La stabilità dei nostri sogni

27/10/2014 di Federico Nascimben

Analizziamo alcuni aspetti problematici della legge di stabilità che risaltano dopo la "comparsa" del testo definitivo. Fra aumenti retroattivi di imposta, complicazioni e clausole di salvaguardia, la rivoluzione è fatta solo di parole

Dopo una settimana è finalmente comparso il testo definitivo (?) della legge di stabilità (LdS) per il 2015. Conseguentemente, quindi, ci si domanda cosa è stato inviato alla Commissione, e si capisce il motivo di diversi rilanci a cui hanno fatto seguito diverse smentite (e viceversa, come nel caso del bonus alle neomamme).

Nel complesso, la LdS  è infarcita di retorica ma vuota di proposte che possano avviare un cambiamento, e si caratterizza per una consistente parte finanziata in deficit, diverse coperture incerte, aumenti retroattivi di pressione fiscale e una serie di clausole di salvaguardia dalla portata inquietante.

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assieme al Ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan.
Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assieme al Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

Partiamo dalla misura che nelle slide poteva rappresentare una svolta concretamente positiva: l’eliminazione della componente lavoro dell’Irap. Questo caso dipinge molto bene una delle storiche tendenze della politica italiana: presentare in pompa magna provvedimenti “rivoluzionari” per poi dargli una caratterizzazione – per evitare impegni di risorse più ampi – tale per cui, una volta calata nella realtà, la norma non svela i risultati decantati. Naturalmente tali effetti sono voluti, ma ciò che passa all’opinione pubblica è la conferenza stampa. Non solo, nel caso in esame si aggiunge un taglio retroattivo dello sconto del 10% Irap (che ritorna al 3,9% dal 3,5%) presente nel Dl 80 euro. Inoltre, all’art. 5 si chiarisce che l’eliminazione della componente lavoro tiene conto solo dei lavoratori con contratti a tempo indeterminato. Ma non è finita qui, perché il beneficio per le aziende decorrerà solamente – come recita l’articolo – “a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014”, perciò solo dal momento dei versamenti d’imposta da effettuare nel 2016.

La decontribuzione per le sole nuove assunzioni a tempo indeterminato, come nel caso dell’Irap, continua a caricare di sempre maggiori aspettative il nuovo contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs Act, e perciò sicuramente condizionerà le scelte delle imprese (vista l’entità dello sconto e la sua temporaneità) di qui ai prossimi mesi e sino all’approvazione della riforma. Oltre a rimanere legata alle componenti “domanda” e “aspettative future” delle imprese,  di fatto calpesta i piedi e sorpassa il precedente intervento del Governo Letta e la fallimentare Youth Guarantee.

Il Tfr in busta paga appare una misura studiata soprattutto per fare cassa e per spingere con ogni mezzo i lavoratori a consumare (vista l’irrevocabilità sino a giugno 2018, visti gli inasprimenti di pressione fiscale sul risparmio e vista l’assenza dei lavoratori pubblici). La tassazione infatti avviene ad aliquota marginale Irpef (a dispetto di quanto detto in precedenza) e, secondo le stime governative, dovrebbe portare ben 2,5 miliardi di euro alle casse dello Stato.

Vi sono inoltre almeno altre tre misure retroattive che contengono inasprimenti di pressione fiscale per le somme percepite da eredi beneficiari di polizze vita, per l’aumento della tassazione del risultato annuale di gestione dei fondi pensione (dall’11,5% al 20%) e per le casse professionali  (26%).

Le clausole di salvaguardia, come ricorda Sensini sul Corriere, raggiungono un peso davvero impressionante, dato che “per coprire le spese e per correggere il deficit, dopo un 2015 di pausa nel percorso di risanamento, la manovra prevede fin da ora un forte aumento dell’Iva e, ancora una volta, delle accise. E sconta tuttora una riduzione molto forte delle detrazioni Irpef. Nel 2016 l’aliquota Iva del 10% passerebbe al 12, poi al 13% nel 2017, mentre quella del 22 salirebbe prima al 24, poi al 25 e al 25,5% nel 2018. Nello stesso tempo si prevede un taglio delle detrazioni Irpef per 4 miliardi nel 2016, e 7 negli anni successivi. La manovra, per ora, ha solo scongiurato una parte del taglio degli sconti fiscali, quello che doveva scattare già quest’anno, poi rinviato al 2015, da 3 miliardi. Sul futuro, dunque, pende un fortissimo aumento delle imposte, quasi 20 miliardi nel 2016, e 30 nel 2018. Misure che potranno essere sempre sostituite da altri provvedimenti, come i tagli di spesa. Anche se a blindare la manovra, ora, ci sono più tasse di quelle che si riducono”.

Le polemiche con l’Europa degli ultimi giorni ci ricordano, infine, che la riforma postpone gli obiettivi di medio periodo per quanto riguarda il deficit strutturale e correzioni del debito pubblico secondo quanto stabilito dal Fiscal Compact. Ciò era logico e naturale, come sosteniamo da diverso tempo, ma allo stesso tempo finirà per porre in discussione anche lo stesso parametro del 3%. Con ogni probabilità, la polemica dai tratti veramente surreali, volta ad essere utilizzata a fini elettorali, si risolverà con una qualche mediazione che verrà accettata da entrambe le parti: ma ad essere in discussione per davvero sono le regole che i Paesi europei si sono dati, e per non far sì che prevalga la c.d. “dottrina Sinatra” occorre mettersi d’accordo su chi è e cosa fa l’Eurozona.

D’altro canto però il nostro Paese (ma non solo) non ha implementato alcuna riforma strutturale (a parte quella pensionistica) e le prospettive di un serio deterioramento dell’economia nel breve periodo, sia per fattori endogeni che esogeni, appaiono molto elevate, così come le possibilità che il costo di finanziamento del debito ritorni ad aumentare.

Il quadro era, è e rimane avverso (per usare utilizzare un eufemismo) e non si può certo continuare a dipingere un Paese che non c’è, prospettando continuamente misure che rivoluzionarie non lo sono affatto. Iniziamo a chiamare le cose con i loro nomi, questa sì sarebbe una rivoluzione. Lontana dal mondo dei sogni ma vicina alla realtà.

Aggiornamento – Il Governo ha presentato alla Commissione tre misure, per un valore di 4,5 miliardi, col fine di raggiungere un aggiustamento strutturale per il 2015 pari a 0,3 punti di Pil (un compromesso tra lo 0,1 proposto inizialmente dall’esecutivo e le richieste di Bruxelles): 3,3 miliardi provenienti dal fondo di riduzione della pressione fiscale; 500 milioni provenienti dalla riduzione della quota di fondi nazionali stanziati per il cofinanziamento dei Fondi di coesione europei ed esclusi dai tetti del patto di stabilità interno applicato alle Regioni; 730 milioni dall’estensione del meccanismo di reverse-charge al settore retail, supportata da una clausola di salvaguardia sulle accise.

Solo due annotazioni: in primo luogo, per l’ennesima volta, il fondo che dovrebbe andare a ridurre la tassazione su famiglie e imprese va a coprire quello che potremmo definire un buco di bilancio che si è aperto in seguito alle richieste di Bruxelles; in secondo luogo, vi è la presenza dell’ennesima clausola di salvaguardia sulle accise. Conseguentemente, quindi, la domanda che sorge spontanea è: ma se a detta di molti esponenti del Governo e non solo era così facile reperire risorse dal taglio della spesa, perché dobbiamo conteggiare, oltre ai 3,8 miliardi di evasione, anche queste ultime due misure?

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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