A sinistra della sinistra: i partiti comunisti oggi

19/12/2014 di Ludovico Martocchia

La sinistra radicale avanza nella “periferia” d’Europa, mentre in Italia i partiti comunisti e marxisti sono più divisi che mai, tanto che i Comunisti Italiani propongono una riunificazione. Ma c’è speranza per l’ideologia nell’Italia di Renzi?

I sondaggi in Grecia parlano chiaro. Se si votasse oggi, Syriza, ovvero la sinistra radicale di Alexis Tsipras sarebbe la prima forza del paese. E lo sarebbe ancor di più se fosse alleata con il KKE, il Partito Comunista Greco. I dati, per ora virtuali in alcuni stati dell’Unione, segnalano una tendenza: l’avanzata dei partiti estremi ed esterni al sistema, sia a destra che a sinistra.

La situazione in Italia però è profondamente diversa. Mentre in Spagna, Grecia e Irlanda crescono movimenti e coalizioni di ispirazione socialista, nel Belpaese a sinistra del Partito Democratico convivono una marea di forze politiche e sociali, che di certo non hanno presente uno dei motti più classici, “l’unione fa la forza”. Infatti il conteggio di tutti quei partiti che si rifanno espressamente al comunismo è complicato, se non addirittura impossibile. Sicuramente si calcolano più di undici formazioni comuniste: da Rifondazione al Partito Comunista dei Lavoratori, dal Partito Marxista-Leninista Italiano al più recente Partito Comunista di Marco Rizzo. Insomma le declinazioni del marxismo sembrano infinite. Più a “destra” si trova Sinistra Ecologia e Libertà, che ovviamente non è un partito comunista, ma che rappresenta l’unica forza a sinistra del Pd in parlamento. Quest’ultima paga il prezzo di un’istituzionalizzazione che agli elettori non piace, a tal punto che se si deve parlare di un’opposizione decisa al governo Renzi, si pensa subito al Movimento 5 Stelle o alla Lega.

Tralasciando i discorsi numerici, più o meno utili, le piaghe che affliggono la sinistra italiana sono essenzialmente due: l’assenza di un leader e la crisi delle ideologie. Si tratta di problemi che di certo non nascono oggi, ma che sono radicati nel panorama politico italiano da più di venticinque anni.

Comunisti-Procaccini
Cesare Procaccini, leader dei Comunisti Italiani, uno dei molti partiti del microcosmo delle formazioni di estrema sinistra in Italia

Premessa: esiste un leader forte nel centro-sinistra, si chiama Matteo Renzi. Altrettanto forte però è il disconoscimento di esso da una parte dei lavoratori, ovvero coloro che si riconoscono nei sindacati e in una visione del welfare state agli antipodi della Leopolda. Questo è il bacino elettorale a cui puntano i partiti comunisti, che paradossalmente hanno una voce più bassa di un Civati o di un Landini, il primo sospeso nel “vorrei ma non posso”, il secondo forse aspirante a cariche diverse, come la segreteria della Cgil (posizione coerente, dato che i sindacalisti fanno un lavoro e i politici un altro). All’orizzonte non esiste una figura carismatica capace di riunire tutte le forze socialiste e progressiste, che proprio in questo momento dovrebbero vedere quel varco lasciato libero alla sinistra di Renzi e in opposizione del leghismo di Salvini.

Il secondo problema è molto più grave. Venticinque anni fa il Muro di Berlino crollò sull’ideologia marxista e sul Partito Comunista Italiano, al cui interno molti diedero per scontato la fine del comunismo e non di un modello economico fallimentare come è stato quello sovietico. Il comunismo è un’ideologia finita? La domanda è così profonda che non si può rispondere in questa sede. Osservando la situazione politica italiana, sarebbe semplice e semplicistico rispondere affermativamente. Ma come con la crisi del modello liberale e finanziario e l’implementazione delle politiche di austerità, sono rinati i movimenti nazionalisti (primo fra tutti il Front National), non si può escludere una nuova avanzata dei “rossi” in Europa. Anche se il dilemma della morte di un’ideologia non può riguardare solamente le forze politiche che si rifanno ad essa, ma anche quanto questa sia credibile e attuabile in una società moderna così diversa.

Un piccolo passo avanti (o indietro, a seconda della visione politica) lo hanno fatto i Comunisti Italiani, formazione nata da una costola di Rifondazione nel 1998. L’idea di cui sono portatori è la ricostruzione del Pci (il cui simbolo e denominazione sono però proprietà dei Ds, quindi del Pd oggi). Hanno lanciato un appello con il segretario nazionale Cesare Procaccini e proposto la trasformazione in Partito Comunista d’Italia, il primo nome del Pci fondato nel 1921. Effettivamente è una goccia nel mare rispetto a quella confusionaria pletora di partiti comunisti presenti oggi in Italia. La convinzione è che un partito unito, che sia marxista o socialista democratico, sarebbe un sintomo salutare per la democrazia italiana, che al momento delle elezioni vede troppo spesso la nascita di coalizioni (per esempio l’Altra Europa) che lasciano il tempo che trovano, soprattutto per l’eccessiva conflittualità interna.

In fin dei conti, il dramma vero, che trascende dalla leadership in senso stretto e dall’ideologia, è che oggi non esistono più Gramsci, Togliatti e Berlinguer nella sinistra italiana, come non nascono nuovi De Gasperi, Pertini o Almirante, ovvero quelle personalità, che per rigore e senso di civiltà, hanno saputo rendere parte della politica italiana del dopoguerra una Politica con la P maiuscola.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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