Star Trek Beyond, vizi e virtù di un film che non va “oltre”

26/08/2016 di Emanuele Bucci

Il nuovo capitolo della saga cinematografica di Star Trek, uno dei punti fermi di questi due mesi estivi, vince una scommessa difficile e viene complessivamente premiato da pubblico e critica. Ma, pur tra diversi pregi, manca qualcosa a questo nuovo viaggio stellare: e il potenziale della saga resta, per buona parte, inespresso.

La notizia è che il regista Justin Lin, lo sceneggiatore-attore Simon Pegg, la squadra di produttori, tecnici e artisti ce l’hanno fatta: Star Trek Beyond, tredicesimo lungometraggio del franchise fantascientifico di Star Trek e terzo di quella che idealmente si può (ancora) definire “gestione Abrams”, è riuscito a viaggiare tra i pianeti dell’estate cinematografica con successo apprezzabile quanto inaspettato. Non solo per gli incassi soddisfacenti e le recensioni positive, ma anche e soprattutto per aver recuperato una partenza gravata da molti svantaggi: l’abbandono del regista-Re Mida J.J. Abrams, migrato su stelle più belligeranti dopo aver diretto i primi due capitoli del rilancio; i cambi di rotta in fase di sceneggiatura, vittima lo script di Roberto Orci; un primo trailer scarno, fracassone e motociclettaro che aveva contrariato tanto i fan quanto lo stesso Simon Pegg; e, infine, la non trascurabile aura negativa che, stando al dato empirico, coinvolge spesso i terzi capitoli di saghe cinematografiche fino a quel momento gradite e fortunate. Passi falsi e difficoltà superati, almeno dal punto di vista di quella che potremmo definire la “ricezione” del prodotto. Ciò vuol dire che tutto funziona in questo Beyond? No, non proprio, e forse uno dei limiti maggiori si lega proprio a quell’avverbio ambizioso affiancato al marchio della saga.

In uno dei più begli episodi della sterminata epopea televisiva dedicata a Star Trek, per la precisione Far Beyond the Stars (“beyond”, non a caso) ci viene mostrata una realtà alternativa, simile all’America degli anni Cinquanta, popolata da alter ego (interpretati dai medesimi attori) dei personaggi della serie. Questi alter ego sono perlopiù squattrinati scrittori di fantascienza e uno di loro, Benny Russel, “doppio” del capitano, vive particolarmente male il clima di quel luogo e di quegli anni: gli Stati Uniti del razzismo, della Guerra Fredda e del Maccartismo. E lo scrittore, per guadagnare qualche soldo, s’inventa allora un racconto di fantascienza visionario: la storia di un futuro lontano, dove gli esseri umani hanno imparato a coesistere in pace, al di là di barriere etniche e nazionali, di interessi personali e diversità reciproche. Dove una tecnologia finalmente al servizio di un rinnovato umanesimo ha contribuito a risolvere i grandi problemi del mondo, dalla fame al bisogno di energia. Dove quest’umanità utopica esplora lo spazio, non per conquistare o sfruttare, ma per conoscere nuovi mondi e società: il futuro di Star Trek, insomma. L’idea geniale di Far Beyond the Stars è che, alla fine, potremmo pensare che quella dello scrittore Benny Russel non sia semplicemente una realtà alternativa, ma che egli sia il vero creatore dell’universo di Star Trek: tanto che in successivi episodi ci verranno mostrati dei flash di Benny Russel intento a decidere degli sviluppi da far prendere alla storia, gli stessi che attendiamo come spettatori della serie.

Un episodio come Far Beyond the Stars esprime al massimo grado lo specifico di Star Trek come creazione cine-televisiva, la sua poetica dietro e accanto alla natura di prodotto d’intrattenimento, e insieme la ragione autentica del suo cinquantennale successo. Perciò non è fuori luogo chiederci, di fronte a un film come Star Trek Beyond: che cosa ne penserebbe Benny Russel? E soprattutto, sarà davvero uscito anche questo dalla sua fantasia? In altre parole: Star Trek Beyond fa giustizia alla poetica della saga? Sì e no, rispondiamo noi. Ma andiamo con ordine, e partiamo dai pregi. Primo fra tutti, la gestione dei personaggi: qui non serve scomodare altri episodi televisivi del franchise, basta dare un’occhiata ad alcuni dei lungometraggi più riusciti – come The Voyage Home o First Contact – Star Trek è una saga corale dove, se è vero che alcuni personaggi spiccano per carisma e approfondimento su altri, l’insieme funziona se ogni membro della famiglia-equipaggio possiede il suo perché e le sue sequenze-chiave all’interno del film. E il trucco, ci insegnano appunto i precedenti citati, è banale quanto efficace: perché il cast funzioni a livello corale, la cosa migliore è dividerlo. Nella parte centrale del film, infatti, i protagonisti sono sparpagliati in diversi angoli del pianeta a cui corrispondono altrettanti rivoli paralleli in cui si articola la vicenda. Ne guadagna il ritmo della narrazione, ma soprattutto si ha la sensazione che ogni personaggio abbia modo di praticare il suo assolo, breve o lungo, per la felice riuscita del concerto.

Altro aspetto positivo, a sorpresa, il nuovo regista Justin Lin: sbandierato dalla promozione come l’uomo “di Fast & Furious”, il suo merito sta invece nel sapersi mimetizzare, con professionalità impeccabile, nell’estetica della saga, sia pure quella “revisionata” da Abrams. Quest’ultimo aveva e ha rivoluzionato il franchise a livello visivo, prima ancora che narrativo: mobilitando effetti digitali e montaggio da vero blockbuster del nuovo millennio, ridefinendo in parte il design di ambienti e alieni (ma conservando la giusta dose di elementi familiari, dal look delle uniformi al suono del teletrasporto) e ammantando il tutto di una fotografia abbagliante con l’ormai caratteristico lens flare. Lin si adegua a questa formula senza innovare granché ma senza degradare: nemmeno la colonna sonora pop-rockettara risulta invadente, giustificata diegeticamente al pari della sequenza (breve e godibile) dei numeri di Kirk-Chris Pine in moto. Un encomio a parte va alla gestione di un evento extra-diegetico quanto mai ingombrante: la morte di Leonard Nimoy, iconico interprete del personaggio di Spock nella serie originale e anche, per il paradosso temporale narrato dal film del 2009, nel re-boot di Abrams. Questo Beyond affronta il piccolo grande shock senza ignorarlo ma senza imbarcarsi in resurrezioni digitali: semplicemente, lo integra con un senso nella storia, regalandoci alcune sequenze di grande intensità metafilmica, dove per una volta, nelle recenti saghe cinematografiche, la morte non è aggirata ma affrontata esplicitamente (e poeticamente) nel tessuto narrativo, per giunta con un’inattesa valenza positiva.

Fin qui le virtù. E i limiti? Qui Benny Russel, dal suo appartamento negli anni Cinquanta, solleva gli occhi dalla macchina da scrivere e si rivolge direttamente agli spettatori: manca la storia. Una trama principale davvero potente, originale e memorabile che amalgami i diversi elementi positivi. O meglio: una storia c’è, ma a dirla tutta non viaggia davvero oltre. E in un duplice senso: da un lato, non aggiunge molto di nuovo al complesso di storie già narrato da Star Trek; ma soprattutto, non supera, se non in occasionali momenti, la linea di confine che dovrebbe separare questa saga da un qualunque altro prodotto dell’industria hollywoodiana avente a che fare con spazio e minacce planetarie. La trama principale di Star Trek Beyond, in questo senso, si riassume in: c’è un “cattivo” che nel suo nascondiglio-prigione prepara una terribile vendetta ai danni dei “buoni”, naturalmente da realizzarsi con una terribile arma di distruzione di massa. Quante volte lo abbiamo già visto? È vero che la sceneggiatura tenta all’ultimo giro di scombinare le carte e dare spessore al villain di Idris Elba, ma con troppa fretta e troppo tardi, quando ormai la tensione si è quasi tutta giocata seguendo il macchinoso quanto prevedibile piano di questo rancoroso paravampiro spaziale. A fare da contorno, vero anche questo, ci sono le evoluzioni dei personaggi principali con i loro dissidi interni (le speculari figure di Kirk e Spock), ma a conti fatti non basta.

Manca, insisterebbe Benny Russel, quella poetica che, nata in un mondo difficile, quello del nostro presente, aveva puntato su un’idea davvero semplice e geniale: mostrare un’utopia positiva, dove però i grandi problemi della nostra attualità vengano comunque affrontati, ma nella chiave allegorica del viaggio interstellare, dove i diversi pianeti richiamano e denunciano conflitti, controversie, ingiustizie del nostro presente. Questo, proseguirebbe Benny Russel, è il mio Star Trek, ma non è solo questo: in cinquant’anni di episodi e film Star Trek ha attinto, rielaborandolo in universo diegetico vasto e coerente, l’intero immaginario fantascientifico mondiale. Da esso, con esso, e talvolta anche prima di esso ha esplorato, prima che i pianeti, le più stimolanti tematiche proprie di questo immenso genere-contenitore: dagli interrogativi sulla presenza di intelligenze più potenti di quella umana nell’infinità dello spazio, ai paradossi etici (e poetici) delle forme di vita artificiali, al contrasto tra realtà e finzione in mondi popolati da ologrammi, e tanto altro. Quando ti confronti con Star Trek, chioserebbe Benny Russel, hai a disposizione tutto ciò che sia etichettabile come fantascienza, ed è una responsabilità, prima ancora che un’opportunità.

Il problema, a nostro avviso, non interessa solo i fan, più o meno integralisti, del franchise, è ben più ampio: un nuovo film (o una nuova serie, come quella in arrivo nel 2017) di Star Trek, ogni nuovo film di Star Trek, è l’occasione, date le specificità della sua poetica, di andare oltre, non solo per la saga in se stessa, ma per l’intera prassi del blockbuster hollywoodiano: perché pochi prodotti come Star Trek sono (sarebbero) in grado di sposare l’intrattenimento con la riflessione su temi alti, complessi, e magari anche con la polemica non scontata verso alcuni aspetti della nostra realtà. In quest’ultimo Star Trek c’è un piccolissimo assaggio di questo potenziale, nella sequenza in cui il personaggio di Sulu (John Cho), sbarcato sulla stazione spaziale, riabbraccia il proprio compagno e la figlia piccola di entrambi. Una piccola rivoluzione gettata lì quasi per caso: la prima coppia gay nel franchise di Star Trek. Dopo cinquant’anni, dopo aver violato tabù come il primo bacio interraziale della tv americana, la saga si rimette ancora in discussione, e stimola a sua volta il dibattito: nell’utopia positiva, le famiglie omogenitoriali ci sono. Un blockbuster convenzionale non pone questi problemi, Star Trek (quello migliore, quello di Benny Russel) sì. Questa è la strada de seguire, la fantascienza e l’attualità, con le loro infinite combinazioni, non mancano di spunti in questo senso: ce ne è per osare, per scommettere su idee e storie nuove. Per andare davvero oltre.

The following two tabs change content below.

Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
blog comments powered by Disqus