Italiani, politica, società e stato

10/03/2014 di Federico Nascimben

Il rapporto tra la società italiana e lo Stato, intermediato dalla politica

Società Civile

“Si scrive spesso della crisi dello Stato, al singolare. Ad essere esatti, bisogna parlare della crisi dello Stato al plurale. La prima crisi, del primo decennio del secolo […], fu dovuta alla penetrazione nello Stato, a seguito del suffragio universale, di interessi organizzati. La seconda, degli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, fu causata dall’espansione dei compiti statali e dalla conseguente tensione tra entrate e spese. Venne chiamata crisi fiscale […]. La terza, degli ultimi decenni del secolo e ancora in corso, è dovuta alla formazione di poteri pubblici ultrastatali.” Sabino Cassese

Più volte, su Europinione, ci siamo occupati dei problemi dello Stato, della politica e delle istituzioni del nostro Paese, e del rapporto fra questi e la società italiana; rapporto che si declina e che coinvolge sia i singoli individui, che le famiglie e le imprese, ma sempre caratterizzato da una reciproca diffidenza tra ciò che è pubblico e ciò che privato, con una tendenza all’anomia di quest’ultimo, generata dall’ipertrofia, dall’inefficienza e dalle notevoli carenze del primo.

Le istituzioni italiane (Parlamento, Governo, Pubblica Amministrazione), a causa delle mancate riforme tese a snellire e razionalizzare il procedimento legislativo, sono la principale causa dell’ipertrofia: da una parte – vista l’impossibilità intrinseca di produrre decisioni sostanziali – vi è, da sempre, questa valanga di provvedimenti che, colpendo aspetti di dettaglio o comunque particolaristici, quasi sempre necessitano di ulteriori provvedimenti attuativi che danno vita ad un nonnulla; dall’altra, la diffidenza nei confronti della società civile e di ulteriori entità pubbliche che interverranno in seconda istanza porta alla regolazione per legge di tutta una serie di aspetti che non fanno altro che irrigidire e complicare ancora di più procedure e riforme (si pensi, da ultimo, alla questione sulla parità di genere). Viene così meno quella necessaria flessibilità che si richiede alle istituzioni contemporanee e vengono anche meno anche tutte quelle riforme di sistema: è il classico cane si morde la coda.

italia-spending-review-legge-stabilitàNel frattempo, il peso dello Stato nell’economia è cresciuto costantemente negli anni: dal 20% di sessant’anni fa, siamo oggi ad oltre il 50%, in un contesto attuale in cui, però, la crisi economica mette a sua volta in crisi l’anacronistico modello di welfare italiano (si pensi all’utilizzo che viene fatto di CIG e mobilità). Scrive Ainis (Corriere della Sera, 8 marzo 2014), commentando l’ultimo libro di Cassese (“Governare gli italiani. Storia dello Stato”, Il Mulino), che su questo continuismo, l’attuale giudice costituzionale, “muove un atto d’accusa alle due Costituzioni dello Stato unitario“: nello Statuto albertino “rinviando la decisione, adottando nel 1861 la Costituzione d’uno dei 7 Stati preesistenti“; nella Costituzione repubblicana, invece, “rinviammo l’attuazione, lasciando sopravvivere il vecchio ordinamento“. Sempre Ainis, dal punto di vista della discontinuità – riprendendo quindi quanto detto in precedenza relativamente alle modifiche di carattere marginale che hanno effetti per lo più estemporanei -, cita il caso della legge elettorale: in Germania il modello base risale al 1953, in Francia il doppio turno risale alla monarchia orleanista, nel Regno Unito la formula “first past the post” è del 1832, negli USA l’uninominale risale al 1842; in Italia, invece, se l’Italicum verrà approvato, questo sarà il tredicesimo sistema di voto adottato nel Belpaese. Come facilmente si nota, quindi, il circolo vizioso nel quale siamo immersi produce modifiche che si caratterizzano per la loro estemporaneità e che, prive di qualsiasi principio di strutturalità, vengono modificate non appena nuove istanze diventano pressanti.

Tagliando la storia con l’accetta, le cause di questo rapporto possono essere individuate nella mancata presenza di uno Stato assoluto nell’intero territorio corrispondente gli attuali confini dell’Italia – e, quindi, nella presenza di una moltitudine di piccoli regni poi e di un numero infinitesimale di Comuni prima -, nella presenza della Chiesa cattolica e nell’eccessiva centralizzazione seguita all’Unità e all’attuazione della Costituzione Repubblicana (che ancora oggi è presente in forme del tutto scoordinate, e che torna a farsi sentire per esigenze di natura fiscale). Uno Stato “lontano” ed inefficiente ha dato luogo, al Nord, ad un ripudio verso tutto ciò che possa essere ricondotto a “Roma” e, al Sud, a quel familismo amorale che caratterizza, appunto, individui e famiglie, in cui lo Stato è visto soprattutto come un fattore di supplenza alla mancanza di iniziativa privata, cioè come un poltronificio. Ma in entrambi i casi l’unico freno all’individualismo, di cui lo scarso senso civico non è altro che una conseguenza, è rappresentato da rapporti di carattere personale e diretto (questi caratterizzati sì, per forza, dalla fiducia) con famigliari e amici.

Fra società e Stato si è sempre trovata la politica che ha cercato di invadere gli spazi dell’una e dell’altro. In passato, l’elargizione di prebende e favori, tesa al mantenimento del consenso e favorita dalla c.d. conventio ad excludendum nei confronti del PCI, ha fatto sì che questa, attraverso la degenerazione partitocratica e statalizzante – in un contesto economico favorevole -, ha favorito il mantenimento del potere e l’esplosione di deficit e debito pubblico (soprattutto quando il potenziale di crescita del Paese andava esaurendosi, cioè negli anni ’80); ora, messa in discussione, da una parte, dalla presenza di poteri pubblici ultrastatali e, dall’altra, dalla crisi economica, la politica si trova, invece, in fortissima difficoltà.

Ebbene, vista l’intersecazione tra istituzioni e politica, quest’ultima (in particolare in Italia) risente inevitabilmente del circolo vizioso che nel corso degli anni è andato incancrenendosi e che ha prodotto la situazione attuale, trovandosi ad essere, da una parte, causa della propria impossibilità ed incapacità decisionale e, dall’altra, dovendosi necessariamente nutrire delle basi sopra delineate, nel contesto odierno, è costretta a veder regredire il proprio spazio d’azione. Da questo deriva la necessità di un ripensamento del concetto di cosa è lo Stato, di come deve agire la politica e delle rispettive sfere d’influenza e d’azione. Nel nostro Paese questi ripensamenti sono finora andati avanti attraverso degli strappi che hanno visto entrare in scena, in ordine cronologico, delle forze e delle personalità che hanno messo in discussione l’ordine precostituito: I Radicali, primi critici della partitocrazia e dell’influsso della Chiesa Cattolica; la Lega Nord, che alla critica del sistema politico ha aggiunto il sentimento anti-centralista; la “rivoluzione liberale” contro l’eccessivo statalismo di Berlusconi; la “rottamazione” della classe dirigente ex PCI e DC di Renzi; la lotta anti-casta di Grillo che alla politica e ai partiti (“cattivi” per definizione), contrappone la società civile (“buona” per definizione).

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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