Siria, la guerra dimenticata

22/02/2013 di Iris De Stefano

Quando è cominciata la cosiddetta Primavera araba, due anni fa, molti degli analisti, anche i più competenti, scrissero che si stava compiendo il momento finale di una transizione democratica la quale avrebbe portato i paesi del Medio e Vicino Oriente a svincolarsi dai potenti imposti o auto-impostisi dopo la fine del periodo coloniale europeo.

Quando il 18 dicembre 2010 il tunisino Mohamed Bouazizi si diede fuoco per protesta contro i maltrattamenti della polizia e il crescente aumento di costo dei beni alimentari (secondo Abdolreza Abbassian, capo economista della FAO, dovuto alle condizioni climatiche europee e alla siccità in Russia e Kazakistan) tutto il Nord Africa rispose. In Yemen, Egitto e Tunisia, nell’arco di due anni, più o meno pacificamente e con più o meno successo, ‘Ali ‘Abd Allah Saleh, Hosni Mubarak, e Zine El-Abidine Ben Ali (rispettivamente al potere da 34, 30 e 23 anni) sono stati deposti. In Libia invece, le rivolte sono sfociate in una vera e propria guerra civile tra le forze leali a Muʿammar Gheddafi, al potere dal 1969 e i ribelli riunitisi nel Consiglio nazionale di transizione. Nel marzo del 2011 dopo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (la 1973) venne istituita una no-fly zone a causa dei continui bombardamenti effettuati dal regime sulla popolazione, autorizzando così l’intervento di alcune potenze: erano ben 19 nel momento di massima partecipazione, prime tra tutte Francia e Stati Uniti. Molto si è detto e si potrebbe dire sulle reali motivazioni dei paesi aderenti, poi confluiti nella missione Unified Protector guidata dalla NATO, ma quel che è certo è che il 20 ottobre 2011 Gheddafi è stato ucciso dai ribelli e la forza NATO si è ritirata dal paese.

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Molto differente è invece la situazione in Siria. La rivolta, innescata nel marzo 2011 dalle proteste in piazza, è poi degenerata in una vera e propria guerra civile. I ribelli infatti, se all’inizio chiedevano solo una riforma delle istituzioni del paese al Presidente, Bashar al-Assad (al governo dal 2000 quando ha ereditato la carica dal padre, al potere dal 1971), verso una forma di governo maggiormente democratica, ora chiedono la totale rimozione del Presidente. Secondo il regime invece, i ribelli, riunitisi nel Consiglio Nazionale Siriano, vorrebbero creare uno stato islamico radicale. Ma gli scontri e le trattative, non si fermano. E’ di oggi la notizia di una serie di esplosioni a catena nel centro di Damasco, la capitale del paese, a causa delle quali sarebbero morte circa 30 persone.

Tutto ciò è francamente inaccettabile. Anche se i dati non sono confermati, un articolo del The Guardian dell’ 8 gennaio scorso, citando le stime del nuovo governo libico, parlava di circa 10 mila morti durante tutto il periodo di guerra nel paese. In Siria invece, secondo un bilancio dell’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti umani sempre del gennaio scorso, si parla di addirittura 60 mila morti. E neanche l’ombra di intervento da parte delle potenze dell’ONU.

Il Consiglio di Sicurezza, il 14 aprile 2012, ha emanato una risoluzione per l’invio di 30 osservatori nel paese, ma azioni più incisive, come sanzioni, sono sempre state bloccate dai veti di Russia e Cina, a causa dei loro interessi nel paese. Le altre potenze sono quindi costrette a rimanere ferme di fronte a massacri perpetrati da parte del regime sulla popolazione (l’ ex premier siriano, Riad Hijab, ha addirittura parlato di genocidio) a causa del funzionamento di un organo delle Nazioni Unite le cui regole di funzionamento sono state decise quasi 50 anni fa. Per cui, a causa del parere contrario di un solo paese, le azioni intraprendibili sono pochissime.

Intanto le trattative in loco vanno avanti. Martedì al Cairo ci sarà una riunione dell’opposizione che discuterà di un documento riguardante il processo di avvicinamento ad un momento di pace, che prevede le previe dimissioni di Bashar al-Assad e il supporto e la supervisione di Russia e Stati Uniti nel periodo a queste successivo.

A quasi due anni dall’inizio delle rivolte però, nella quasi totale indifferenza dei media e della pubblica opinione, la pace in Siria sembra più lontana che mai.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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