Snowden: l’occhio che spia, l’occhio che denuncia

08/12/2016 di Emanuele Bucci

Il film di Oliver Stone su Edward Snowden, protagonista dello scandalo Datagate, non riesce a conciliare appieno la forza della denuncia esplicita con uno spettacolo parimenti efficace: ma resta comunque un valido esempio di cinema americano coraggiosamente (auto)critico.

Snowden

Oliver Stone non ha mai avuto problemi a schierarsi: non li aveva negli anni Ottanta, quando attraverso il cinema diceva la sua su merito e metodo della guerra in Vietnam e delle speculazioni finanziarie a Wall Street, e non li ha oggi. Snowden, il suo nuovo lungometraggio da pochi giorni nelle sale, inizia con una presa di posizione netta, radicale: Edward Snowden, ex tecnico della CIA e collaboratore esterno dell’NSA, responsabile nel 2013 della clamorosa fuga di notizie sui programmi di sorveglianza di massa dell’intelligence americana, è un «difensore dei diritti umani»: così afferma la didascalia iniziale del film, pesante e tagliente come la prima pietra scagliata da un cineasta che forse non è senza peccato, ma che di sicuro, a trent’anni dai suoi primi successi come regista, non ha smesso di puntare il dito contro il proprio governo in nome delle idee in cui crede. Stone è senz’altro tra gli alfieri di un cinema hollywoodiano che punta a unire spettacolarità e impegno, intrattenimento e riflessione critica su realtà e storia, budget da grande industria e percorso d’autore. Come tale, ci sembra opportuno valutare i suoi film, e tanto più quest’ultima opera, sulla base della felice espressione e combinazione di queste due componenti, la passione polemica e l’efficacia spettacolare. Due componenti che possono essere ricondotte alle due anime basilari di qualunque narrazione: che cosa sto raccontando e come lo sto raccontando.

Partiamo dal primo dato, dagli eventi narrati. Il caso Snowden è la storia perfetta per Stone, sia per i problemi che chiama in causa, sia per come va ad inserirsi in alcune costanti, poetiche e polemiche, del discorso portato avanti dal regista-sceneggiatore. Si tratta di una vicenda che mette in gioco un dualismo antico ma tutt’altro che fuori moda, anzi esacerbato nell’odierno sistema dell’interconnessione globale: quello tra i diritti della singola persona e le esigenze di chi governa una comunità, tra la libertà individuale e la cosiddetta “ragion di Stato”. In questo frangente, Stone non ha mai avuto dubbi su quale fronte appoggiare: quello del cittadino che, quando il potere costituito oltrepassa certi limiti, non ci sta più; quello del singolo uomo che crede nella politica come difficile arte del bene comune, ma non per questo ammette che il fine giustifichi sempre i mezzi; quello dell’americano fiero dei valori su cui si fonda il proprio Paese, ma spesso indignato dal governo che quei valori tradisce. Questo è il credo degli eroi di Oliver Stone, ed Edward Snowden diventa uno di essi (con la faccia da bravo ragazzo di Joseph Gordon-Levitt, per giunta).

Coerentemente con questa visione, Stone espone il proprio j’accuse e le ragioni del suo protagonista attraverso uno schema narrativo tipico di molti tra i suoi film più celebri e arrabbiati, da Platoon a Nato il Quattro Luglio: il percorso di formazione, la discesa negli inferi di un sistema che porta il protagonista dall’ingenuità iniziale alla presa di coscienza. Anche lo Snowden di Stone compie questo percorso, narratoci per analessi a partire dalla sua conclusione: la prima sequenza infatti ci mostra l’incontro clandestino a Hong Kong tra il ventinovenne collaboratore dell’NSA e il gruppo di operatori dell’informazione (la documentarista Laura Poitras e i due giornalisti del Guardian) che raccoglieranno le sue rivelazioni. I successivi flashback ricostruiscono quel cammino di problematica maturazione in un arco di tempo che va dal 2004 al 2013, dove si realizza man mano la brillante carriera del giovane tecnico informatico nelle agenzie governative americane, ma anche la sua progressiva crisi interiore riguardo alla legittimità delle operazioni che deve svolgere. La scelta di Stone si rivela, da questo punto di vista, pienamente vincente, perché gli permette di esprimere la sua denuncia toccando molteplici livelli e chiavi di lettura.

Innanzitutto, ogni tappa della crisi umana e ideale di Snowden rappresenta un diverso incarico e un diverso abuso celato nelle pratiche dell’intelligence: tra Ginevra, Giappone e Hawaii, il tecnico soprannominato “Biancaneve” per la sua ingenuità sperimenta sistemi di spionaggio globale che permettono di attivare webcam in computer spenti, inondare di firewall i sistemi elettronici di altri paesi, visionare qualunque messaggio pubblico e privato di ogni utente in rete semplicemente digitando le parole chiave. Snowden verifica quindi sulla propria pelle la mancanza di un saldo argine etico per l’uso di tale potere: dove le informazioni raccolte vengono sfruttate da funzionari a caccia di una promozione che non esitano a ricattare privati cittadini manovrandone i segreti più intimi; dove la minaccia terroristica si rivela sempre più un pretesto per la costruzione e il consolidamento di un sistema invadente quanto occulto di sorveglianza globale, tale da garantire al governo degli Stati Uniti un sicuro vantaggio nello scacchiere economico e geopolitico internazionale. Dove, soprattutto, tutto questo avviene a totale insaputa dell’opinione pubblica nazionale, vittima e al contempo inconsapevole complice del proprio stesso Grande Fratello, impossibilitata come tale a pronunciarsi, per bocciare o anche per promuovere una simile prassi.

Ma il viaggio di Snowden nelle procedure più controverse di CIA e NSA si presta ad essere, proprio per la sua precisa scansione in tappe nell’economia narrativa del film, anche un viaggio critico e sempre più allarmato nella recente storia americana: dove all’indignazione del cittadino idealista (Snowden, ma anche Stone) segue la perdita di fiducia nella capacità del sistema stesso di auto-emendarsi. Infatti, dopo aver lasciato la CIA al tramonto dell’amministrazione Bush, Snowden torna a collaborare per il governo sull’onda della fiducia verso la nuova presidenza Obama, che promette la fine delle pratiche di intelligence che violino i diritti dei cittadini: solo per scoprire che l’annunciato cambio di rotta non avviene. Il percorso rappresentato da Stone disegna perciò una denuncia politica ma anche un amaro riepilogo della storia recente, tale da unire, nella medesima identificazione, il punto di vista di Snowden con quello di Stone e del cittadino americano medio (e mediamente idealista) turbato quanto deluso. Ciò che resta da fare, per questo personaggio uno e triplice, è rompere il silenzio, confessarsi come facente parte di un sistema con le sue enormi contraddizioni, senza la pretesa né di avere indiscutibilmente ragione né di possedere la chiave risolutiva dei problemi posti: ma per offrire un contributo di (in)formazione, sì da consentire ai suoi concittadini di conoscere, e quindi di deliberare, sulla realtà che li circonda e di cui fanno parte, quale che sia la loro posizione.

Se perciò dal punto di vista contenutistico la denuncia di Stone non potrebbe essere più chiara, radicale e coraggiosa, è paradossalmente dal punto di vista dell’efficacia spettacolare, del come rappresentare questa storia, che il regista americano delude parzialmente le aspettative. Manca, soprattutto, ciò che un film con simili tematiche dovrebbe restituire al massimo grado: l’escalation del senso di paranoia, di oppressione, di sorveglianza costante e soffocante che scaturisce dall’idea di essere potenzialmente osservati e tracciati in (quasi) ogni momento della propria vita. Non che risultino assenti i momenti riusciti in tal senso, momenti dove l’atmosfera di sorveglianza perenne e pervasiva viene espressa con l’adeguata forza visiva ed emotiva. Uno su tutti, la sequenza dove il sempre più inquieto e tormentato Snowden fa l’amore con la fidanzata Lindsey (Shailene Woodley): un movimento di macchina ci porta dallo sguardo del giovane al computer rimasto aperto a poca distanza da loro, per chiudersi sull’occhio della webcam in cui vediamo riflesse le sagome deformate (e spiate?) dei due amanti. Il problema è che momenti come questo non sono organizzati in un crescendo di tensione che faccia eco al crescendo di indignazione polemica. Anzi, sono diversi, soprattutto nella parte centrale del film, i momenti in cui il ritmo rallenta e si appesantisce, con troppe situazioni che si ripetono nei diversi scenari temporali: le rotture e riconciliazioni tra Lindsay e Snowden, oppure i dialoghi di quest’ultimo con il cinico istruttore e superiore Corbin O’Brian (Rhys Ifans). Sembra quasi che l’esigenza di approfondire ragioni e punti di vista, conseguenza forse dello star maneggiando fatti realmente accaduti e così vicini nel tempo, abbia finito col penalizzare l’anima da thriller paranoico a cui poteva aspirare il film.

Valorizzare maggiormente quest’anima avrebbe però giovato molto, non solo in relazione alle potenzialità del cinema di Stone che dicevamo all’inizio, ma anche e soprattutto ai fini della denuncia: perché, come sottolineano gli stessi giornalisti del Guardian nelle sequenze a Hong Kong, il problema non è solo divulgare le informazioni di Snowden, ma anche evitare che alla fine «non se ne accorga nessuno». Prestare attenzione, cioè, anche al come trasmettere il messaggio, tanto più essenziale nell’overdose odierna di messaggi e suggestioni mediatiche, sia nel regno dell’informazione che nel regno del cinema. In quest’ottica, risultano più incisivi, nel denunciare problemi analoghi a quelli posti dal film di Stone, prodotti hollywoodiani di pura finzione, come il classico I Tre Giorni del Condor di Sidney Pollack o il profetico Nemico Pubblico di Tony Scott: dove la polemica sugli abusi dei servizi di intelligence americani non conta sull’enfasi che può darle il riferimento a fatti e persone veramente accaduti; e però sfrutta al meglio la possibilità di veicolare la denuncia a uno spettacolo che coinvolga emotivamente lo spettatore, al punto da imprimersi con profondità anche maggiore nella sua coscienza e nella sua memoria.

Una prova riuscita a metà, dunque, quella di Oliver Stone: ma comunque meritevole a nostro avviso di promozione, anche e soprattutto perché, pur con i limiti che abbiamo visto, ci sembra prezioso e necessario un cinema americano che abbia il coraggio di confrontarsi con le contraddizioni più profonde della società che lo esprime. Un cinema che, soprattutto, si ponga, quale che sia il merito della storia narrata, un problema fondamentale del cittadino contemporaneo come fruitore e operatore dei media (tra cui il cinema): la responsabilità legata all’atto del guardare. Il ruolo degli occhi, dello sguardo, sono il vero filo rosso espressivo che lega le diverse anime di questo film: la primissima inquadratura in cui compare il personaggio di Snowden è, non a caso, un particolare dei suoi occhi; nella sagoma del suo occhio, poi, si dissolve con un trucco digitale l’immagine dei mille filamenti virtuali che rappresentano le connessioni tra soggetti intercettati in scala sempre più vasta; e ancora, in uno dei momenti più forti dell’intero film, la bambina della comunità sotterranea di apolidi dove si rintana Snowden prima della fuga in Russia, sveglia il giovane facendogli scivolare indosso gli occhiali. Snowden, insomma, è in ultima analisi un film sull’atto di guardare, guardare per controllare e dominare, ma anche guardare per conoscere e sperare di emanciparsi, dove la differenza sta nell’uso che si sceglie di fare dello sguardo e della conoscenza che implica: una responsabilità che il cinema, chi lo fa e chi lo guarda, non dovrebbero mai dimenticare.

The following two tabs change content below.

Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
blog comments powered by Disqus