Somalia e pirateria marittima, un primo successo

16/01/2014 di Stefano Sarsale

In calo la pirateria marittima globale

È di ieri  la notizia che la pirateria globale in mare nel 2013 ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 6 anni. Il fenomeno ha notevole importanza economica, ma anche e soprattutto per quanto riguarda la sicurezza. L’International Maritime Bureau (IMB) ha affermato, nel suo report annuale sulla pirateria, come le azioni di pirateria siano state, nello scorso anno, 264, a fronte dei 297 del 2012 e i 439 del 2011. Un calo netto del 40%.

La nascita in Somalia. Nonostante la sua origine risalga all’inizio degli anni ’90, con lo scoppio della guerra civile in Somalia, il fenomeno è stato posto sotto i riflettori della comunità internazionale solo negli ultimi anni. Basti pensare che come, al culmine della sua espansione nel 2000, la pirateria globale riguardava soprattutto i mari dell’intero Golfo di Aden fino all’Oceano Indiano, includendo quindi non solo le coste somale ma anche quelle di Tanzania, Kenya, Seychelles e Madagascar. Aspetto ancor più importante è che nulla di concreto è stato fatto fino al 2005 quando – a seguito delle preoccupazioni espresse dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio e dall’Organizzazione Marittima Internazionale – ebbe vita la Combined Task Force 150: una task force marittima internazionale interamente dedicata alle Operazioni di Sicurezza Marittime (M.S.O.).

I primi risultati. Ci sono voluti tuttavia 3 anni di lavoro prima di cominciare ad avere i primi risultati visibili. Da quel momento i poi il fenomeno è stato combattuto e si è andato progressivamente limitando: in Somalia, gli attacchi del precedente anno (2013) sono stati 15 (a fronte dei 75 nel 2012 e 237 nel 2011). Questo risultato è principalmente attribuito ad una maggiore deterrenza dovuta dalle navi da guerra internazionali schierate lungo la costa somala, oltre alle maggiori misure di sicurezza implicanti l’utilizzo di guardie armate private a bordo delle navi. Secondo Pottengal Mukundan, Direttore dell’IMB, il calo della pirateria nel mondo è dovuto essenzialmente all’efficacia della lotta in Somalia. Gli esperti del settore sono consapevoli che la grave situazione interna allo stato ha largamente favorito la proliferazione di questa attività criminale, vedendo nei cosiddetti stati falliti o “failed states”, delle situazioni ottimali per lo sviluppo di attività che vanno dalla pirateria al terrorismo internazionale.Ecco quindi che i miglioramenti, anche se lenti, nella stabilità politica del paese, hanno aiutato nel raggiungimento di questo importante obiettivo.

L’ostacolo del diritto internazionale. Un altro aspetto che ha creato notevoli problemi è quello riguardante il diritto internazionale del mare, secondo il quale non era precedentemente possibile entrare nelle acque territoriali di uno stato per inseguire e catturare coloro che avevano compiuto atti di pirateria. Resta sottointeso quantola pirateria sia un’attività che si può svolgere solo in alto mare ed in acque internazionali. Quello che quindi i pirati somali facevano, una volta essere stati avvistati, era semplicemente di ripiegare nelle acque territoriali, dove l’inesistente controllo centrale di certo non si sarebbe mosso per la loro cattura. L’autorizzazione all’intervento in acque somale, in deroga alle norme di diritto internazionale del mare e ribadita nella risoluzione n.1851/2008, ha spinto l’intera comunità a prodigarsi nel mettere in pratica le disposizioni adottate, le quali hanno donato piena legittimità ad attività militari ad ampio spettro al fine di mettere in sicurezza l’area.

E’ stata dunque inaugurata, in ambito NATO, l’Operation Allied Provider (Ottobre-Dicembre 2008). Di conseguenza, per quanto non sia possibile ancora cantare vittoria, è indubbio che gli sforzi fatti fino ad oggi abbiano dato i loro frutti. Ciò che è importante sottolineare è quanto questo successo non sia imputabile solo ad uno, bensì ad una molteplicità di aspetti: primo tra tutti la presa di coscienza da parte della comunità internazionale, ma anche il quadro giuridico creato ad hoc per questa situazione e infine i piccoli miglioramenti avvenuti in Somalia. È auspicabile quindi, in tempi relativamente brevi, che il problema possa essere in gran parte risolto nelle acque somale. È altrettanto vero però, che senza il cordone di sicurezza attualmente operativo, la situazione potrebbe precipitare nuovamente in pochissimo tempo: per avere un risultato stabile a lungo termine sarà necessario che la Somalia ritorni ad essere un paese vero e proprio. Più facile a dirsi che a farsi.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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