La mattanza di Bari, alle origini delle faide

22/05/2013 di Luca Tritto

Sparatoria al quartiere San Paolo, Bari

Domenica scorsa, 19 Maggio, delle raffiche di kalashnikov hanno spazzato via tre giovani nel quartiere San Paolo di Bari. Ad alcuni è sembrato di tornare indietro di vent’anni, quando i clan pugliesi si facevano la guerra per il controllo del territorio e dei traffici illeciti. Eppure, nonostante la criminalità pugliese non possa competere con le grandi organizzazioni criminali italiane, di certo non è inferiore quanto a ferocia. Per capire il perché di questa mattanza, bisogna andare indietro nel tempo di qualche anno, scorrendo una lista di omicidi, fino ad arrivare all’agguato di domenica. Una storia fatta di nomi, famiglie, clan, quartieri popolari di una città bellissima quanto sfortunata.

Sparatoria al quartiere San Paolo, BariI primi scontri – Il primo fatto di sangue eclatante è l’omicidio di Orazio Porro, 54 anni, di Bari. Non è un uomo qualunque. Orazio Porro è l’ex boss del quartiere San Pasquale, uno che conta. Tuttavia, Porro decide di collaborare con la giustizia, iniziando a parlare. Una volta scontata la pena, però, non rientra nel programma di protezione dei testimoni. È un’occasione d’oro per la vendetta, inesorabile. Il 25 Marzo del 2009, Porro gira tra le bancarelle del mercato di via Nizza, quando viene ucciso a colpi di pistola, in mezzo alla gente. Il principale indiziato è un giovane del quartiere, Giacomo Caracciolese, anche lui una figura emergente nel panorama criminale della zona. Due agenti della questura testimoniano di averlo visto allontanarsi dal luogo del delitto. Invece, in fase processuale, dopo una richiesta di condanna a 30 anni di reclusione, Caracciolese viene assolto, in quanto possiede un alibi. Nel momento dell’omicidio, era in ospedale in compagnia della moglie e del figlio per una visita. Una tesi strana. Libero a tutti gli effetti nel 2011, Giacomo Caracciolese viene indicato come il boss di San Pasquale, insieme ai suoi fratelli. È giovane, sulla trentina, e molto pericoloso. Il suo nome viene tirato in ballo in un altro fatto di sangue inquietante: l’omicidio del 21enne Alessandro Marzio, avvenuto il 30 Ottobre del 2011. Il giovane è ritenuto organico al clan Diomede, egemone nel quartiere di Carrassi. Non solo: era l’autista di Cesare Diomede, figlio del boss Biagio, crivellato di colpi l’agosto precedente. Una vera e propria guerra, fatta di spedizioni punitive in risposta alle infiltrazioni nei territori avversari. Il 5 Aprile arriva la resa dei conti. A San Pasquale, tra le bancarelle del mercato, viene ucciso lui, Giacomo Caracciolese. Agguato in pieno stile mafioso. Perché è di questo che si parla. La faida dei quartieri è da inserire nel riassetto delle egemonie delinquenziali dei clan baresi. Motivi per ucciderlo se ne possono trovare molti. E questo è solo un episodio, al quale seguirà la strage di domenica scorsa.

Il triplice omicidio – Le vittime dell’agguato di domenica si chiamavano Claudio Fanelli, Antonio Romito, 30 anni, e Vitantonio Fiore, di 22. Quest’ultimo sembra essere il vero obiettivo del commando omicida. Anche quello di Fiore è un nome importante, a San Pasquale. Il padre, Pinuccio, è ritenuto il capo dell’omonimo clan, egemone negli scorsi anni. Forse qualcosa si sentiva nell’aria. Vitantonio girava armato e con il giubbotto anti-proiettili. L’agguato è avvenuto in zona Santa Cecilia, a San Paolo, vicino il suo quartiere. Le altre due vittime, rampolli dei clan della città vecchia, si erano da poco trasferiti da quelle parti. Romito, in particolare, è uno degli eredi del clan Strisciuglio, un cognome pesante. Vito era già stato arrestato per possesso illegale di arma da fuoco, e si era sposato recentemente. Proprio domenica doveva partire per la luna di miele, ma i killer hanno fatto prima. Uccidere in pieno giorno davanti a numerosi testimoni, mentre lì vicino si festeggiavano le Prime Comunioni, è simbolo di ferocia, una ferocia tale da sottolineare l’importanza del gesto. Il giubbotto non ha salvato il giovane Fiore. I suoi killer lo hanno falcidiato a colpi di kalashnikov, un’arma da guerra, neanche fossimo ancora negli anni 80 a Palermo. Gli inquirenti si sono adoperati subito, rinvenendo un’auto bruciata, probabilmente utilizzata dai killer.

Un possibile perché – Gli investigatori sanno bene cosa sta accadendo in questi quartieri. L’egemonia criminale è spesso motivo di scontri cruenti tra i clan. Tuttavia, in questo caso, pare che la supremazia sia da collegarsi con un concetto distorto dei malavitosi: l’onore. Secondo indiscrezioni, Vitantonio Fiore potrebbe essere uno dei killer di Giacomo Caracciolese. Ancora lui. L’ex boss di San Pasquale avrebbe fatto alcuni apprezzamenti poco graditi nei confronti della sorella di Fiore, motivo per il quale la famiglia di Vito voleva punire l’affronto con il sangue, oltre ad avere un valido pretesto per far fuori un rivale. Alcuni testimoni hanno dichiarato di aver visto il giovane Vitantonio la mattina dell’omicidio Caracciolese. Ironia della sorte, Vito avrebbe salutato il padre di Giacomo, proprietario di una bancarella, e avrebbe aspettato la vittima, sparandogli poi a viso scoperto. In effetti, dopo l’omicidio, Fiore si spostò temporaneamente in una città dell’Italia centrale, quasi ad evitare perquisizioni e stub. L’ipotesi di una vendetta sembra prendere piede.

La reazione delle Istituzioni – Tutta questa catena di sangue ha spinto l’amministrazione comunale, guidata dal Sindaco Michele Emiliano, a convocare il Comitato per la sicurezza pubblica, invitando anche il Ministro dell’Interno Angelino Alfano. Quest’ultimo, ha dichiarato di provvedere alla situazione inviando a Bari 150 uomini tra Carabinieri e Polizia, in modo da garantire un più efficace controllo del territorio e per coadiuvare le attività investigative. Nel frattempo, i deputati del Pd Antonio Decaro, Dario Ginefra e Franco Cassano hanno presentato una interrogazione parlamentare al Ministro Alfano e al Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, ponendo l’accento sulla prevedibilità di questa escalation di violenza. Il tutto sperando di non vedere più altri morti, soprattutto in mezzo ad ignari cittadini, i quali rischierebbero di morire da innocenti per questioni di malavita.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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