Stati Uniti e torture, vantaggi e svantaggi della democrazia americana

11/12/2014 di Andrea Viscardi

Il Senato pubblica il rapporto sui metodi illegali e disumani utilizzati dalla CIA dopo l’11 settembre ed interrotti, solamente, con l’arrivo di Obama. Ma alla base della scelta della pubblicazione, vi è un dilemma non insignificante: moralità ed etica, o sicurezza e pragmatismo?

Report Torture CIA

Negli scorsi giorni, il Senate Intelligence Commitee statunitense ha infine reso pubblico il Committee Study of the Central Intelligence Agency’s Detention and Interrogation Program, per tutti “Torture Report”, dopo quasi due anni di scontri su quali parti sarebbero state declassificate e quali mantenute secretate. Le 525 pagine messe a disposizione dell’opinione pubblica e mondiale rappresentano solamente una piccola parte del dossier, che focalizza la propria attenzione sui metodi di tortura messi in atto dalla CIA dopo l’11 settembre, e continuati sino all’elezione del Presidente Obama.

Sui contenuti del report, ovviamente, vi sarebbe da sbizzarrirsi; Il primo elemento che salta all’occhio – incluso tra le conclusioni del dossier – è che mettere in atto pratiche di tortura sia, in realtà, molto meno efficace di quanto si possa vedere nei film. Anzi, molto spesso i torturati decidono semplicemente di fabbricare false informazioni, così da poter veder finire – almeno momentaneamente – le proprie sofferenze.

Non lo ha capito la CIA che, anzi, per giustificarsi, ha affermato come decine di azioni antiterroristihe siano potute essere messe in atto solo ed esclusivamente grazie ad informazioni ottenute con questi metodi: il gioco vale la candela, insomma. Ed ecco, allora, entrare in gioco la privazione del sonno (perpetuata anche per 180 ore, sempre in posizioni di stress) ed il waterboarding, l’umiliazione tramite nudità, violenze fisiche e molto altro. Spesso, queste tecniche venivano portate avanti in combinazione tra loro e duravano per giorni inter. Al contrario di quanto sostenuto dalla CIA, non erano metodi supplementari resi obbligatori dalla reticenza degli interrogati, ma veri e propri standard di comportamento dell’Agenzia, applicati sin da subito e anche in priorità di qualsivoglia trattamento medico o sanitario del soggetto torturato, lasciato poi a marcire in celle piccole, isolate, al buio e con solamente un secchio per espletare i propri bisogni.

L’analisi del Comitato ha rivelato come, in nessuno degli esempi di operazioni antirerroristiche riportate dalla Central Intelligence Agency, vi sia stato un effettivo contributo delle informazioni estorte tramite tortura. Anzi, la CIA avrebbe fornito informazioni parziali e imprecise alla Casa Bianca, impedendo, di fatto che il potere esecutivo potesse rendersi conto dei metodi utilizzati. Quindi, successivamente, avrebbe fatto altrettanto con il Dipartimento di Giustizia, per ostacolare l’inchiesta. Un riassunto molto sommario, questo, ma che può ben dare l’idea di quanto incluso nel dossier presentato in Senato.

Vorrei, invece, dedicare lo spazio che mi resta per fare alcune considerazioni di merito. Quanto è giusto che, un rapporto del genere, venga presentato all’opinione pubblica mondiale, in una situazione come quella odierna? Premettendo che, indubbiamente, è un atto di coraggio e un’ammissione dei propri errori innanzi al sistema internazionale, una decisione di questo tipo, oggi, porta con sé parecchie variabili, tutte potenzialmente negative. Non tanto per i rapporti con altri stati, anche amici, questione che rientra in una dimensione politica della vicenda, quanto piuttosto per la sicurezza dei cittadini degli Stati Uniti d’America, negli USA e nel Mondo. Immeditamente, infatti, si sono levati i cori di condanna, così come le promesse di vendetta da parte dei gruppi jihadisti. Qualcuno definisce gli States come il vero tiranno del Mondo, qualcun altro afferma come, con la pubblicazione di questo dossier, si sia radicalizzata un’intera generazione di musulmani. Washington, intanto, ha allertato ogni struttura statunitense localizzata in zone a rischio, imponendo un’intensificazione delle misure di sicurezza e prevedendo un’alta probabilità di attacchi.

Democrazia e principi, o sicurezza e pragmaticità? Questo è un bivio innanzi al quale gli Stati Uniti si sono posti varie volte, e oggi molti media plaudono al principio etico e morale dietro a questa scelta, che richiama le fondamenta stessa dello stato d’oltreoceano. Ma è giusto che, avendo fermato tale orrore già nel 2009, e quindi posto fine a queste pratiche disumane e assolutamente da condannare, la sicurezza dei cittadini sia messa a rischio per un principio morale, in un momento in cui la lotta all’islam radicale è tutto fuorchè vinta, aprendo i prossimi mesi ad un aumento dei rischi e delle tensioni?

Gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere una democrazia – quando vogliono – pronta ad ammettere i propri errori innanzi al Mondo. Il problema, però, è proprio quell’inciso. Non dimentichiamoci che l’annuncio di Obama di chiudere Guantanamo, ad esempio, continua ad essere, da anni, solo un annuncio. Ciò che prepotentemente viene portato alla ribalta, invece, per l’ennesima volta, è un difetto essenziale delle dinamiche democratiche del paese, laddove la prevaricazione della CIA appare evidente, nonchè il suo disprezzo per il principio di accountability e per i rapporti teoricamente esistenti verso il National Security Council, il Dipartimento di Giustizia, il Congresso e addirittura la Casa Bianca. Una questione che, ciclicamente, emerge puntuale in seno al sistema americano, senza mai riuscire a trovare una soluzione definitiva. E il sospetto è che, oltre ad una aspetto morale e di responsabilità internazionale, quanto accaduto intorno al report sia stato anche un gioco di potere su questa questione.

Qualcuno scrive che “Il coraggio di riconoscere i propri errori, fare ammenda, correggere la rotta, è stato un elemento di forza della democrazia americana.” (Corriere.it), a volte, però, la storia ci ha insegnato che per la sicurezza nazionale occorre che certi elementi emergano con le giuste tempistiche, altrimenti il rischio è di mettere a repentaglio la vita stessa dei propri cittadini. Tenendo sempre a mente come, a prescindere dalla data in cui il vaso di Pandora viene aperto, vi sarà sempre un prezzo da pagare, ci si domanda se in queste situazioni debba prevalere il principio democratico e di responsabilità verso la comunità internazionale, o piuttosto un puro pragmatismo politico. Certo, considerando la sfera morale, la risposta non tarda ad arrivare. Il dibattito è allora aperto, e solo il futuro ci potrà indicare se la scelta americana, oltre ad essere quella eticamente più giusta, sia stata anche quella, concretamente, più saggia.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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