Lo spettro della deflazione sull’eurozona

05/11/2013 di Giovanni Caccavello

Nella Zona Euro l'inflazione continua a calare, la disoccupazione cresce e si attendono nuove misure da parte della BCE per evitare un contagio deflazionistico

Eurostat e deflazione – Pochissimi giorni fa, giovedì 31 Ottobre, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, “EuroStat”, ha rilasciato due comunicati, strettamente legati l’uno con l’altro, riguardanti rispettivamente la disoccupazione e il tasso di inflazione. Nel primo documento viene comunicato il nuovo tasso di disoccupazione per la Zona Euro nel terzo trimestre del 2013, pari al 12,2% (record storico); nel secondo comunicato viene invece messo in evidenza il calo dell’inflazione, che nel Ottobre 2013 ha raggiunto nei 17 paesi aderenti alla moneta unica un valore pari allo 0,7%,: ben 0,4 punti percentuali inferiori rispetto al tasso fatto registrare dall’Euro Zona un mese fa (Settembre 2013). Se si guardano poi i singoli paesi si può notare come alcuni stati membri abbiano già raggiunto un tasso di inflazione negativo (Belgio, Francia, Grecia, Irlanda).

Luci e OmbreQuesti due dati mostrano ancora una volta (come se ci fosse il bisogno di confermare la tendenza negativa) la difficile situazione macroeconomica della Zona Euro, area non ancora uscita dalla pesante recessione iniziata tra la fine del 2009 e la prima metà del 2010 con lo scoppio della crisi dei debiti sovrani.

John Maynard Keynes
John Maynard Keynes

Nel corso di questi ultimi mesi diverse “liete” notizie sono state annunciate, tra cui, ultimissima, la notizia del rialzo delle prospettive da parte di Fitch sull’outlook della Spagna da “Negativo” a “Stabile ” e quella del nuovo rendimento minimo dei titoli di stato Greci da giugno 2010 (periodo in cui la Troika iniziava lo stretto monitoraggio dell’economia ellenica) scesi sotto l’8%.

Nonostante queste “buone nuove”, la situazione, come tutti tendono a sottolineare, a partire dallo stesso Draghi, rimane molto fragile e la ripresa economica ancora debole, poco armonizzata e ancora poco sostenibile. Oltre a confermare tale andamento zoppicante i dati Eurostat però ora lasciano intravedere un nuovo possibile “mostro economico” da combattere: la deflazione.

DeflazioneChe cos’è la deflazione? Il termine “deflazione” si riferisce ad una decrescita del livello generale dell’indice dei prezzi di beni e di servizi. Inoltre si parla di deflazione quando il tasso di inflazione scende al di sotto dello zero. Ciò permette così agli economisti di distinguere il fenomeno della deflazione con quello, simile da diverso, della “disinflazione”, tecnicismo che corrisponde ad un semplice abbassamento del tasso di inflazione. La deflazione, viene quindi vista in modo negativo dall’economia moderna, poiché riduce il valore reale del denaro nel corso del tempo, cioè permette al consumatore di comprare più beni con lo stessa quantità di soldi. Se questo, a prima vista, sembra una cosa tutto sommato non negativa, in realtà il fenomeno della deflazione porta ad una crescita del valore reale del debito, può aggravare una recessione e, solitamente, innesca una spirale deflazionaria, cioè una situazione in cui una decrescita dei prezzi porta ad una minor produzione di beni e servizi, che a sua volta tende a ridurre salari e domanda, innescando aspettative inflazionistiche al ribasso che, come conseguenza finale, riducono ulteriormente il livello generale dei prezzi. Questo, è ad esempio, quello che accade negli Stati Uniti tra il 1930 ed il 1933 nel corso e a seguito della Grande Depressione. Tale problema ridusse l’indice dei prezzi di circa il 10% e fu una delle cause principali della “Grande Disoccupazione” americana che raggiunse il 25% nei primi anni degli anni ’30.

Rimedi storiciFino alla “Grande Depressione” gli economisti classici credevano che il fenomeno della deflazione si sarebbe “curato” da solo con il tempo. Al decrescere dei prezzi si credeva che la domanda, dopo un certo lasso di tempo, avrebbe iniziato a crescere ed il sistema si sarebbe auto-corretto senza aiuti “esterni”. Nel corso degli anni ’30, grazie al contributo di Keynes, gli economisti Keynesiani cominciarono a spiegare come, in caso di deflazione, il governo e la banca centrale sarebbero dovuti intervenire stimolando la domanda interna attraverso un abbassamento delle tasse o una crescita della spesa. La banca centrale sarebbe intervenuta aumentando l’offerta di denaro, cioè riducendo l’indice di riserva del denaro attraverso operazioni di mercato aperto (acquistando titoli di stato per denaro, creando così moneta fresca).

Secondo invece i cosiddetti monetaristi, il cui pensiero incominciò ad affermarsi tra la fine degli anni ’60 ed i primi anni ’70, la deflazione andava combattuta attraverso un abbassamento del tasso di interesse, cioè riducendo il costo del denaro. Questa concezione andava contro l’idea di Keynes della trappola di liquidità, che incorporava il concetto dell’incapacità di un economia di espandersi dopo che, per diverso tempo, il tasso di interesse nominale (cioè quello a breve termine) era stato portato dalla banca centrale a zero, il suo tasso minimo assoluto.

Mario Draghi, attuale presidente della Banca Centrale Europea
Mario Draghi, attuale presidente della Banca Centrale Europea

Rimedi di oggiTornando ad oggi, invece, per capire cosa succederà bisognerà aspettare giovedì 7 Novembre, quando il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea si riunirà. Secondo molti analisti, tra cui quelli di BNP Paribas, ci si potrebbe aspettare un ulteriore taglio del tasso di interesse nominale (attualmente al minimo storico per la BCE dello 0,50%) allo 0,25%. Questo, secondo molti, dovrebbe essere il primo tentativo di rimedio ad una situazione inflazionistica che sembra essere sfuggita di mano agli uomini di Francoforte. L’obiettivo principale della BCE è quello di mantenere la stabilità dei prezzi ed un tasso di inflazione vicino o pari al 2%. Attualmente, il raggiungimento di tale obiettivo risulta più lontano del previsto. Si spera che questa decisione, quasi ovvia (anche se non scontata), sia anche seguita da un atto di forza da parte della BCE nel richiamare la Germania che, attualmente, oltre ad esportare prodotti e servizi in modo eccessivo (il suo surplus sulle partite correnti è pari al 6,5% nell’ultimo triennio contro un tetto massimo imposto dalla UE del 6% triennale), esporta, proprio per il motivo appena accennato, anche “deflazione”. Tale problema è causato dal fatto che il debole tasso di crescita della domanda interna tedesca e la dipendenza della Germania dall’export hanno ostacolato il ribilanciamento delle partite correnti, in una fase in cui molte economie dell’area euro sono sotto forte pressione per tagliare la domanda e comprimere l’import.

Germania e salariOltre a questo richiamo, inoltre, si spera che la prossima Grande-Coalizione tra CDU ed SPD annunci un incremento dei salari generali in Germania, politica che potrebbe così far diminuire gli export tedeschi, rilanciare l’anemica domanda interna e al tempo stesso far aumentare gli export delle economie periferiche europee. Per riuscire a fare tutto ciò rimane comunque necessario ed essenziale che i paesi più in difficolta (Grecia, Italia, Irlanda, Portogallo e Spagna) proseguano oppure inizino seriamente (nel caso Italiano) a portare avanti quelle riforme strutturali necessarie a raggiungere nel più breve tempo possibile un livello di crescita sostenibile.

Svalutazione? – Infine, ma d’obbligo, un altro rimedio estremo che potrebbe essere preso in considerazione per evitare un’eventuale deflazione sarebbe quello di effettuare una parziale svalutazione dell’Euro al fine di poter permettere alle economie più deboli di guadagnare qualcosa in ambito di export e migliorare il saldo delle partite correnti. Speriamo vivamente, quindi, che durante il Consiglio Direttivo della BCE del 7 Novembre non si parli solo ed esclusivamente di tagli dei tassi. Sarebbe meglio evitare il pericolo deflazione.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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