Srebrenica, permangono le zone d’ombra a 20 anni dal massacro

10/07/2015 di Michele Pentorieri

Un’inchiesta dell’Observer rivela presunti atteggiamenti conniventi dell’ONU e dei Paesi europei nei confronti delle milizie serbo-bosniache. Nel frattempo, la Russia si conferma fedele alleato della Serbia ponendo il veto ad una Risoluzione che parla di genocidio.

Massacro di Srebrenica

Nei primi giorni di Luglio del 1995 le milizie serbo-bosniache, ai comandi di Ratko Mladic, conquistavano Srebrenica nonostante la presenza di caschi blu olandesi. La piccola cittadina dell’est dell’attuale Bosnia-Erzegovina ospitava migliaia di profughi bosniaci sfuggiti alla pulizia etnica in atto. Le conseguenti esecuzioni sommarie dell’11 Luglio colpirono più di 8.000 persone, seppellite poi in fosse comuni. Particolare piuttosto macabro: poiché non tutti i corpi sono stati ritrovati, di tanto in tanto spunta qualche resto umano nelle campagne della zona. Dopo le accuse –riguardanti il massacro di Srebrenica, ma non solo- del Tribunale Penale Internazionale dell’Aja nei confronti sia di Mladic che di Radovan Karadzic –leader politico dei serbo-bosniaci- entrambi hanno cominciato un lungo periodo di latitanza, interrotto nel 2011 dal primo e nel 2008 dal secondo.

Oltre a costituire una delle pagine più nere della storia recente europea, il massacro scatenò feroci critiche nei confronti delle Nazioni Unite, ree di fatto di non essere intervenute per impedire il degenerare della situazione. La posizione ufficiale fu che l’ONU non fosse armata in maniera adeguata e che il coordinamento tra Srebrenica, Sarajevo e Zagabria non fosse ottimale. Le forze ONU presenti sul luogo non opposero praticamente alcuna resistenza, mentre tutto lo sforzo militare che gli Stati europei coinvolti riuscirono a partorire consistette in due miseri attacchi aerei che non sortirono alcun effetto. Al di là delle motivazioni ufficiali, è da sempre presente un’altra teoria che vuole Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna –gli Stati maggiormente impegnati nella guerra in Bosnia-Erzegovina- indifferenti, o peggio conniventi, con il massacro.

La teoria sta prendendo molto vigore in questi giorni, dopo l’inchiesta del settimanale britannico The Observer. Secondo quanto affermato tra le sue colonne, è probabile che le potenze occidentali non avessero piena coscienza del massacro che Mladic avrebbe attuato, ma erano comunque a conoscenza di un piano per far scomparire i bosniaci dall’area. Come conseguenza di ciò, l’ordine impartito ai caschi blu olandesi sarebbe stato quello di ritirarsi dalle posizioni che avrebbero dovuto proteggere. Tale posizione dell’Europa, degli Stati Uniti e dell’ONU avrebbe una sua –aberrante- logica. Nel Luglio del 1995, infatti, esistevano già le prime bozze di quelli che a Novembre sarebbero diventati gli accordi di Dayton e, pertanto, c’era già un primo piano di spartizione del territorio della nascente Bosnia Erzegovina tra l’odierna Republika Srpska e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina. Geograficamente, Srebrenica avrebbe rappresentato un’enclave bosniaca circondata da territorio della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, situazione inaccettabile per Milosevic. In tale quadro, gli attori coinvolti avrebbero convenuto che l’eliminazione della presenza bosniaca dalla zona avrebbe significato un sostanziale passo in avanti nel raggiungimento di un accordo.

Lo stesso Consigliere per la sicurezza di Bill Clinton, Anthony Lake, avrebbe acconsentito alla cessione di Srebrenica ai serbo-bosniaci, favorendo il disimpegno delle Nazioni Unite dalla zona. Lake, oggi Direttore Generale dell’UNICEF, ha recentemente dichiarato che il suo incarico non gli permette di esprimersi su quello che accadde a Srebrenica. Addirittura, dall’analisi di documenti declassificati emergerebbe la fornitura da parte dell’ONU di 30.000 litri di benzina ai serbo-bosniaci, usati per alimentare i camion che trasportarono i bosniaci nei luoghi del massacro e i bulldozer che si occuparono dell’occultamento del misfatto.

In questo clima di sospetto e di sfiducia, è da registrare il recente veto della Russia ad una Risoluzione dell’ONU che condanna il massacro, definendolo “genocidio”. Il testo ha ricevuto 10 voti favorevoli, 4 Paesi -tra cui Cina e Nigeria- si sono astenuti, mentre Mosca ha bocciato la proposta, impedendone l’adozione. La mossa del Cremlino rafforzerà –qualora ce ne fosse bisogno- il sodalizio con Belgrado. Le motivazioni ufficiali che Mosca ha dato del suo parere riguardano la presunta aggressività del testo, mentre durissime sono state le parole dell’ambasciatrice statunitense all’ONU, Samantha Power, la quale ha definito il voto della Russia “straziante per le famiglie delle vittime”. Anche John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International, ha dichiarato che la posizione russa è un insulto alla memoria delle vittime. A livello internazionale, il genocidio in quanto tale è stato già riconosciuto da due sentenze del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia (2004 e 2015) e da una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (2007).

Ovviamente, la logica non ha bisogno di essere confortata da alcuna risoluzione, specialmente se la mancata adozione di una di esse è palesemente viziata da insensati discorsi nazionalisti e beceri giochi di alleanze. Srebrenica rappresenta il paradigma del genocidio, la pulizia etnica per antonomasia. Pertanto, l’opinione pubblica mondiale continuerà a riferirsi al massacro con il termine “genocidio”. Ma si sa che, quando si tira in ballo questo termine, lo Stato accusato è restio –per usare un eufemismo- a riconoscere le proprie colpe (la Turchia rappresenta un altro esempio in proposito).

A vent’anni dagli avvenimenti, come risulta evidente, il capitolo è tutt’altro che chiuso. Tra scambi di accuse, inchieste e preoccupanti silenzi, la ferita di Srebrenica continua a sanguinare. Non certo il clima migliore nel quale commemorare la più grande strage in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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