S’innamorava di tutto

12/01/2016 di Francesca R. Cicetti

Fabrizio De André si innamorava di tutto, e di tutto quello che amava cantava. Non lo faceva per un Dio, ma nemmeno per gioco. Semplicemente perché è quello che fanno i cantastorie.

Fabrizio De Andrè

Si innamorava di tutto, Fabrizio De André. Delle sue anime salve, delle prostitute, degli zingari, degli affetti distratti, delle passanti, delle vie di Genova. Era ancora innamorato, il giorno in cui morì, diciassette anni fa. Era l’undici di gennaio. Da allora, la sua mancanza è stata sufficiente a nutrire la malinconia del vuoto lasciato, come accade per tutti quegli artisti così autentici da possedere un valore sociale, civico persino. Nell’ottica in cui l’arte, in qualche misura, eleva il tenore delle nostre vite.

Da diciassette anni si sente il bisogno di raccontare l’uomo Faber. Senza romanzare, senza edulcorare. Da romanzare c’è poco, da edulcorare forse troppo. La sua avventura umana è stata infinitamente fragile e eccessivamente violenta, troppo piena di commozione da risultare quasi appannata. Forse, dell’uomo, non si ha il diritto di parlare neppure oggi. Non si può parlare della timidezza, della sensibilità, della misoginia, dell’irriverenza. Non se ne ha ancora il diritto. Solo di immaginarlo, cane sciolto com’era, cantare ancora una volta i reietti e le anime abbandonate che con tanta delicatezza coccolava.

Fabrizio De André si innamorava di tutto, e di tutto quello che amava cantava. Non lo faceva per un Dio, ma nemmeno per gioco. Semplicemente perché è quello che fanno i cantastorie. Sollevano la polvere dai fatti memorabili, inventano, se necessario (ne hanno licenza). E se riescono, eccoli diventare menestrelli del mondo, cantori di leggende. Se non riescono, sono come giornalisti. Fatti, senza fantasia, senza invenzioni. E allora tanto vale comprare i giornali nelle edicole. Lui, De André, a diventare cantastorie c’è riuscito.

Per questo l’uomo Faber, anche diciassette anni dopo, appartiene ancora a quella categoria di artisti che lasciano un vuoto incolmabile. Quelli di cui si parla con la nostalgia dei vivi, domandandosi cosa avrebbero detto, cosa avrebbero fatto, cosa avrebbero cantato. Senza trovare una risposta, se non nella malinconia dei suoi lavori passati, ma ancora presenti. Sempre presenti.

S’innamorava di tutto, come canta in Coda di Lupo. La sua canzone sugli indiani metropolitani, in lotta contro le grandi ideologie borghesi. Uno dei suoi rari ritratti storici, in cui si permette di parlare di politica, con la tragicità ironica che portava incollata ai piedi, come un’ombra. Bersaglio della sua critica era il partito comunista, troppo impegnato nei moralismi per accorgersi di dover fare la rivoluzione. Troppo pigro, troppo stanco. Lo colpisce con la verga sferzante della sua poesia, più dolorosa e più incisiva della mitraglia.

Quando per diciassette anni ci si chiede cosa avrebbe detto, cosa avrebbe fatto Fabrizio De André, non c’è nessuna risposta possibile. Qualcosa si può immaginare. Che forse sarebbe stato, come sempre, un innamorato ammiratore dell’uomo, un ubriacone, un dolcissimo poeta, un genio disobbediente, con la sua speciale disperazione, la sua ammirazione per gli ultimi, per i diseredati, i carcerati, i mendicanti e i nani. Alla testa dei quali, ce lo immaginiamo, sfila come in un corteo. Forse anche ora.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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