Solo per i tuoi occhi. Una collezione privata, dal Manierismo al Surrealismo

02/06/2014 di Simone Di Dato

Palazzo Venier Leoni

Questa volta non si tratta di prestiti sensazionali, immagini-icona e cultura dell’evento. Questa volta la mostra “Solo per i tuoi occhi. Una collezione privata, dal Manierismo al Surrealismo”, organizzata dalla Collezione Peggy Guggenheim e allestita presso le sale di Palazzo Venier dei Leoni, il consueto spazio che il museo ha destinato alle esposizioni temporanee, ha piuttosto le sembianze di un vero e proprio viaggio in quasi tutta la storia dell’arte.

Dopo una stagione chiusa con numeri di tutto rispetto, il museo veneziano continua il suo programma espositivo condotto tra accostamenti unici e dialoghi inediti, attraverso maestri e opere di generazioni differenti, e lo fa con una mostra preziosissima che svela al grande pubblico una selezione di capolavori tutti provenienti dalla collezione dei coniugi Richard e Ulla Dreyfus-Best e realizzata nell’arco di oltre trent’anni.

Renè Magritte, Il bouquet pronto, 1956
Renè Magritte, Il bouquet pronto, 1956

Le opere, esposte per la prima volta insieme, spaziano attraverso quattro secoli di arte seguendo un filo conduttore che fa di originalità e qualità i suoi capisaldi imprescindibili. Nel suo originale accostamento di oggetti scelti, non è strano incontrare opere profane insieme ad oggetti di ars erotica, accostati a quelli di natura religiosa: disegni dei maestri del Rinascimento e del Barocco, Manieristi e Simbolisti dialogano insolitamente con i più enigmatici artisti del Surrealismo. Circa 120 pezzi, tra dipinti, sculture, disegni e oggetti, ci condurranno in un viaggio affascinante che spazierà dal Medioevo ai giorni nostri, “rivelando il cuore di questa incredibile collezione creata secondo un principio che esclude qualsiasi casualità” e che punta invece al potere referenziale della sua natura di “artificio”. Il risultato è un originale “gabinetto delle Curiosità” che ci suggerisce l’idea di un museo in continuo divenire, alla ricerca costante delle esperienze culturali e artistiche più significative condotte dall’uomo, oltre il tempo e lo spazio.

Con un percorso espositivo che non lascia nulla al caso, il curatore Andreas Beyer, professore di storia dell’arte all’Università di Basilea, affronta il non facile compito di ricostruire con sguardo contemporaneo un immenso mosaico di espressioni artistiche solo apparentemente lontane nel tempo ma allo stesso modo inserite in un sentiero lineare che le accomuna con grande naturalezza attraverso riflessioni e maestri che hanno fatto la differenza: da Hans Baldung Grien, Hans Bellmer, Arnold Böcklin, a Victor Brauner, da Pieter Bruegel il Vecchio, Angelo Caroselli, a Giorgio de Chirico, Francesco Clemente, Salvador Dalí, Francesco del Nomé, Gustave Doré, Max Ernst, Frans Floris, Johann Heinrich Füssli, Marten van Heemskerk, Jan van Kessel, Alfred Kubin, René Magritte, Man Ray, Gustave Moreau, Richard Oelze, Yves Tanguy fino ad Andy Warhol.

Giuseppe Arcimboldo, Aria Man Ray, Dono, 1921/1963.
Giuseppe Arcimboldo, Aria Man Ray, Dono, 1921/1963.

Ciò che colpisce ammirando la collezione Dreyfus-Best è il “bel composto di tutte le arti”, la varietà di generi e correnti, l’horror vacui che riporta alla forte ambizione dei due collezionisti. Tuttavia il fil rouge di questa impresa pioneristica sembra insistere più e più volte sulla corrente del Manierismo come gusto non solo rinascimentale, ma vivo nel tempo fino ai giorni nostri. “Si tratta di un manierismo trans-epocale – spiega il curatore – che caratterizza tutta l’arte attraverso i secoli. Uno stile autoreferenziale che esplora i limiti e si manifesta come autocoscienza dell’arte”. Insomma un esperienza onnipresente che ci permette di associare l’opera di Magritte ai dipinti di Füssli, le visioni oniriche della modernità alle architetture del disfacimento di Francesco del Nomè.

Solleticando l’immaginazione degli spettatori, la mostra prosegue con artisti quali Matthew Barney e Kutlug Ataman, pronti a confrontarsi mediante i loro lavori con le storie narrate dai manieristi romani, fino all’estremo oriente di Hokusai in un percorso insolito che sposa fedelmente il fervore e la grande curiosità di Peggy Guggenheim e che ha il compito di esaltare il grande impatto che l’arte ha avuto nel corso dei secoli. Uno scrigno delle meraviglie di cui Peggy andrebbe sicuramente fiera.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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