Spesa pubblica: provate a fermarla

15/07/2013 di Federico Nascimben

Il continuo e inarrestabile aumento della spesa pubblica si può fermare?

Euro Moneta

Secondo uno studio della Confcommercio, negli ultimi vent’anni (1992-2012) le imposte riconducibili alle amministrazioni locali sono aumentate del 500% – da 18 a 108 miliardi, con una pressione tributaria che presenta differenze fra regioni virtuose e non -, a queste “si è associato il sostanziale raddoppio a livello centrale“. A cosa sono dovuti questi aumenti? Al fatto che, nello stesso periodo – si legge -, la spesa pubblica complessiva è raddoppiata.

La spesa pubblica italiana – L’anno scorso, il Ministro Piero Giarda, nella nota informativa sulla spending review, osservò che “la spesa pubblica italiana è nel complesso molto elevata per gli standard internazionali e la sua struttura presenta profonde anomalie rispetto a quella rilevata in altri paesi. La spesa per la fornitura di servizi pubblici e per il sostegno di individui e imprese in difficoltà economica è inferiore alla media dei paesi OCSE, ma la spesa per interessi passivi e per pensioni è molto superiore“. Tale espressione riassume bene l’anomalia italiana e, sebbene l’aumento della spesa pubblica sia un fenomeno che ha caratterizzato praticamente tutti i Paesi occidentali dal secondo dopoguerra, in Italia – soprattutto a causa dell’andamento dell’andamento dell’economia a partire dagli ultimi 15 anni, ma in particolare negli ultimi 5 – ha assunto un tema centrale all’interno del dibattito politico ed economico, visto che tutti i governi che si sono succeduti nel corso della c.d. Seconda Repubblica hanno posto la questione al centro della loro agenda. Ma i risultati, com’è evidente a tutti (oltreché suffragato dai numeri) sono stati molto deludenti.

L’andamento della spesa in Italia – Come si può notare dalla figura 1, la spesa pubblica totale italiana in rapporto al PIL è passata da un livello di poco inferiore al 30% nel 1960 ad oltre il 50% nel 2011. Per i primi vent’anni nel periodo di riferimento, cioè dal 1960 al 1979, l’aumento è graduale, e si ferma ad un +11%. Dal 1980 al 1993, anno in cui tocca il suo apice al 56,4% del PIL, la crescita è particolarmente elevata, visto che l’aumento è di oltre 15 punti. Com’è noto – e com’è ben visibile nel grafico, vista la discrepanza esistente nel periodo tra spesa pubblica totale e al netto degli interessi -, in questo periodo vi fu l’esplosione del debito pubblico italiano, il quale più che raddoppiò. Con l’inizio della Seconda Repubblica, e con le riforme poste in essere soprattutto dai Governi Amato e Ciampi, fino al 1999, invece, il trend venne invertito e la spesa calò al 47% circa. Dal 2000 l’andamento riprese lentamente la direzione apposta, fino ad un sostanziale aumento negli anni a partire dal 2008.

Andamento spesa pubblica.
Figura 1: andamento della spesa pubblica totale e primaria dal 1960 al 2011. Fonte: ISTAT, 2012

La forbice fra spesa pubblica totale e spesa pubblica primaria (al netto, cioè, degli interessi) inizia a partire dalla seconda crisi petrolifera registratasi a partire dalla seconda metà degli anni ’70 e diventa evidente con l’esplosione del debito pubblico avutasi negli anni ’80 (dato che a questo si collega ovviamente la spesa per interessi); con l’avvento della Seconda Repubblica la forbice pian piano si riduce nel corso degli anni ’90, fino a stabilizzarsi con l’avvento dell’euro negli anni 2000; com’è noto, poi, l’estate 2011 segna la nuova esplosione del c.d. spread ed il conseguente aumento della spesa per interessi. Dalla figura 2 si riescono a capire, in maniera intuitiva, le conseguenze che l’esplosione del debito pubblico ha causato per quanto riguarda la spesa per interessi ed il suo peso percentuale in rapporto al PIL, al debito e alla spesa; inoltre, la figura ci permette di capire la portata del c.d. “dividendo dell’euro”, ovvero il risparmio di cui ha beneficiato l’Italia – a partire dal 1996, cioè da quando si è capito che l’Italia sarebbe entrata nell’area euro: la c.d. “eurotassa” risale infatti al 30 dicembre di quell’anno -, stimato in circa 630 miliardi di euro (in termini nominali, senza computarne l’inflazione).

Spesa per interessi
Figura 2: andamento della spesa per interessi in percentuale rispetto a PIL, debito e spesa pubblica. Fonte: ISTAT, 2012

Andamento della spesa pubblica in tempo di crisi – Se, come sottolineato in un articolo precedente, dal 2000 al 2011 la spesa pubblica al netto degli interessi è passata dal 39,7% al 45,5% del PIL (5,9 punti di aumento, contro il solo 0,9% della Germania), nel periodo tra il 2009 e il 2012 – secondo elaborazioni de lavoce.info -, invece, la spesa primaria è diminuita in termini nominali di 13 miliardi (714,4 a fine 2012, rispetto ai 727,6 del 2009). Nello stesso periodo, la spesa in conto capitale (ovvero per investimenti) è diminuita del 30% in termini nominali. Assieme a questa, occorre scorporare dal “banco degli imputati” anche la spesa per interessi, dato che questa è un dato esogeno. Per quanto riguarda la spesa primaria corrente, in termini nominali, nel periodo che intercorre dal 2010 al 2012, questa è diminuita di 3,4 miliardi (666,5 nel 2012 contro i 669,9 del 2010): non accadeva da sessant’anni, ma nel triennio la spesa per pensioni è aumentata di 12 miliardi. Comunque, secondo le previsioni del Def di aprile del Governo Monti, dovrebbe passare dal 45,6% del 2012 al 44,1% del PIL nel 2015 (-1,5%), generando un avanzo primario che dovrebbe aumentare dal 2,5% del 2012 al 4,1% del 2015, il quale, da una parte, è degno testimone dei progressi fatti dall’Italia per l’aggiustamento dei propri conti, ma che, dall’altra, non permetterà di produrre risultati sufficienti per quanto riguarda la riduzione del debito pubblico (previsto al 125% nel 2015).

Andamento spesa pubblica sotto-settore
Figura 3: andamento spesa pubblica per sotto-settore. Fonte: elaborazione Giuseppe Pisauro su lavoce.info su dati ISTAT.

La figura 3 ci permette di avere una visione per sotto-categorie della spesa pubblica. Tra il 2002 e il 2009 la spesa pubblica è cresciuta del 39,3%, mentre tra il 2010 e il 2012 è diminuita dell’1,6%. La differenza tra la spesa delle amministrazioni centrali e di quelle locali è di 6 punti percentuali – ma fra queste ultime occorre segnalare il dato relativo a province ed enti sanitari locali che alzano nettamente la media, soprattutto se paragonate con quella dei comuni -, questo ci deve far pensare che l’aumento delle imposte locali visto prima è dovuto soprattutto ai tagli di trasferimenti statali. Infine, è importante notare come superiori alla media, visti anche i dati per il periodo 2010-2012, siano le cifre che fanno riferimento agli enti di previdenza e agli enti sanitari locali (cioè pensioni e sanità): anche in questo caso, quindi, l’occhio non può che cadere sull’aumento della spesa pensionistica, visto che secondo le stime ufficiali al 2015, dei 26,7 miliardi di maggiore spesa primaria corrente rispetto al 2012, ben 19 saranno ascrivibili proprio alle pensioni. La differenza, ovvero 7,7 miliardi, rappresenta ben poca cosa, cioè circa mezzo punto di PIL.

Cosa fare? – Visti gli effetti regressivi dei continui aumenti di imposte, gli impegni presi in sede europea, l’andamento del ciclo economico ed il fiscal compact appare evidente a tutti che occorre ridurre la c.d. spesa pubblica improduttiva, andando oltre i tagli lineari. Ma qui arrivano i problemi perché in Italia – a differenza che in altri Paesi – manca un ente od un ufficio del Ministero del Tesoro che abbia monitorato (e monitori) costantemente i vari centri di spesa centrali e locali, in maniera tale da poter risalire con precisione a tutte le diverse fonti di spesa. E questo anche perché mancano criteri uniformi all’interno di tutto il territorio nazionale per quanto riguarda la stesura dei bilanci. A questo occorre aggiungere la mancata attuazione dei costi standard che avremmo dovuto definire con l’attuazione del c.d. federalismo fiscale, ma che – per motivazioni legate ad incapacità politiche, burocratiche ed economiche – rimangono solo sulla carta. Questi permetterebbero di produrre importanti risparmi sull’acquisto di beni intermedi della Pubblica Amministrazione (ad esempio la famosa differenza nel prezzo d’acquisto tra le siringhe nelle diverse regioni), i quali giocano un ruolo fondamentale nella sanità. Infine, per quanto attiene alle pensioni, la recente sentenza della Corte Costituzionale – analizzata in un articolo precedente – complica ancora di più (semmai ce ne fosse stato il bisogno) la faccenda: non è possibile fare differenze tra lavoratori pubblici e privati, in sostanza, ma si può ricorrere al blocco dell’indicizzazione per quelle più elevate (come ricordato dal Ministro Giovannini). Per quanto riguarda il prelievo straordinario sulle pensioni, invece, occorrerebbe un calcolo certosino su tutti coloro che, con il sistema retributivo, godono di pensioni che vanno ben al di là di ciò che hanno versato nel corso della loro anzianità contributiva. Ma esisterà mai un qualche ente od ufficio in grado di farlo? Con gli esempi, poi, si potrebbe continuare all’infinito, il rapporto Giavazzi sui sussidi pubblici alle imprese, con ddl allegato, è già sul tavolo da più di un anno, ma nulla è stato ancora fatto. In Italia funziona sempre così, visto che lo Stato non è in grado di tagliare le proprie spese viene nominata una commissione oppure vengono prodotti rapporti, ma alla fine quella che manca è sempre la volontà.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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