Sperimentazione animale in Italia

04/03/2015 di Ginevra Montanari

Il Dottor Giuliano Grignaschi, responsabile dell’Animal Care Unit dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri si dice fiducioso sui metodi sostitutivi, dopo l'intervento normativo del 2014

Sperimentazione Animale

Con sperimentazione animale s’intende l’utilizzo scientifico, a scopo di studio e ricerca, di animali: per esempio in ambito farmacologico, fisiologico, fisiopatologico, biomedico e biologico. Oggi si tratta di un tema piuttosto caldo e molto dibattuto, che richiede conoscenze e strumenti adeguati per poter essere affrontato in maniera approfondita. Da una parte, la ricerca ha bisogno di cavie prima di poter passare ai test sugli esseri umani; dall’altra, le associazioni animaliste ritengono poco etica la sperimentazione, o quanto meno la maniera in cui questa viene condotta. In generale, organizzazioni animaliste come la Peta, la Buav e la Lav italiana, contestano la legittimità della sperimentazione in quanto gli animali hanno un intrinseco diritto a non essere utilizzati come cavie.

Nel mondo si stima che il numero di vertebrati, dal pesce zebra ai primati, usati per esperimenti sia compreso tra i 10 e gli oltre 100 milioni all’anno. Nel 2008, in Europa, i vertebrati maggiormente usati erano i topi (59,30%), quindi i ratti (17,70%) e a seguire gli animali a sangue freddo (9,6%) e gli uccelli (6,3%). La stragrande maggioranza della comunità scientifica ritiene ancora oggi necessario il ricorso della sperimentazione animale. La Royal Society spiega che virtualmente tutti i successi medici raggiunti nel XX secolo sono dovuti all’impiego di animali, e la statunitense National Accademy of Science, a sua volta, spiega che anche i computer più sofisticati non possono riprodurre le interazioni tra cellule, organi e molecole, rendendo quindi inevitabile l’uso degli animali in molti campi di ricerca.

Circa un anno fa, entrava in vigore il decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 26, riguardante la sperimentazione animale. L’Italia infatti, all’inizio del 2014, era stata denunciata alla Corte di Giustizia europea su richiesta del commissario per l’ambiente, Janez Potocnik, per il mancato recepimento della direttiva 63/2010 CE, il cui scopo è quello di migliorare le condizioni di vita degli animali da laboratorio attraverso il principio delle Tre R, rimpiazzare, ridurre, raffinare: vale a dire, sostituire gli animali dove possibile, ridurne il numero e migliorare le condizioni sperimentali. Salvandoci da una multa di 150.787 euro al giorno, e pur animato dalle migliori intenzioni, il nostro decreto sembra aver creato varie problematiche burocratiche, rallentando la ricerca scientifica. 

I ricercatori che utilizzano gli animali per i loro studi, trovano questa legge alquanto confusa, e non farebbe che danneggiare gli animali stessi. Spiega il Dottor Giuliano Grignaschi, responsabile dell’Animal Care Unit dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri: «L’Italia ha approvato una legge più restrittiva di quella europea e i problemi sono già iniziati. Per esempio, oggi dobbiamo subire inaccettabili ritardi sull’approvazione delle ricerche che prevedano l’uso di un animale. Lo studio infatti prima deve essere approvato da un organismo preposto al benessere animale interno all’Istituto di ricerca, poi deve essere inviato al Ministero della Salute che lo invia poi all’Istituto Superiore di Sanità per l’approvazione finale o per la bocciatura. Tutto questo iter è lunghissimo: solo ora stiamo ricevendo le risposte per progetti inviati nel luglio scorso». Ma c’è dell’altro: dal 1 gennaio 2017, salvo altre revisioni, non potranno più essere utilizzati animali per alcuni test; «a quel punto cosa succederà agli esperimenti in corso o in via di approvazione? La legge non dà indicazioni se l’esperimento dovrà essere interrotto o potrà essere concluso anche in data successiva al 31 dicembre 2016». 

Il decreto ha creato difficoltà anche per la sperimentazione di nuovi farmaci, come sottolinea l’esperto: «Il protocollo di sperimentazione prevede l’uso di due specie diverse, di cui una roditore, l’altra no, dopo la fase in vitro e in silico e prima di quella che vede le prove sull’uomo. L’animale di elezione in molti casi è il cane. La legge italiana oggi vieta l’allevamento di cani a questo scopo, quindi gli enti di ricerca sono costretti ad acquistarli all’estero, per esempio dalla Cina o dagli Stati Uniti: oltre a rendere l’operazione più costosa, il viaggio espone l’animale a un grande stress. Che senso ha aggiungere questo disagio alla cavia, visto che la sperimentazione è comunque consentita?». 

In ogni caso la legge italiana spinge fortemente verso l’adozione di metodi sostitutivi, anche se in alcuni campi di ricerca non è ancora possibile poter fare a meno della sperimentazione animale; «Attualmente nel mio istituto solo il 20% delle ricerche utilizza animali. Per il resto ci affidiamo a metodi complementari o sostituivi. (…) Ma abbiamo fatto enormi progressi per quanto riguarda i tumori e la tossicologia, che ci hanno permesso di diminuire drasticamente l’uso di animali. Al Mario Negri, ad esempio, utilizziamo circa 15.000 ratti/topi ogni anno, contro i 120.000 di trent’anni fa. E sono convinto che fra qualche decina d’anni potremo farne a meno».

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Ginevra Montanari

Nasce a Roma il 4 settembre 1993. Diplomata al liceo linguistico europeo Sacro Cuore, attualmente frequenta la facoltà di Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Da sempre appassionata di cinema, musica e teatro.
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