Un sogno non è mai soltanto un sogno, Stanley Kubrick

22/01/2013 di Giulia Merilli

stanley_kubrickNuovo appuntamento con la rubrica “Le vague future“, di Giulia Merilli, dedicata al cinema di ieri e di oggi. Questo secondo articolo è dedicato ad una delle menti più grandi e geniali del XX secolo, Stanley Kubrick. Regista, tra gli altri, di “Shining”, “2001 Odissea nello Spazio” e “Arancia Meccanica”.

La passione per la fotografia è un filo indissolubile che attraversa tutta la carriera di Stanley Kubrick; il suo primo successo artistico, a soli diciassette anni, non avvenne infatti nel campo della regia ma in quello della fotografia. Il primo scatto del regista, che ritraeva un edicolante disperato tra i titoli di giornale annuncianti la morte del presidente Roosevelt, gli fu pagato 25 dollari dal giornale “Look”. Nella concezione Kubrickiana la fotografia è uno dei modi principali del fare cinema. Quella foto non fu il frutto di un fortuito scatto ma il risultato di una lunga attesa, di una preparazione atta a cogliere l’espressione che lo stesso Kubrick voleva veder comparire sul volto dell’edicolante. Il riassunto perfetto di quanto detto è insito in una sua frase, detta al caro amico Jack Nicholson, durante le riprese del film Shining (1982): “Caro Jack, fare un film non è fotografare la realtà, ma fotografare la fotografia della realtà” .

Passano gli anni, quel giovane fotografo diviene un’anticonvenzionale regista Hollywoodiano ma quell’attesa, quella meticolosa cura quasi ossessiva per l’immagine permane. “L’affranto edicolante” diviene il doppio tormentato di molti dei suoi personaggi, il doppio di un cinema in bilico tra narrazione tradizionale e sperimentazione. La steadicam, l’attenzione maniacale per la predisposizione degli oggetti e degli attori in scena, il tempo dell’azione come veicolo comunicativo, inquadrature prolungate al punto tale da far recitare gli attori in uno stato ipnotico, sono solo alcuni degli ingredienti dell’etico ed estetico cinema di Kubrick.

Come racconta Nicole Kidman in un’intervista edita nel libro “Il mio film preferito” dopo l’esperienza lavorativa con Stanley sul set di “Eyes Wide Shut” (1999):

Ci diceva sempre di non essere interessato alla naturalezza. Non ci teneva a quella sorta di interpretazione in stile documentaristico. Gli piaceva che fosse leggermente strana, leggermente imperfetta. Non diceva mai apertamente di volere che fosse un po’ strana e non scendeva mai nel dettaglio in riferimento a quanto volesse ottenere dai suoi film, ma era evidente”. 

Stanley Kubrick era un regista anticonvenzionale, non amava uno stile recitativo che ponesse l’attore in uno stato di fusione con il personaggio.

“Durante le riprese di Eyes Wide Shut, lasciava che le cose andassero avanti all’infinito, anche quando non c’era altro che il silenzio e io pensavo: Oh non c’è verso che questo finisca nel film – sta durando veramente troppo! E invece, era proprio quella ripresa che Stanley decideva di usare”.

Cura. Precisione. Ripetizione. Più di 50 riprese per scene apparentemente poco rilevanti:

“C’era un motivo per cui lo faceva. Riteneva che, come attore, ti avrebbe fatto perdere il controllo del tuo senso dell’io, di quella parte di te che, interiormente, controllava la tua interpretazione. Era convinto che alla fine avresti smesso di censurarti. E’ spossante e difficile, perciò devi avere una passione per il film che stai girando e avere fiducia in lui. La gente mi chiedeva se non fosse una tortura lavorare tanto a lungo per quel film. E io rispondevo che non lo era, non lo era per davvero. Lavoravamo con uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Era stupefacente. Era liberatorio”.

Spesso erano proprio i lunghi momenti di silenzio, i pezzi non tagliati, quelli caratterizzati dai soli reali rumori dell’ambiente a trasportare lo spettatore in un’atmosfera altra. Sebbene i suoi film siano un crescendo di tensione per arrivare a un punto di massima, la circolarità delle sue sceneggiature porta molto spesso lo spettatore a ritrovarsi, al termine, disorientato, quasi al punto di partenza. In tutte le pellicole di Stanley le emozioni dello spettatore sono veicolate da un connubio tra immagine e musica; mentre la prima ci consente di approdare oltre la nostra normale visione delle cose, la seconda, assume un’alta funzione drammatica.

Sono proprio questi elementi, quali la compenetrazione tra messaggio e immagine, la musica elevata al livello degli attori, la possibilità di cogliere in ogni singola immagine un album di inquadrature, le ripetizioni come messaggi subliminali che ci fanno percepire, da qualunque angolatura si osservi il film, la grandezza del regista. Nel cinema di Kubrick la materia vivente del reale appare esaltata nella sua più profonda spiritualità: la sua produzione non si separa dalla vita ma rievoca la disposizione primitiva delle cose.

“Schermo cinematografico come tessuto tattile su cui si proiettano i nostri sogni, perché diventino attraverso le immagini e il nostro sguardo di spettatori, visione originaria e profonda della realtà” – Antonin Artaud.

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Giulia Merilli

Nasce a Roma il 12.07.92. Fin dalla più giovane età nutre una profonda passione per il cinema. Dopo essersi diplomata al Liceo Classico San Giuseppe De Merode si iscrive al Ba in Dramatic Arts all'Accademia Europea di arti drammatiche di Roma. Dopo numerosi stage di teatro e cinema oggi è parallelamente iscritta alla facoltà di cinema dell'università la Sapienza.
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