corea, ma queste non sarebbero state in grado di sviluppare vettori capaci di colpire l’Europa per molto tempo a venire.

Tra il 2002 e il 2008, gli scambi di accuse tra Mosca e Washington furono costanti. Putin, in particolare, sosteneva la scelleratezza della decisione di abolire il trattato ABM, scelta che rompeva il bilanciamento strategico instauratosi oramai da tre decenni e che avrebbe potuto scatenare – non a torto – l’inizio di una nuova corsa agli armamenti. I continui contatti diplomatici tra le due parti servirono, nei fatti, a ben poco; a nulla valse, nemmeno, la proposta russa – datata 2007 – di dare via alla costruzione dell’NMD dislocandone la collocazione dalla Polonia all’Azerbaijan, in modo che – in un certo qual modo – il Cremlino non si sentisse minacciato. Noam Chomsky ebbe da dire, a riguardo delle preoccupazioni di Vladimir Putin: “come reagirebbe, Washington a ruoli invertiti?”. Il noto politologo si spinse addirittura oltre, affermando che il progetto americano fosse, nei fatti, una vera e propria dichiarazione di guerra verso il Cremlino.

Nel 2009 Obama, attirandosi le critiche dei media statunitensi, oltre che di Varsavia e Praga, annuncia il ritiro del progetto NMD così come progettato dal suo predecessore e lancia, in contemporanea, l’EPAA (United States European Phased Adaptive Approach), che si profila come un ridimensionamento del precedente programma, non solo da un punto di vista degli armamenti in concreto ma anche della gestione, che non si presenta più come un’installazione statunitense, ma, piuttosto, come il punto focale del NATO ballistic missile defense. Ad oggi le installazioni dell’EPAA sono presenti in Romania e in Polonia.

Per la Russia, la sostanza non cambia: certo, non si è più in presenza di una minaccia sotto il controllo esclusivo di Washington, ma ciò non comporta, se non marginalmente, un raffreddamento della minaccia percepita. Nel 2013, allora, il Cremlino decide di agire, e dispiega missili Iskander M lungo il confine. E’ oramai evidente quanto Putin viva l’allargamento della NATO verso est e l’intensificarsi dei rapporti con l’Ucraina da parte dell’Unione Europea come un tassello di una strategia ben più ampia, atta ad accerchiare la Russia e sostenuta, con forza, dagli Stati Uniti. In pochi, infatti, considerano che i timori di Mosca non si rivolgono solo ad ovest, ma anche ad est, dove Washington ha sostenuto sempre più il riarmo giapponese. In una chiave di bilanciamento con l’aumento della potenza bellica cinese, certo, ma, osservando la cartina, tale tendenza non può che influenzare anche i rapporti di forza con lo stato guidato da Vladimir Putin.

Ultimo dei punti più evidenti di contrasto che hanno creato una forte rottura con la NATO – al di fuori della questione kosovara e di un referendum, quello per l’indipendenza, boicottato e non riconosciuto come valido da Mosca- è stato, nel 2008, il conflitto georgiano. La condanna occidentale per le azioni di Putin e soprattutto di una NATO che vedeva nella Georgia un partner non troppo dissimile dall’Ucraina, hanno portato alla rottura dei rapporti tra l’Organizzazione Atlantica e Mosca. Anche in questo caso, però, la questione è più complessa di quanto possa sembrare. Pur essendo assolutamente sproporzionata la reazione russa, è altresì vero che il primo attacco – anche contro le forze di interposizione di Mosca, in Ossezia su mandato internazionale – sebbene successivo ad alcuni mesi di provocazioni bipartisanm, è avvenuto per mano georgiana. Alla sospensione del Consiglio NATO-Russia, e l’intimidazione di un ritiro completo dalla Georgia, Putin ha risposto sospendendo altrettanto unilateralmente la cooperazione militare con la NATO.

Georgia 2008
Un carro armato sfila nelle strade di Tskhinvali, è il 2008: la Russia sostiene che la Georgia abbia usato la NATO per i propri fini, e accusa questa di aver assunto una posizione ingiustificabile

Negli anni successivi l’Alleanza Atlantica si è nuovamente riavvicinata a Tbilisi. Nel vertice del 2008 venne annunciata l’intenzione, in un futuro non ben precisato, di accogliere la Georgia come un nuovo membro. Tanto da dare vita ad una sorta di accordo atto a preparare e a implementare quelle riforme necessarie perché ciò possa avvenire. Nessun Membership Action Plan, che consegnerebbe a Tbilisi una sorta di status di pre-aderente, ma un futuro che, per molti, non può essere diverso. Una posizione, quella della NATO, che volente o nolente viene nuovamente percepita dalla Russia come un’invasione della sua area di influenza storica. Tanto che, anche all’interno dei membri stessi dell’Alleanza, la linea mantenuta con Tbilisi (ma anche con l’Ucraina) avrebbe dovuto subire un rallentamento o, quantomeno, essere rivista in una chiave distensiva con Mosca. Contrari, su tutti, proprio quegli Stati Uniti che, come abbiamo visto, sotto la presidenza di George W. Bush, non hanno fatto nulla di veramente concreto per ricucire le ferite che, anno dopo anno, minavano i rapporti con il Cremlino.

Un ultimo e tardivo rifiuto, potremmo dire, nell’accettare una realtà semplice: il Mondo post Guerra Fredda, dopo un decennio in cui gli States hanno mantenuto saldamente le redini del Sistema Internazionale, andava configurandosi come un multipolarismo – tendenza confermatasi con le crisi Siriane ed Ucraine. In quanto tale, perpetuare una politica di forza e di unilateralismo, piuttosto che sostenere un sistema di equilibrio tra i blocchi, non può che accrescere l’instabilità, piuttosto che diminuirla. Ed è proprio questo che ci racconta l’odierna crisi ucraina, che andremo ad analizzare nell’ultimo articolo del nostro speciale.

The following two tabs change content below.
Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
blog comments powered by Disqus